Sembra…

22 febbraio 2012

Amleto, Atto primo, scena seconda:

“RE – Perché sempre sospese tante nuvole

sulla tua fronte?

AMLETO – Nuvole, signore?

anzi, son troppo al sole.

REGINA – Amleto, caro, togliti di dosso

quel colore notturno,

ed il tuo occhio riguardi da amico

colui ch’è ora il re di Danimarca;

non andare cercando di continuo

con quelle palpebre sempre abbassate

il tuo nobile padre nella polvere.

È legge di natura – lo sai bene –

che ciò che vive deve pur morire,

dal mortale passando all’immortale.

AMLETO – Sì, signora, è di tutti.

REGINA – E se è così,

perché sembra che tocchi solo a te?

AMLETO – Sembra, signora? No, non sembra, è;

io non conosco “sembra”.

Non è soltanto il mantello d’inchiostro,

buona madre, né il mio vestir consueto,

sempre così solennemente nero,

né il sospirar violento del mio petto,

né il copioso fluire dei miei occhi,

né l’aspetto contratto del mio volto

con gli altri segni e mostre del dolore,

ad esprimere il vero di me stesso.

Di tutto questo si può dir che “sembra”,

perché questi son tutti atteggiamenti

che ciascuno potrebbe recitare.

Ma quel che ho dentro va oltre la mostra…

queste esteriori son tutte gualdrappe,

e livree del dolore, nulla più.”

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« È stolto il far torto. Il torto nostro, quello che abbiamo arrecato, è più pesante da portare del torto altrui, […] bisognerebbe guardarsi dal far torto più ancora che dal subirlo: quest’ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza in una vendetta, nella compassione e nel consenso dei giusti, anzi dell’intera società, che teme chi compie il male.

— Non sono pochi gli uomini versati in quel sudicio raggiro di sé stessi consistente nel volgere il proprio torto in torto altrui, […] per potere in tal modo portare molto più facilmente il proprio peso. » (Friedrich Nietzsche )

Ressentiment è una parola francese (che corrisponde sostanzialmente al nostro “risentimento”) utilizzata nelle scienze umane, filosofia, storia, sociologia e psicologia.

Nel contesto predetto, ressentiment indica un senso di risentimento ed ostilità rivolto contro quello che ciascuno identifica quale causa della propria frustrazione, e pertanto un’attribuzione di biasimo (ad un soggetto esterno, surrettiziamente additato quale “colpevole”) per la propria frustrazione. Il senso di debolezza o inferiorità e forse di invidia nel prospettarsi predetta “causa” (impersonificata) fa nascere un sistema di valori rifiutante/giustificante, o moralità, che attacca o confuta/rimuove la fonte percepita della frustrazione del soggetto. L’ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Espressione acquisita in molte lingue per le sue valenze filosofiche e psicologiche, ressentiment non può essere sostituito con il vocabolo corrispondente italiano, e nemmeno in francese possiede la stessa portata semantica del (pure ortograficamente identico) termine del linguaggio comune. Anche se quest’ultimo si riferisce ugualmente ad un senso di frustrazione diretto ad una fonte percepita, nella lingua (e nella coscienza) comune non si istituisce alcun nesso tra senso d’inferiorità e creazione di una moralità. Pertanto, anche in questa voce useremo la dicitura ressentiment per mantenere tale distinzione.

Ressentiment fu introdotto originariamente come termine filosofico/psicologico da Friedrich Nietzsche. Il concetto divenne parte essenziale delle sue idee in tema di psicologia della questione “padrone-schiavo” (esposta analiticamente ne Al di là del bene e del male), e la conseguente nascita della moralità. Nietzsche presentò inizialmente — ed in via principale — il ressentiment nel suo

Genealogia della morale – Nietzsche « Il problema dell’altra origine del “buono”, del buono come lo ha concepito l’uomo del ressentiment, esige la sua risoluzione. — Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che non v’è in ciò alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini. E se gli agnelli si vanno dicendo fra loro: “Questi rapaci sono malvagi; e chi è il meno possibile uccello rapace, anzi il suo opposto, un agnello — non dovrebbe forse essere buono?” su questa maniera di erigere un ideale non ci sarebbe nulla da ridire, salvo il fatto che gli uccelli rapaci guarderanno a tutto ciò con un certo scherno e si diranno forse: “Con loro non ce l’abbiamo affatto, noi, con questi buoni agnelli; addirittura li amiamo: nulla è più saporito di un tenero agnello.” »

Ressentiment è la riallocazione della sofferenza compiuta da chi trasferisce il proprio senso di inferiorità/frustrazione su un capro espiatorio esterno. L’ego crea un nemico illusorio, una causa che può essere “rimproverata” per il proprio senso di inferiorità/frustrazione. Perciò, non si viene umiliati da un insuccesso in sé, ma piuttosto da un “maligno” esterno. Questa proiezione di “biasimo” conduce il soggetto a bramare vendetta; questa smania di vendetta può assumere varie forme, come nella concezione cristiana del giudizio universale, od il concetto socialista di rivoluzione. In entrambi i casi, il senso d’impotenza crea l’illusione di un nemico; all’improvviso, ci si auto-rappresenta come oppressi piuttosto che meramente deboli, un fenomeno che genera acrimonia verso un bersaglio esterno (bramosia di una “vendetta” percepita).

Il ressentiment origina dalla reattività: più un uomo è debole, più è incapace di adiaforia, ovvero di soffocare le reazioni. E viceversa, più un uomo è attivo, di animo forte e dinamico, tanto meno si concede spazio e tempo per riflettere su quello che gli vien fatto, e le sue reazioni (come immaginare di essere in realtà migliore) divengono meno compulsive. La reazione dell’uomo dalla volontà forte (una “bestia selvatica”), quando avviene, è idealmente di breve durata: non è qualcosa che occupi a lungo il suo intelletto.

Nella Terza dissertazione della “Genealogia”, l’originale pensatore conclude pure che il prete asceta, principale attore e simbolo della religione da lui tanto esecrata, arriva a compiere il prodigio di far ritorcere il ressentiment del sofferente su sé medesimo:

«Se si volesse compendiare, in una stringatissima formula, il valore dell’esistenza sacerdotale, si

dovrebbe senz’altro dire: il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. »

il tuo ritorno sarà il mio ritorno

i me stesso ti seguono, io solo resto;

un’effige d’ombra o che pare

(un quasi qualcuno ch’è sempre nessuno),

un nessuno, che, fino al loro e tuo ritorno,

passa perenne la sua solitudine

a sognare i loro sguardi aprirsi al tuo mattino

a sentire le stelle levarsi nei tuoi cieli:

quindi, nel nome misericordioso dell’amore,

non tardare più di quanto io privo di me

sopporti l’assenza dell’attimo in cui un altro

stringa fra le braccia la mia stessa vita che è tua

-quando paure, speranze, credi, dubbi, spariranno.

Ovunque e della gioia perfetta integrità siamo.

Hey you

9 febbraio 2012

Charles Bukowski

8 febbraio 2012

Le donne sanno bene che gli uomini non sono così stupidi come si crede − ma molto di più.

                                                                                                                                                (Paul-Jean Toulet)

« Mi hanno sempre usato perché sono una persona buona. Le donne che mi incontrano pensano: “Posso usare questo stronzo, farne quello che voglio, è un bonaccione”. E lo fanno. »

(Citazione tratta da un’intervista a Charles Bukowski)

Vorrei sedermi vicino a te in silenzio,
ma non ne ho il coraggio: temo che
il mio cuore mi salga alle labbra.
Ecco perche’ parlo stupidamente e nascondo
il mio cuore dietro le parole.
Tratto crudelmente il mio dolore per paura
che tu faccia lo stesso.

Il mio cuscino mi guarda di notte
con durezza come una pietra tombale;
non avevo mai immaginato che tanto amaro fosse
essere solo
e non essere adagiato nei tuoi capelli.

“Cercai, per darti, nel mio cuore
Le lettere d’avorio che dicono sempre

Sempre, sempre: giardino della mia agonia,
Il tuo corpo fuggitivo per sempre,
Il sangue delle tue vene nella mia bocca.
La tua bocca senza luce per la mia morte.”

Estudiantina

7 febbraio 2012

“La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta…”

La banalità del male.

7 febbraio 2012

Dopo alcune riflessioni su quanto mi è accaduto stamattina sul posto di lavoro, mi è venuto in mente questo testo, ancora molto attuale, in cui Hannah Arendt, a proposito dell’essere ligi alla legge, al dovere, scriveva:

“Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale (caratteristica del PERFETTO BURACRATE) si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania (e non solo…), che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a cui si obbedisce. Da qui la convinzione che occorra fare anche di più di ciò che impone il dovere. Qualunque ruolo abbia avuto Kant nella formazione della mentalità  della ‘povera gente’ in Germania, non c’è il minimo dubbio che in una cosa Eichmann seguì realmente i precetti kantiani: ‘una legge è una legge e non ci possono essere eccezioni.”

Mi domando se è giusto rispettare una legge che, pur essendo definita dall’uomo, preclude ad un altro uomo la possibilità di esercitare la propria libertà, al fine di alleviare una qualche sofferenza di un altro essere umano, sebbene quest’ultima sia sopportabile, solo per il dovere stesso di rispettare la Legge in generale.

Le risposte sincere non sono mai nette né rapide.

Bestia stanca, uno staffile di fiamme mi colpisce le reni. Ho ritrovato il vero senso delle metafore dei poeti. Mi sveglio ogni notte nell’incendio del mio stesso sangue.

Non si è liberi finché si desidera, si vuole, si teme, forse finché si vive.

Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni?

Quando tutti i calcoli astrusi si dimostrano falsi, quando persino i filosofi non hanno più nulla da dirci, è scusabile volgersi verso il cicaleccio fortuito degli uccelli, o verso il contrappeso remoto degli astri.

La mia opinione su di lui si modificava senza posa, il che accade solo per gli esseri che ci toccano da vicino: gli altri, ci contentiamo di giudicarli alla grossa, e una volta per tutte.

Parafrasando M. Yourcenar

7 febbraio 2012

“Ho sempre pensato che la (*mia) musica dovrebbe essere soltanto silenzio, il mistero del silenzio che cerca di esprimersi.” Dall’Alexis

* aggiunto da me

…di farla finita con qualcuno o qualcosa…

 

“…io sono quello che ti desidera, tu sei quella che non mi vuole…”

De profundis…

7 febbraio 2012

Te lo sto gridando, ma non sentirai mai, anche se te lo dicessi sottovoce, in un orecchio, avvicinandomi con una scusa. Te lo grido in silenzio, con suoni e parole d’altri, da qui da questo spazio che sa solo di vuoti, di assenze, “vivere è vivere in relazione” ma ego vox clamavi ad te in deserto…de profundis clamavi ad te, Helelah*.

*Luminosa, Chiara (Sostantivo)

VENERE: Ishtar –  Tioumoutiri – Phosphoros – La Stella del Mattino – Ayeleth-ha-Shakhar – Cervo del Mattino – Ouaiti – Hesperos – Kochav-ha-‘Erev – La Stella della Sera – Noga – Helel -:
Essendo uno degli oggetti più luminosi nel cielo, il pianeta è conosciuto sin dall’antichità e ha avuto un significativo impatto sulla cultura umana. È descritto dai Babilonesi in svariati documenti in scrittura cuneiforme, come il testo detto La Tavola di Venere di Ammisaduqa. I Babilonesi chiamarono il pianeta Ishtar, la dea della mitologia babilonese (connaturata con la dea Inanna dei Sumeri), personificazione dell’amore ma anche della battaglia. Gli Egizi identificavano Venere con due pianeti diversi, e chiamavano la stella del mattino Tioumoutiri e la stella della sera Ouaiti. Allo stesso modo, i Greci distinguevano tra la stella del mattino Φωσφόρος, o Phosphoros, e la stella della sera Ἓσπερος, o Hesperos; tuttavia, nell’epoca Ellenistica, si comprese che si trattava dello stesso pianeta. Hesperos fu tradotto in Latino come Vespero e Phosphoros come Lucifero (“portatore di luce”), termine poetico in seguito utilizzato per l’angelo caduto allontanato dal cielo. Gli Ebrei chiamavano Venere Noga (“luminoso”), Helel (“chiaro”), Ayeleth-ha-Shakhar (“cervo del mattino”) e Kochav-ha-‘Erev (“stella della sera”). Venere era importante per la civiltà Maya, che sviluppò un calendario religioso basato in parte sui suoi movimenti, e si basava sulle fasi di Venere per valutare il tempo propizio per eventi quali le guerre. Il popolo Maasai definì Venere Kileken, e ha una tradizione orale, incentrata sul pianeta, denominata “Il bambino orfano”. Venere ha un ruolo significativo nelle culture degli australiani aborigeni, come i Yolngu nell’Australia del Nord. Gli Yolngu si radunavano per aspettare la comparsa di Venere, che chiamavano Barnumbirr, e che, secondo la tradizione, permetteva di comunicare con i propri cari morti. Nell’astrologia occidentale, influenzata dalle connotazioni storiche legate alle divinità dell’amore, si ritiene che Venere influenzi questo aspetto della vita umana. Nell’astrologia indiana del Veda, Venere è nota come Shukra, ovvero “chiara, pura” in Sanscrito. Gli antichi astronomi cinesi, Coreani, Giapponesi e Vietnamiti chiamavano il pianeta “la stella d’oro”. Nella spiritualità Lakota, Venere è associata con l’ultima fase della vita e con la saggezza.

E sei così bella…

7 febbraio 2012

“…ed io in mille occasioni, sprofondarmi vorrei…

…ma sei così bella… che per te …mo ri ròoooooooo…”

Lo schermo non ha voce.

7 febbraio 2012

“Un lettera non arrossisce” e vorrei, infatti, udire non il silenzio delle tue parole, la forma della tua voce mentre pronuncia la stessa fredda catena di punti luminosi a configurare segni senz’anima, su uno schermo troppo angusto per i miei pensieri. Ma sfiorita la breve circostanza, la tua mano distratta ha già dimenticato i suoi movimenti.

RicordoNonRitorno.

6 febbraio 2012

Vorrei avere un ricordo, un ricordo che valga la pena di non essere dimenticato, un ricordo che valga solo perché non rimanga tale, un ricordo che non sia ricordo. Tutti quelli che lo sono stati, al momento, preferirei non ricordarli, mai. Sono solo ricordi che sanno di non ritorno.