Il linguaggio della Siepe.

24 gennaio 2012

La Siepe.

Ricordo ancora quel verde cupo, l’intrico orizzontale del fogliame, le siepi che trasparivano, distinte, dalle lastre di vetro sul fondo dell’immensa sala. Era un colore oscuro, limaccioso; ma ogni qual volta nella mia mente si dipingeva quella massa contrastante con la luce di allora, lo associavo a quella inaspettata forma silenziosa di conoscenza, quella conoscenza simile al lento e animale abituarsi degli occhi all’assenza di luce. Così ti riconobbi, alla fine, quando scomparsa improvvisamente da quel luogo, dalla mia vista, iniziai a vederti veramente: la tua essenza non aveva fatto altro che trasmigrare in quel colore delle siepi, quelle stesse siepi che andavano lungo quei cammini regolari che seguivamo insieme.
Delineai allora la tua anima, come adesso il loro sfondo nella mia memoria.
Come Dafne, nulla più restava di te, se non quell’immagine.
Dal giorno in cui non seppi più nulla di te né ti rividi di nuovo, continuai a fermarmi in quella sala; gli occhi assaporavano quelle foglie come delle domande le cui risposte erano un frusciare lieve, l’articolarsi sonoro di un linguaggio arcano, che i miei sensi percepivano come suono, mentre il mio animo decifrava inchinandosi ad esso, in ascolto ammirato, come facevano gli uditori degli aedi che cantavano i miti.

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