Alla “Stella del mattino” scrissi…

28 gennaio 2012

– …è come dopo essersi svegliati da un sogno: tumulto di sensazioni e pensieri che, se restano dentro, non dilagano all’esterno fissandosi in una forma che permanga, ma fluttuano inarginabili, si coagulano al di sotto della realtà e sembrano essere schiacciati da essa, sedimentandosi. Sono, all’apparenza, sul punto di ammutolirsi o essere inghiottiti nella massa indistinta contenuta nella parte più recondita della tua mente. Eppure, se non li ho messi su carta, possono ancora essere risvegliati, possono ancora risuonare vivi come lo sono stati nel momento in cui dilagavano liberamente nell’immediatezza dell’origine.

– Che nostalgia però quell’impeto inarrestabile, sentirsi sballottato e smarrito senza difese e sovrastato da una piacevole tempesta.

– Vorrei sgretolarmi, frammentarmi in minuscole particelle, essere quasi pioggia sottile e distendermi sulla tua pelle e bere di te ogni singola parte immersa nella luce dei giorni e delle notti a venire. Adesso esistono solo secondi brevissimi e in quegli istanti bevo con gli occhi il tuo chiarore, il profilo delle tue labbra sottili, il tuo viso, i tuoi gesti veloci in ogni impercettibile moto: la danza del tuo corpo. E ora che questo succede, non conosco misure, rapporti; non c’è più logica né proporzioni, le differenze di grandezza o durata: un minuto potrebbe essere un secolo e un secolo potrebbe durare un secondo. Tu sei un viaggio di secoli lungo le generazioni, ed io sono tutti gli uomini che mi hanno preceduto durante l’evoluzione della specie, lungo tutti questi millenni, trascorsi per arrivare a te; io sono tutti gli uomini e tutti i desideri del mondo: starti accanto nelle notti che seguiranno il corso temporale di questo mondo sarebbe l’unico modo per estinguere il mio desiderio.

La Stella del Mattino.

E ti ho chiamata
Stella del mattino
nel sollevarmi
al di là dai vetri,
il cielo ancora buio.

Sei uno scherzo
che commuove gli occhi,
un sogno a far capolino
sul mondo, una sfida.

Ritorno a terra,
e sei ancor più uno scherzo
un sogno, assurdo…

come una luce nel buio
del mattino.

Stringimi.

Stringimi se al mattino
un chiarore muto
vela l’orizzonte.

Stringimi se ghiacciano le dita
che sfiorano l’oscuro
tepore nel petto,

il sorgere di questo nodo
profondo e cupo.

Stringimi se colgo sul volto

– un inavvertito tremore degli occhi –

la volontà smarrirsi
nell’ intrecciare sogni.

Stringimi fino a che respiri
soltanto la tua pelle,

Stringimi fino a sciogliere
l’ultimo respiro
fra le tue labbra,

Stringimi fino a che
non respiri altro che te.

Stringimi….

-Con quanta naturalezza doni te stessa. Sei il corso di un fiume che nessuno può distaccare dalla sua materia fluida. Attingo a questo fluire tutti i giorni con gli occhi come secchi che non riescono ad arrestarlo o a contenerlo. Eppure, chi sono io a contenerti? Non basterebbe la clessidra dell’universo per accoglierti in me che bevo con tutti i sensi ciò che sei.

Senza titolo.

I pensieri dalle viscere
hanno scavato un varco,

dal profondo

risoffiati al cielo
annunziano tempesta.

Si innalzano
fino a sfiorare la luna,

un fremito sul buio,

si aggrappa alle stelle
disperata,

risucchiata nella vertigine
è fragile, ancor più debole

scomparirà al mattino.

Neve.

Sei passata vicino,
e vicino il tuo viso

senza incrociarsi di parole:

solo il freddo
di te

che la neve
ha sciolto nell’aria.

Vestita di nebbia.

Sembravi vestita di nebbia quando,
senza incrociare il tuo cammino,
ho preferito che ti portassero l’aria,
lo spazio e le onde sonore.

Fin nel mio corridoio d’ombra,
come belva assopita nel cuore,

La tua voce, nei tuoi passi
nel tuo corpo – un preludio –
di te grigio chiaro
accennavano un pensiero.

Senza vederti con gli occhi
eri leggera e assente
senza vederti con gli occhi
eri indifferente

e la tua bellezza ieri
è come un fiore che cresce
nello sguardo di domani.

Fiume di parole pazze e inutili.

Non so più fare altro
non so più fare altro che sospirarti
e stritolare le parole nella gola, negli occhi…

Non so fin dove fuggire dall’inseguimento di te
ti seguo sì e voglio andar via
lontano, lontano da te
che solo hai da strapparmi l’anima e le viscere
come una bambina che gioca
senza saperlo
con la mia testa tagliata, soffiando
nel cuore fino a gonfiarlo
come fosse un palloncino rosso comprato alla fiera,
non hai colpa tu e io voglio fuggire,
fuggirti, dove? Non so più !

Non so…ma…

forse…

adesso ne stai ridendo, pensando all’uomo
vestito di nero
che finge di non guardarti, di non seguirti e intanto
muore pian piano di te,
che pena mi faccio, che pena mi faccio e

questo sole…
questo sole non fa altro che risplendere…

oggi
fuori di me, fuori da tutto ciò
che adesso sono
un tizzone senza luce
che arde in se stesso
fino a consumarsi…

oh no, no….
non mi consumerò
e questo  è quello che ho di più tragico, folle
e insignificante,
un ardere senza fine.

Magari potessi consumarmi,
magari potesse consumarsi tutto questo…
forse…

in un bacio.

– Quando ti ho vista ho raccolto di colpo in un istante tutto il fiato che avevo conficcandomelo profondamente nell’anima, ero in preda a te, non sapevo dove scappare, eppure, mi chiedevo, “perché sono venuto”. Tutto intorno, tutto il mondo si è accartocciato, tutto si è ripiegato in quell’angolino, come la massa della materia in un buco nero. Tutto in quel momento è sembrato sparire in te, e io ugualmente. Tutto ciò che restano queste parole, che non posso far a meno di scrivere per non giacere in un deserto che di minuto in minuto diventa più isolato e tremendo, ogni ora che passa è un secolo di erosione, l’anima è in erosione, tutto ciò che è in essa contenuto vorrebbe ridursi ad un pizzico di cenere…tienimi nella tua mano come questo piccolo cumulo di cenere e io palpiterò in essa!!!

Il grido.

In segreto ha oltrepassato,
oggi, il tuo viso,
questa nebbia.

La lama fredda
di ieri, affilata dal silenzio,
d’un colpo ha diviso
dai sospiri, le parole
non dette.

Le ha disperse, nascoste
sulle colline

distese sulle acque
vaporose.

Feriscono i raggi del sole
come ferisce l’ombra
il tuo viso
nel reclinarsi lento
sul tuo petto: i tuoi occhi
scompaiono, con essi il riflesso
limpido che inonda adesso
l’oscuro vuoto.

Così mi inabissi
nell’ombra.

– Dov’è quello specchio profondo
che riflette tutto il dolore
e lo rimanda lontano? –

Un attimo e riappare la chiarezza
delle tue labbra.

E allora il desiderio
è un grido
disincastonato dalle viscere
della terra,
a spiccarsi dal petto
e giungere all’orizzonte.

Tu sola sei questo grido,
questo canto!

Tu e la luce sullo sfondo.

“Una luce su uno sfondo anch’esso illuminato è quasi impercettibile; e l’ombra spesso serve, dunque, a far risaltare una luce più della luce stessa”.

Ti vedrò domani, mi parlerai, ascolterò la tua voce, evitando più che posso di reciderne il flusso. Ogni tanto, mentre tu parli, in silenzio, osserverò dietro di te, la luce del sole. Non ti sembri indifferenza la mia, ma, soltanto, ho bisogno di capire se ci sia, in realtà, qualcosa che ti assomigli perché, se guardo solo te, mi sembri quasi qualcosa di irreale, staccata dal tutto, indipendente dalla realtà che ti circonda. La luce del sole mi serve come paragone, la senti negli occhi, e se la fissi troppo poi ti bruciano, un po’ come te…ho bisogno di sapere che c’è altro oltre te e che ti assomiglia: così mi rendo conto che tu non sei solo un sogno, un barlume che ogni tanto riluce sulla realtà che viviamo e di cui facciamo esperienza.

Dicibili indicibili parole.

Lo so, non posso dirti apertamente quello che provo adesso ( non mangio quasi più, scrivo per lo più, scrivo di te, qui su questi fogli e si accavallano i pensieri, i pensieri di te, e vivono contemporaneamente più pensieri insieme, pensieri di te, nello stesso istante) vorrei solo chiederti di non pensare a quello che ti dico (anzi che non ti dico) ma vorrei soltanto che tu leggessi , nessuno vuole che tu faccia nulla, ma quello che sento e scrivo vorrei che tu potessi leggerlo, leggermi soltanto. Io so di non esistere per te nel modo che vorrei perché questo desiderio di te, se ci penso bene, è assurdo, intraducibile nella realtà, nei fatti, ma quello che provo e che sto provando, il profondo desiderio di te, non posso sradicarlo da me e tu sei troppo spesso lì presente, a ricordarmelo; a volte vorrei non vederti quasi, per dimenticarti e dimenticarmi. Sono qui a scrivere di te e a sentire fin nel petto questo vuoto che palpita ad ogni istante, vorrei gridarlo, ma non posso, vorrei essere nudo come queste parole e gridarlo finché odano anche in cielo quello che provo in questo momento e non posso dirti, non posso dirtelo, non posso dirlo a te…

Come un Icaro folle.

Un Icaro folle

cammino
con ali bagnate

al sole di marzo.

Da tempo
come Icaro

ho preso la rincorsa
per cadere nei sogni

che tu non vedrai mai
che tu non dirai mai.

Non dirmelo.

Non dirmelo
non dirmelo più
ti prego

non dirmi …

ci vedremo domani
ci vedremo lunedì.
Non dirmelo
perché odierò tutti i lunedì

tutti i lunedì
che verranno

dopo il venerdì
dopo il sabato
dopo la domenica

e li odierò

odierò tutti i martedì
che verranno

prima del venerdì
del sabato
e della domenica…

odierò il lunedì sera
la notte che non finisce mai
e il giorno, quel giorno, sì
che non ti baciai
d’istinto…

l’istinto è fragile lo sai…

come il ramo che si spezza in petto
ogni volta che dici
ci vedremo domani, sai…

non sai, non sai
che dopo il domani,

i lunedì
i martedì

verrà il giorno
che non sarà giorno
non ci sarà luce
che spezza questi rami
nel petto

solo la calma luce
nel lago, la pace,
il fango

sulle scarpe e sui miei pantaloni
spegneranno il suono
dei rami che si spezzano
e sarà il giorno lo sai

che tu non dirai ancora…

ci vediamo domani.

Senza titolo.

Una crepa aperta di colpo
dai tuoi sorrisi e dai tuoi seni acuminati,
imprigionò in una goccia d’abisso
ogni stupido orgoglio
ogni intento
ogni proclama
ogni intenzione di rivalsa
o presunzione di forza

scivolata in un abisso
dietro la mia schiena
questa goccia ha disegnato
col suo tepore
col mio sangue
una rosa che tieni in pugno
come il mio sguardo.

Il desiderio in giardino.

Hai mandato all’aria
il disegno di oggi

e nelle sere tessitrici
di fili
in infinite insonnie
i sogni di ieri.

Sottolinea nella luce
il tuo pregio
d’innanzi al mio silenzio
e a te, la recente traccia
del tuo repentino abbraccio.

E ancor oggi
non so non pensare
ai tuoi occhi

nei quali i miei danzano
nei quali danza

la Fuga

dal desiderio sommerso
come l’ombra nel giardino
in pieno sole.

Quest o delle futili parole.

Non cercarmi altrove
se non imprigionato
nello specchio dei tuoi occhi

Non cercarmi altrove
perché sai già dove trovarmi
chiuso nei tuoi sguardi

Non cercarmi dove tu non sei
e dove io non sono.

Mi hai cercato
così come si cercano
le parole del mattino

Mi hai cercato
come il pensiero
nei piedi
di chi aspetta.

Sono giunto in ritardo
come questa pioggia
di oggi, fuori luogo:

eri già andata via
con la mia luce
sulla tua pelle.

Senza titolo.

Desidera il petto
questo gemito racchiuso
nella mano che ignara lo stringe

e ne tende il silenzioso fluire

scagliar con esso se stesso
in un urlo azzurro
al caldo e verde mattino

disteso di donna
dal bruno guardare

dall’ombra distante
suscitarne l’oblio.

Vorrei che questa notte.

Vorrei che questa notte
non fosse notte,

che fosse chiara
come la tua chiarezza,

luminosa
come il chiarore della tua immagine

ancora nei miei occhi
da allora lontana
da questa notte

che non la oscura mai.

Quel chiarore
non basta
ad afferrarla limpidamente
come vorrei,

a renderla presente
ogni momento,
ogni minuto,
ogni ora;

sfugge nell’ansia del tuo ritorno.

Mi aggrappo alla memoria,
increspata da un’umida brezza
carica di pioggia imminente,

come una radice

si insinua nella roccia
sull’orlo di un dirupo.

Non ho parole.

Non ho parole
che tu possa udire

Se non quelle
che stringo

fra i denti
in silenzio

ridotte ad un soffio
solo.

Non avranno mai
un suono

che tu possa avvertire
distratta

le parole son solo macchie
nell’ora di questo giorno

tacciono al vento,
scompiglio del mio pensiero;

eppure son soltanto parole.

Acqua di giugno.

Se la curva del vento
non alza più ricordi
al di sopra del cielo

Se in un sole di giugno,
in rugiada,
l’essenza dei giorni
evapora in raggi
crudeli e scompare

Ritorni inattesa
a irrorare la mia terra.

Ti sei illuminata.

Ti sei illuminata
alla sua immagine
e come una bambina

cantavi

io un’ombra di quercia
in fiamme

e lacrime di resina
e fibre ascendenti
in scoppi al cielo.

Serrate le mie parole
mute penetrano nella terra
come sterili radici.

Serenata in tua assenza.

Aggrappato alla sospesa traccia
del tuo non sguardo

scongiuro l’abbraccio
che riaddolcisca lo stridio
di pioggia

dell’immota ‘indifferenza
dei tuoi occhi.

Sui sentieri la notte incide
solchi di respiri oscuri,

pensieri battenti di ingiurie
e ricordi

nostalgici steli
sradicati dal tempo.

Bozzetto di pioggia.

In quest’aria il respiro
si condensa in strida di gocce

e discioglie il segreto
in silenzio
il verde cupo del lago.

Di residue luci
Punge il cielo
la Sera

come grida
su un orizzonte
che tace disteso.

Vecchi occhi.

Verdi occhi
sospinti dal soffio
di un meriggio

lasciano solchi
sul pensiero che tace

nell’inerme culla
del capo reclinato

sulle orme stillate
dalla terra:

gocce di memoria
prosciugate dall’assenza.

Sei tu con la tua vita.

Sei tu con la tua vita
quel tuo fluire luminoso
che sovrasta il mio
oscuro e sotterraneo

Sei tu con la tua vita
quel vivere che è riso
di labbra come scudi
che rimandano luce
in ogni angolo
di questa terra
che riluce

Sei tu con la tua vita
vastità d’occhi
che fanno di vastità
inganno il giorno
quand’altri non guarderai

fuorché te stessa
intorno

Sei tu con la tua vita
che renderai a me
la mia

e io non saprò che farne
se resti in te
distante dalla mia.

Avessi.

Avessi aperto
un ombrello
lasciando all’asciutto
questo cuore

sentirne solo il freddo
di questa pioggia
che cade incessante.

Avessi chiuso io
quella porta
lasciata di proposito
socchiusa.

Ti avessi lasciata lì
in un angolo della mia mente
senza chiederti: “Chi sei?”.

Avessi chiuso gli occhi
cercando di camminare
al buio come un cieco…

adesso non sarei qui
a farmi queste domande

e non saresti tu
a chiudere quella porta
ad aprire quell’ombrello
a chiudermi gli occhi.

– Lo sguardo di chi vede è anche lo sguardo di chi è visto, e sono dunque ciò che non sono, quando vedi ciò che io non vedo. Guardati e io sarò il tuo sguardo. Ah fosse così semplice anche per il sentire! Sarebbe come porre due specchi l’uno di fronte all’altro, così che in essi siano riflesse immagini diverse, un uomo e una donna, che sentono l’uno dell’altra l’immagine e il cuore in uno.

Potessi.

Potessi vedere
ciò che io sento

potessi sentire
ciò che io vedo

potessi essere
tutti i miei sensi

e in ogni mio senso
confondere te stessa

per non essere più
al di fuori

di ogni infinitesima scintilla
di questo mio essere

infinitamente diviso
in mille fuochi

dispersi
in questa notte,

la tua notte.

Breve il mio sorriso.

Breve il mio sorriso,
fiorito sul tuo:

da un sospiro,
un’ombra spalancata,
lo inghiotte;

durevole il tuo:

come un sole continuo,
fende, di luce,

il tempo.

La notte è semplice.

Notte
quanto è semplice
dire notte: altro è farla.

In silenzio il pensiero
è netto.

Pensiero che guardo
e mi guardo
pensarti

e penso
che col tempo
non posso separare il tempo

e spezzarlo, nel farlo
il mio tempo

come il respiro pensato
stanotte

diviso in istanti
più lunghi più brevi:

i respiri in bocca, nel freddo
hanno tutti lo stesso sapore

perché il tempo è ghiaccio
goccia a goccia rappreso
nella forma del freddo.

Il Domani dice adesso:

“Sii questo…”
“Sii…quello”

“Fa questo!”
“Fa quello!”

Tu pensata mi dici:

“Senti come ti brucio”
“ Senti la tua testa…”

e accosto la mia-tua mano
alla tempia. La luce
si è accesa
e dice agli occhi:

“Guardate”,
tu rispondi: “Chiudili!”

Il Mondo ti contraddice,
tu contraddici Lui,

mentre io resto in silenzio
confuso,

e prendo te per il mondo
come in una terra di nessuno

contesa nel mezzo dell’invisibile
vostro confine.

Così resto a guardare
e continuo a pensare
che la Notte sia semplice, troppo;

semplicemente farla
senza di te,

questo è il difficile.

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