ll Re Pallido – D.F.W.

30 gennaio 2012

Ho imparato che il mondo degli uomini così com’è oggi è una burocrazia. È una verità ovvia, certo, per quanto ignorarla provochi grandi sofferenze. Ma ho anche scoperto, nell’unico modo in cui un uomo impara sul serio le cose importanti, la vera dote richiesta per fare strada in una burocrazia. Per fare strada sul serio, dico: fai bene, distinguiti, servi. Ho scoperto la chiave. La chiave non è l’efficienza, o la rettitudine, o l’intuizione, o la saggezza. Non è l’astuzia politica, la capacità di relazione, la pura intelligenza, la lealtà, la lungimiranza o una qualsiasi delle qualità che il mondo burocratico chiama virtù e mette alla prova. La chiave è una certa capacità alla base di tutte queste qualità, più o meno come la capacità di respirare e pompare il sangue sta alla base di tutti i pensieri e le azioni. La chiave burocratica alla base di tutto è la capacità di avere a che fare con la noia. Di operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz’aria. La chiave è la capacità, innata o acquisita, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica, dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso. Essere, in una parola, inannoiabile. Ho conosciuto, tra il 1984 e l’85, due uomini così. È la chiave della vita moderna. Se sei immune alla noia, non c’è letteralmente nulla che tu non possa fare. (p. 566-567)

D.F.W.

Infinite Jest – D. F. W.

30 gennaio 2012

” Se in virtù di carità o disperazione doveste mai trovarvi a passare del tempo in una struttura statale di recupero da Sostanze come la Ennet House di Enfield Ma, verrete a sapere molte cose nuove e curiose. Scoprirete che … la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. … Che è semplicemente più piacevole essere felici che incazzati. … Che il novantanove per cento dei pensieri di chi soffre di pensiero compulsivo è rivolto a se stessi; che il novantanove per cento di questo pensiero consiste nell’immaginare poi prepararsi a qualcosa che sta per accadere loro; e che, stranamente, il cento per cento delle cose per le quali usano il novantanove per cento del loro tempo a prepararsi ad affrontarle in ogni possibile risvolto non sono mai positive. E che questo si connette in modo interessante con l’impulso nella prima fase di sobrietà a pregare per poter perdere il senno. In breve, che il novantanove per cento dell’attività del pensiero consiste nel cercare di terrorizzarsi a morte.” (David Foster Wallace – Infinite Jest)

David Foster Wallace

29 gennaio 2012

Gli era già successo di perdere la testa per qualcuna, ma mai di sentirsi decapitato.

(David Foster Wallace)

Tentativo di risposta…

29 gennaio 2012

Semplicemente, se calma e ragione sono autentiche e non una semplice fuga, allora sono delle degne compagne, ma quando sono scisse da qualcosa di profondo, non lo sono. Il fatto stesso di sapere o immaginare che tu possa sapere di me mi ha messo in ansia.
In questi giorni, dopo il periodo buio, provo soltanto un senso strisciante di rassegnazione; lascio che i pensieri scorrano nella mente come il riflesso degli oggetti in uno specchio. Cerco di non soffermarmi troppo su tutto. Non so se questo sia una vittoria o l’inizio di un miglioramento, di ripresa.
Ogni tanto, però, mi capita di fermarmi, pensare a te, sentire la tua mancanza e un oscuro senso di colpa derivante, in sostanza, dalla convinzione profonda di non aver avuto il diritto di provare quello che ho provato, e l’assurdità dell’ irragionevole attaccamento a te non ha fatto altro che logorarmi ancor di più. Ma questa irragionevolezza ha radici profonde, non è un effetto, forse, ma una causa, un movente inconscio.
Forse l’ho sempre saputo, l’ho sempre vissuto, tanto che questo senso d’ineluttabilità si è radicato in me così profondamente da diventare un destino. E’ questo che non so come combattere; anche se ciò è solo il filo appartenente ad intreccio ben più inestricabile.
Adesso penso solo che mi farebbe molto male, un giorno, cogliere nel suo sguardo l’espressione di chi stia osservando solo un’immagine di me, forse un’immagine distorta. Questo perché tutto è così complesso che neanche io riesco ancora a capire cosa si è smosso in me. E’ successo qualcosa che ha posto una questione che coinvolge tutto me stesso, la mia totalità, il mio essere.
Adesso, comunque, non voglio illudermi che tutto sia tornato alla normalità; questo mi nuocerebbe ancor di più, visto che è bastato anche un solo messaggio ad inquietarmi mentre ero intento e calmo a leggere.
Sono ancora fragile, tremo al primo soffio di vento…quel vento sei Tu. E quando è così, non posso fare altro, per non soffrire, per impedire di dover impegnare tutte le mie forze, le mie difese, e stringere le braccia intorno al petto per cercare di sedare il dolore che deflagra inarrestabile in me,…non posso fare altro, dicevo, che fermarmi, respirare, concentrarmi sul mio respiro, fissare, una per una, con lentezza estrema, le sensazioni che vogliono concatenarsi e fluire con prepotenza in me. Questo è quello che sto facendo adesso. Sto cercando di fissarle, scomporle e nel contempo lasciare che siano quello che siano. Osservo semplicemente, al rallentatore, quello che avviene in me, senza per questo sentirmene coinvolto, investito. Non so come spiegare. In certi casi è molto dura, c’è bisogno di una disciplina che io non ho ancora. (Questo procedimento l’ho applicato immediatamente dopo aver letto il messaggio e avvertito l’ansia in me che cresceva come se stessi in una vasca, incapace di muovermi, e stessi per essere sommerso fino al collo dall’acqua).
Ma, in definitiva, quello che spero, in cuor mio, è di poter riacquistare la consapevolezza di cosa sono realmente, di cosa sono stato, di cosa possa rendere ancora la mia vita degna di essere vissuta, nonostante il passato, nel profondo, continui a mettermi i bastoni tra le ruote. E poi, per ultimo, mi preme anche la silenziosa speranza di non aver fatto del male a Te, perché so che in qualche modo, ti ho offesa, con il mio egoismo; voglio solo che tu sappia che ti voglio bene, anche se ho la netta impressione che non mi crederai, così come ho la netta impressione di non rivederti mai più. E, se questo avverrà, sarà solo causa mia.

– …è come dopo essersi svegliati da un sogno: tumulto di sensazioni e pensieri che, se restano dentro, non dilagano all’esterno fissandosi in una forma che permanga, ma fluttuano inarginabili, si coagulano al di sotto della realtà e sembrano essere schiacciati da essa, sedimentandosi. Sono, all’apparenza, sul punto di ammutolirsi o essere inghiottiti nella massa indistinta contenuta nella parte più recondita della tua mente. Eppure, se non li ho messi su carta, possono ancora essere risvegliati, possono ancora risuonare vivi come lo sono stati nel momento in cui dilagavano liberamente nell’immediatezza dell’origine.

– Che nostalgia però quell’impeto inarrestabile, sentirsi sballottato e smarrito senza difese e sovrastato da una piacevole tempesta.

– Vorrei sgretolarmi, frammentarmi in minuscole particelle, essere quasi pioggia sottile e distendermi sulla tua pelle e bere di te ogni singola parte immersa nella luce dei giorni e delle notti a venire. Adesso esistono solo secondi brevissimi e in quegli istanti bevo con gli occhi il tuo chiarore, il profilo delle tue labbra sottili, il tuo viso, i tuoi gesti veloci in ogni impercettibile moto: la danza del tuo corpo. E ora che questo succede, non conosco misure, rapporti; non c’è più logica né proporzioni, le differenze di grandezza o durata: un minuto potrebbe essere un secolo e un secolo potrebbe durare un secondo. Tu sei un viaggio di secoli lungo le generazioni, ed io sono tutti gli uomini che mi hanno preceduto durante l’evoluzione della specie, lungo tutti questi millenni, trascorsi per arrivare a te; io sono tutti gli uomini e tutti i desideri del mondo: starti accanto nelle notti che seguiranno il corso temporale di questo mondo sarebbe l’unico modo per estinguere il mio desiderio.

La Stella del Mattino.

E ti ho chiamata
Stella del mattino
nel sollevarmi
al di là dai vetri,
il cielo ancora buio.

Sei uno scherzo
che commuove gli occhi,
un sogno a far capolino
sul mondo, una sfida.

Ritorno a terra,
e sei ancor più uno scherzo
un sogno, assurdo…

come una luce nel buio
del mattino.

Stringimi.

Stringimi se al mattino
un chiarore muto
vela l’orizzonte.

Stringimi se ghiacciano le dita
che sfiorano l’oscuro
tepore nel petto,

il sorgere di questo nodo
profondo e cupo.

Stringimi se colgo sul volto

– un inavvertito tremore degli occhi –

la volontà smarrirsi
nell’ intrecciare sogni.

Stringimi fino a che respiri
soltanto la tua pelle,

Stringimi fino a sciogliere
l’ultimo respiro
fra le tue labbra,

Stringimi fino a che
non respiri altro che te.

Stringimi….

-Con quanta naturalezza doni te stessa. Sei il corso di un fiume che nessuno può distaccare dalla sua materia fluida. Attingo a questo fluire tutti i giorni con gli occhi come secchi che non riescono ad arrestarlo o a contenerlo. Eppure, chi sono io a contenerti? Non basterebbe la clessidra dell’universo per accoglierti in me che bevo con tutti i sensi ciò che sei.

Senza titolo.

I pensieri dalle viscere
hanno scavato un varco,

dal profondo

risoffiati al cielo
annunziano tempesta.

Si innalzano
fino a sfiorare la luna,

un fremito sul buio,

si aggrappa alle stelle
disperata,

risucchiata nella vertigine
è fragile, ancor più debole

scomparirà al mattino.

Neve.

Sei passata vicino,
e vicino il tuo viso

senza incrociarsi di parole:

solo il freddo
di te

che la neve
ha sciolto nell’aria.

Vestita di nebbia.

Sembravi vestita di nebbia quando,
senza incrociare il tuo cammino,
ho preferito che ti portassero l’aria,
lo spazio e le onde sonore.

Fin nel mio corridoio d’ombra,
come belva assopita nel cuore,

La tua voce, nei tuoi passi
nel tuo corpo – un preludio –
di te grigio chiaro
accennavano un pensiero.

Senza vederti con gli occhi
eri leggera e assente
senza vederti con gli occhi
eri indifferente

e la tua bellezza ieri
è come un fiore che cresce
nello sguardo di domani.

Fiume di parole pazze e inutili.

Non so più fare altro
non so più fare altro che sospirarti
e stritolare le parole nella gola, negli occhi…

Non so fin dove fuggire dall’inseguimento di te
ti seguo sì e voglio andar via
lontano, lontano da te
che solo hai da strapparmi l’anima e le viscere
come una bambina che gioca
senza saperlo
con la mia testa tagliata, soffiando
nel cuore fino a gonfiarlo
come fosse un palloncino rosso comprato alla fiera,
non hai colpa tu e io voglio fuggire,
fuggirti, dove? Non so più !

Non so…ma…

forse…

adesso ne stai ridendo, pensando all’uomo
vestito di nero
che finge di non guardarti, di non seguirti e intanto
muore pian piano di te,
che pena mi faccio, che pena mi faccio e

questo sole…
questo sole non fa altro che risplendere…

oggi
fuori di me, fuori da tutto ciò
che adesso sono
un tizzone senza luce
che arde in se stesso
fino a consumarsi…

oh no, no….
non mi consumerò
e questo  è quello che ho di più tragico, folle
e insignificante,
un ardere senza fine.

Magari potessi consumarmi,
magari potesse consumarsi tutto questo…
forse…

in un bacio.

– Quando ti ho vista ho raccolto di colpo in un istante tutto il fiato che avevo conficcandomelo profondamente nell’anima, ero in preda a te, non sapevo dove scappare, eppure, mi chiedevo, “perché sono venuto”. Tutto intorno, tutto il mondo si è accartocciato, tutto si è ripiegato in quell’angolino, come la massa della materia in un buco nero. Tutto in quel momento è sembrato sparire in te, e io ugualmente. Tutto ciò che restano queste parole, che non posso far a meno di scrivere per non giacere in un deserto che di minuto in minuto diventa più isolato e tremendo, ogni ora che passa è un secolo di erosione, l’anima è in erosione, tutto ciò che è in essa contenuto vorrebbe ridursi ad un pizzico di cenere…tienimi nella tua mano come questo piccolo cumulo di cenere e io palpiterò in essa!!!

Il grido.

In segreto ha oltrepassato,
oggi, il tuo viso,
questa nebbia.

La lama fredda
di ieri, affilata dal silenzio,
d’un colpo ha diviso
dai sospiri, le parole
non dette.

Le ha disperse, nascoste
sulle colline

distese sulle acque
vaporose.

Feriscono i raggi del sole
come ferisce l’ombra
il tuo viso
nel reclinarsi lento
sul tuo petto: i tuoi occhi
scompaiono, con essi il riflesso
limpido che inonda adesso
l’oscuro vuoto.

Così mi inabissi
nell’ombra.

– Dov’è quello specchio profondo
che riflette tutto il dolore
e lo rimanda lontano? –

Un attimo e riappare la chiarezza
delle tue labbra.

E allora il desiderio
è un grido
disincastonato dalle viscere
della terra,
a spiccarsi dal petto
e giungere all’orizzonte.

Tu sola sei questo grido,
questo canto!

Tu e la luce sullo sfondo.

“Una luce su uno sfondo anch’esso illuminato è quasi impercettibile; e l’ombra spesso serve, dunque, a far risaltare una luce più della luce stessa”.

Ti vedrò domani, mi parlerai, ascolterò la tua voce, evitando più che posso di reciderne il flusso. Ogni tanto, mentre tu parli, in silenzio, osserverò dietro di te, la luce del sole. Non ti sembri indifferenza la mia, ma, soltanto, ho bisogno di capire se ci sia, in realtà, qualcosa che ti assomigli perché, se guardo solo te, mi sembri quasi qualcosa di irreale, staccata dal tutto, indipendente dalla realtà che ti circonda. La luce del sole mi serve come paragone, la senti negli occhi, e se la fissi troppo poi ti bruciano, un po’ come te…ho bisogno di sapere che c’è altro oltre te e che ti assomiglia: così mi rendo conto che tu non sei solo un sogno, un barlume che ogni tanto riluce sulla realtà che viviamo e di cui facciamo esperienza.

Dicibili indicibili parole.

Lo so, non posso dirti apertamente quello che provo adesso ( non mangio quasi più, scrivo per lo più, scrivo di te, qui su questi fogli e si accavallano i pensieri, i pensieri di te, e vivono contemporaneamente più pensieri insieme, pensieri di te, nello stesso istante) vorrei solo chiederti di non pensare a quello che ti dico (anzi che non ti dico) ma vorrei soltanto che tu leggessi , nessuno vuole che tu faccia nulla, ma quello che sento e scrivo vorrei che tu potessi leggerlo, leggermi soltanto. Io so di non esistere per te nel modo che vorrei perché questo desiderio di te, se ci penso bene, è assurdo, intraducibile nella realtà, nei fatti, ma quello che provo e che sto provando, il profondo desiderio di te, non posso sradicarlo da me e tu sei troppo spesso lì presente, a ricordarmelo; a volte vorrei non vederti quasi, per dimenticarti e dimenticarmi. Sono qui a scrivere di te e a sentire fin nel petto questo vuoto che palpita ad ogni istante, vorrei gridarlo, ma non posso, vorrei essere nudo come queste parole e gridarlo finché odano anche in cielo quello che provo in questo momento e non posso dirti, non posso dirtelo, non posso dirlo a te…

Come un Icaro folle.

Un Icaro folle

cammino
con ali bagnate

al sole di marzo.

Da tempo
come Icaro

ho preso la rincorsa
per cadere nei sogni

che tu non vedrai mai
che tu non dirai mai.

Non dirmelo.

Non dirmelo
non dirmelo più
ti prego

non dirmi …

ci vedremo domani
ci vedremo lunedì.
Non dirmelo
perché odierò tutti i lunedì

tutti i lunedì
che verranno

dopo il venerdì
dopo il sabato
dopo la domenica

e li odierò

odierò tutti i martedì
che verranno

prima del venerdì
del sabato
e della domenica…

odierò il lunedì sera
la notte che non finisce mai
e il giorno, quel giorno, sì
che non ti baciai
d’istinto…

l’istinto è fragile lo sai…

come il ramo che si spezza in petto
ogni volta che dici
ci vedremo domani, sai…

non sai, non sai
che dopo il domani,

i lunedì
i martedì

verrà il giorno
che non sarà giorno
non ci sarà luce
che spezza questi rami
nel petto

solo la calma luce
nel lago, la pace,
il fango

sulle scarpe e sui miei pantaloni
spegneranno il suono
dei rami che si spezzano
e sarà il giorno lo sai

che tu non dirai ancora…

ci vediamo domani.

Senza titolo.

Una crepa aperta di colpo
dai tuoi sorrisi e dai tuoi seni acuminati,
imprigionò in una goccia d’abisso
ogni stupido orgoglio
ogni intento
ogni proclama
ogni intenzione di rivalsa
o presunzione di forza

scivolata in un abisso
dietro la mia schiena
questa goccia ha disegnato
col suo tepore
col mio sangue
una rosa che tieni in pugno
come il mio sguardo.

Il desiderio in giardino.

Hai mandato all’aria
il disegno di oggi

e nelle sere tessitrici
di fili
in infinite insonnie
i sogni di ieri.

Sottolinea nella luce
il tuo pregio
d’innanzi al mio silenzio
e a te, la recente traccia
del tuo repentino abbraccio.

E ancor oggi
non so non pensare
ai tuoi occhi

nei quali i miei danzano
nei quali danza

la Fuga

dal desiderio sommerso
come l’ombra nel giardino
in pieno sole.

Quest o delle futili parole.

Non cercarmi altrove
se non imprigionato
nello specchio dei tuoi occhi

Non cercarmi altrove
perché sai già dove trovarmi
chiuso nei tuoi sguardi

Non cercarmi dove tu non sei
e dove io non sono.

Mi hai cercato
così come si cercano
le parole del mattino

Mi hai cercato
come il pensiero
nei piedi
di chi aspetta.

Sono giunto in ritardo
come questa pioggia
di oggi, fuori luogo:

eri già andata via
con la mia luce
sulla tua pelle.

Senza titolo.

Desidera il petto
questo gemito racchiuso
nella mano che ignara lo stringe

e ne tende il silenzioso fluire

scagliar con esso se stesso
in un urlo azzurro
al caldo e verde mattino

disteso di donna
dal bruno guardare

dall’ombra distante
suscitarne l’oblio.

Vorrei che questa notte.

Vorrei che questa notte
non fosse notte,

che fosse chiara
come la tua chiarezza,

luminosa
come il chiarore della tua immagine

ancora nei miei occhi
da allora lontana
da questa notte

che non la oscura mai.

Quel chiarore
non basta
ad afferrarla limpidamente
come vorrei,

a renderla presente
ogni momento,
ogni minuto,
ogni ora;

sfugge nell’ansia del tuo ritorno.

Mi aggrappo alla memoria,
increspata da un’umida brezza
carica di pioggia imminente,

come una radice

si insinua nella roccia
sull’orlo di un dirupo.

Non ho parole.

Non ho parole
che tu possa udire

Se non quelle
che stringo

fra i denti
in silenzio

ridotte ad un soffio
solo.

Non avranno mai
un suono

che tu possa avvertire
distratta

le parole son solo macchie
nell’ora di questo giorno

tacciono al vento,
scompiglio del mio pensiero;

eppure son soltanto parole.

Acqua di giugno.

Se la curva del vento
non alza più ricordi
al di sopra del cielo

Se in un sole di giugno,
in rugiada,
l’essenza dei giorni
evapora in raggi
crudeli e scompare

Ritorni inattesa
a irrorare la mia terra.

Ti sei illuminata.

Ti sei illuminata
alla sua immagine
e come una bambina

cantavi

io un’ombra di quercia
in fiamme

e lacrime di resina
e fibre ascendenti
in scoppi al cielo.

Serrate le mie parole
mute penetrano nella terra
come sterili radici.

Serenata in tua assenza.

Aggrappato alla sospesa traccia
del tuo non sguardo

scongiuro l’abbraccio
che riaddolcisca lo stridio
di pioggia

dell’immota ‘indifferenza
dei tuoi occhi.

Sui sentieri la notte incide
solchi di respiri oscuri,

pensieri battenti di ingiurie
e ricordi

nostalgici steli
sradicati dal tempo.

Bozzetto di pioggia.

In quest’aria il respiro
si condensa in strida di gocce

e discioglie il segreto
in silenzio
il verde cupo del lago.

Di residue luci
Punge il cielo
la Sera

come grida
su un orizzonte
che tace disteso.

Vecchi occhi.

Verdi occhi
sospinti dal soffio
di un meriggio

lasciano solchi
sul pensiero che tace

nell’inerme culla
del capo reclinato

sulle orme stillate
dalla terra:

gocce di memoria
prosciugate dall’assenza.

Sei tu con la tua vita.

Sei tu con la tua vita
quel tuo fluire luminoso
che sovrasta il mio
oscuro e sotterraneo

Sei tu con la tua vita
quel vivere che è riso
di labbra come scudi
che rimandano luce
in ogni angolo
di questa terra
che riluce

Sei tu con la tua vita
vastità d’occhi
che fanno di vastità
inganno il giorno
quand’altri non guarderai

fuorché te stessa
intorno

Sei tu con la tua vita
che renderai a me
la mia

e io non saprò che farne
se resti in te
distante dalla mia.

Avessi.

Avessi aperto
un ombrello
lasciando all’asciutto
questo cuore

sentirne solo il freddo
di questa pioggia
che cade incessante.

Avessi chiuso io
quella porta
lasciata di proposito
socchiusa.

Ti avessi lasciata lì
in un angolo della mia mente
senza chiederti: “Chi sei?”.

Avessi chiuso gli occhi
cercando di camminare
al buio come un cieco…

adesso non sarei qui
a farmi queste domande

e non saresti tu
a chiudere quella porta
ad aprire quell’ombrello
a chiudermi gli occhi.

– Lo sguardo di chi vede è anche lo sguardo di chi è visto, e sono dunque ciò che non sono, quando vedi ciò che io non vedo. Guardati e io sarò il tuo sguardo. Ah fosse così semplice anche per il sentire! Sarebbe come porre due specchi l’uno di fronte all’altro, così che in essi siano riflesse immagini diverse, un uomo e una donna, che sentono l’uno dell’altra l’immagine e il cuore in uno.

Potessi.

Potessi vedere
ciò che io sento

potessi sentire
ciò che io vedo

potessi essere
tutti i miei sensi

e in ogni mio senso
confondere te stessa

per non essere più
al di fuori

di ogni infinitesima scintilla
di questo mio essere

infinitamente diviso
in mille fuochi

dispersi
in questa notte,

la tua notte.

Breve il mio sorriso.

Breve il mio sorriso,
fiorito sul tuo:

da un sospiro,
un’ombra spalancata,
lo inghiotte;

durevole il tuo:

come un sole continuo,
fende, di luce,

il tempo.

La notte è semplice.

Notte
quanto è semplice
dire notte: altro è farla.

In silenzio il pensiero
è netto.

Pensiero che guardo
e mi guardo
pensarti

e penso
che col tempo
non posso separare il tempo

e spezzarlo, nel farlo
il mio tempo

come il respiro pensato
stanotte

diviso in istanti
più lunghi più brevi:

i respiri in bocca, nel freddo
hanno tutti lo stesso sapore

perché il tempo è ghiaccio
goccia a goccia rappreso
nella forma del freddo.

Il Domani dice adesso:

“Sii questo…”
“Sii…quello”

“Fa questo!”
“Fa quello!”

Tu pensata mi dici:

“Senti come ti brucio”
“ Senti la tua testa…”

e accosto la mia-tua mano
alla tempia. La luce
si è accesa
e dice agli occhi:

“Guardate”,
tu rispondi: “Chiudili!”

Il Mondo ti contraddice,
tu contraddici Lui,

mentre io resto in silenzio
confuso,

e prendo te per il mondo
come in una terra di nessuno

contesa nel mezzo dell’invisibile
vostro confine.

Così resto a guardare
e continuo a pensare
che la Notte sia semplice, troppo;

semplicemente farla
senza di te,

questo è il difficile.

Il linguaggio della Siepe.

24 gennaio 2012

La Siepe.

Ricordo ancora quel verde cupo, l’intrico orizzontale del fogliame, le siepi che trasparivano, distinte, dalle lastre di vetro sul fondo dell’immensa sala. Era un colore oscuro, limaccioso; ma ogni qual volta nella mia mente si dipingeva quella massa contrastante con la luce di allora, lo associavo a quella inaspettata forma silenziosa di conoscenza, quella conoscenza simile al lento e animale abituarsi degli occhi all’assenza di luce. Così ti riconobbi, alla fine, quando scomparsa improvvisamente da quel luogo, dalla mia vista, iniziai a vederti veramente: la tua essenza non aveva fatto altro che trasmigrare in quel colore delle siepi, quelle stesse siepi che andavano lungo quei cammini regolari che seguivamo insieme.
Delineai allora la tua anima, come adesso il loro sfondo nella mia memoria.
Come Dafne, nulla più restava di te, se non quell’immagine.
Dal giorno in cui non seppi più nulla di te né ti rividi di nuovo, continuai a fermarmi in quella sala; gli occhi assaporavano quelle foglie come delle domande le cui risposte erano un frusciare lieve, l’articolarsi sonoro di un linguaggio arcano, che i miei sensi percepivano come suono, mentre il mio animo decifrava inchinandosi ad esso, in ascolto ammirato, come facevano gli uditori degli aedi che cantavano i miti.

Angst

22 gennaio 2012

Strette le braccia
circondano il vuoto.

In ombrosa cadenza,
nel petto, il pugno
serra il cuore,

divenuto suo trastullo
inatteso.

Cerco di ingannare quest’ansia che stringe il cuore come un cappio, adesso la sento salire pian piano come acqua che riempie un recipiente fino all’orlo.
Immerso ci sono io, ma non posso muovermi e l’acqua che sale mi arriva fino alla gola e alle labbra; trattengo il respiro, mi preparo all’imminente immersione totale in qualcosa che non è assolutamente trasparente, ma oscuro e viscoso, tanto oscuro da non sapere se mi manca il respiro perché mi sto preparando a sostenere il momento incombente o per la paura di immergermi in questa oscurità.

16 gennaio 2012

… e sono solo un grumo d’oscurità.

“Ma dentro di me esisti in un modo che mi atterrisce.”

Un giorno mi dicesti o mi scrivesti – adesso non ricordo bene – che di notte avevi fatto un brutto sogno, mi sembra avessi sognato il diavolo e che questo ti aveva inquietato enormemente. Allora, io ti promisi che, da quel momento, avrei lasciato sempre il cellulare acceso, anche di notte, così, se tu ne avessi avuto bisogno, se, insomma, avessi avuto bisogno di essere rassicurata, avresti potuto chiamarmi, in qualsiasi momento e a qualsiasi ora, anche di notte.
Lo feci perché ti amavo; ancora adesso non spengo mai il cellulare, anche di notte è acceso, sempre. Ma ora non ha più senso. Anche se questa è la notte in cui io, adesso, avrei bisogno di chiamare qualcuno, e non chiunque; forse questa persona da chiamare non esiste: chi mi amava ormai è morto; chi ho provato ad amare oppure ho solo pensato di amare, senza essere mai corrisposto, in realtà, è stata solo una mia illusione, una dannata illusione.

Un’altra luce.

15 gennaio 2012

C’è un desiderio che attraversa tutta una vita fino al punto da prosciugartela a poco a poco, a ridurti con un lume a cui sta per finire l’olio, la sua luce è fievole e le tenebre intorno si infittiscono, diventano una spessa coltre che ti circonda e penetra fin nelle viscere, facendosi sempre profonda.

Allora si anela ad un’altra luce che passi a rischiarare, come per miracolo, il buio intorno e dentro.

E’ questa luce che non arriva mai e che non è mai arrivata, mai, e forse mai arriverà.

Svegliami

14 gennaio 2012

“io sono perso

sono confuso

tu fammi posto

allarga le braccia

dedicami la tua notte

la notte successiva

e un’altra ancora

dedicami i tuoi giorni

dedicami le tue notti

oggi domani ancora

stringimi forte

coprimi avvolgimi

di caldo fiato scaldami

di saliva rinfrescami

vorrei morire ora…”

Solidificazione

11 gennaio 2012

ti parli… mentre vorrei zittir-ti…e cerco di non guardarti. Devo solidificarmi, divenenirti muraglia pian piano…

FP

7 gennaio 2012

I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.

Ho freddo,adesso…

3 gennaio 2012

Ho freddo,adesso, ho avuto freddo per tutto il giorno, non perché sia inverno e perché sia notte. C’è un freddo, questo freddo, che puoi portarti dentro anche d’agosto: è il senso di estremo abbandono, del sentirsi smarrito dal mondo intero, come un inutile oggetto dimenticato, che il mondo non sa neanche riconoscere più nelle sue forme e nella sua offuscata utilità – inutile, sì, mi sento inutile – impotente di fronte al mio stesso dolore; è come essere immerso in un grido sordo.

Ivan mi chiede, la notte: Perché c’è solo un muro del pianto, perché nessuno ha mai costruito un muro della gioia?

dice che si riesce a capire le persone solo se non si penetra in esse, se non si pretende niente da esse, e se non ci si lascia provocare, tutto si rivela lo stesso.

Bisogna che sia qualcosa che sia rimasto.

Che cosa avrei voglia di fare oggi? Fammici pensare! Non voglio uscire, non vorrei nemmeno leggere o ascoltare musica. Credo che dovrò accontentarmi di te.

lo si ama solo in attesa di una revoca, si può amare il mondo, e di tanto in tanto c’è una persona che fa da trasformatore

Portare pace nell’inquietudine, inquietudine nella pace.

Vorrei uscire, ecco, fare due passi, fino a una piccola bettola, in qualche posto dove c’è rumore, dove si mangia e si beve, in modo che possa ancora una volta rappresentarmi il mondo.

Finché vivo non ci sarà una risposta.