Le erbacce della mente.

28 marzo 2012

E’ forse naturale avere dei dubbi, chiedersi se quello che pensiamo sia giusto, se sia obbiettivo, se la nostra visione della realtà combacia con l’essenza stessa della realtà oppure abbagliati dalle convinzioni, insite già nel nostro pensiero, o ancora da meccanismi ormai rodati, vi leggiamo, concatenando insieme i segni esteriori, significati calzati a forza su di essa. Spesso mi trovo in bilico tra la riservatezza e il desiderio di sapere, di verificare se vi sia o no uno scarto tra pensiero e oggetto. Probabilmente, il nostro pensiero è un organo così complesso, e talvolta bisogna lasciarlo semplicemente agire, porsi domande senza darsi delle risposte, perché, paradossalmente, queste risposte possono risultare false. Bisogna, come affermano certe dottrine, lasciare che il pensiero non modifichi se stesso, non si ripieghi, ma in un continuo dialogo “ingenuo” con l’oggetto sia paziente e resti in ascolto, senza fretta. Le vere risposte verranno quando sarà il momento, evitando così il proprio logoramento.

Il vento.

27 marzo 2012

“…Ci sono tante cose alle quali dovrei pensare, per esempio questo vento, adesso dovrei uscire e camminare nel vento. Non insieme a te, Line, non ti arrabbiare. Camminare nel vento è una cosa che non si può fare altro che da soli, perché c’è una tigre e un pianoforte la cui musica uccide gli uccelli, e la paura può essere dissolta solo dal vento, si sa, io è tanto che lo so…”

(A.K.)

Sospensione.

27 marzo 2012

Non è proprio il momento, questo, di fare scelte, di riflettere poiché sul tempo che avanza come un conico vortice di foglie che ti risucchia al centro di esso e ti rende cieco, confuso, inerme, non si può, non è concesso mutarne il corso con presunzione. C’è appena la falsa determinazione dell’alzare un dito, per il timore di non averlo fatto una volta raggiunto il limite che non concede ritorni. Eppure, quando non si ha scelta, non si sceglie.

Appena accennato, in questa scatola, dove sono stati lasciati in sospeso, illusioni, sogni coperti di cenere e passato, lontani come mari immobili e calmi sullo sfondo di questo vortice che incede impassibile, appena avvertito, dunque, è il soffio di un’intenzione, fievole ed esausto, ancora debolmente mosso da un fremito inpercettibile.

Sembra comunque sospeso, illuso, il giorno che volge al termine e ricopre di cenere e passato i nervi tesi dei mattini percorsi con incoscienza, che smuovono ancora come la risacca il corpo muto.

Sottosuolo.

24 marzo 2012

Si è fatto il vuoto, si è disteso come una tovaglia su un tavolo, qualche piega lo increspa: è la memoria che al di sotto si agita, rovista nei ricordi, smuove sogni ai piedi del tavolo, con le sue mani squadra ognuno di essi come oggetti antichi ormai in disuso, soffia per un istante la polvere che li ricopre e poi si accorge che troppe volte sono stati usati e rimessi al loro posto.

24 marzo 2012

La creatura che mi passava davanti facendomi arrossire per la sua bellezza, aveva gli occhi pieni del suo mondo, non poteva vedermi.

(E. D.L.)

Dialogo con la neve.

24 marzo 2012

Sono più di dieci anni che non vedevo questa scena, ma la ricordo perfettamente, ricordo le parole dell’autista che conduce il protagonista lungo un tratto della sua strada, della sua ricerca, che proseguirà da solo, come tutti gli uomini che sono alla ricerca di qualcosa. Ho stampate nella memoria le parole rivolte alla natura dall’autista, che riassumono secoli e secoli di quella storia che riannoda le vite di migliaia di uomini e del loro rapporto “epico” con l’ambiente, la Natura appunto, la stessa a cui si rivolge il personaggio, sotto forma di neve, come se si rivolgesse ad una persona, presenza silenziosa costante che risponde con la sua presenza e l’indifferenza del suo corso, fatto di cicli, perenne e inarrestabile. Noi tutti siamo questo autista. Di fronte alla Natura siamo tutti soli, come Lei.

“S’io credesse che mi risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse,
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.”  

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Due parole.

22 marzo 2012

Per caso

di proposito

ho trovato parole

scritte da te

non tue

su un pezzo di carta

senza fine

due parole

“per sempre”

ma son soltanto

due.

La terza, la prima,

dimenticata…

Metalinguismo e Arte.

22 marzo 2012

Andy Warhol, Joseph Beuys e Filiberto Menna.

“Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto è in questo”. Baudelaire ci dà ancora buone chiavi interpretative dei dati dell’esistenza e di questa fetta di esistenza che è l’arte. Negli ultimi anni, l’esperienza estetica è vissuta sotto il segno di queste due costanti: da un lato, l’artista si concentra in se stesso, riflettendo sui propri procedimenti e sulle funzioni mentali che stanno a monte di essi; dall’altro, si sporge sul mondo, penetra nello spazio e in qualche modo lo modifica. Arte Concettuale e Arte del Comportamento operano all’interno di questa struttura bipolare della centralità e della dispersione.
Nel momento dell’espansione, l’arte fornisce modelli alternativi di comportamento, si trasforma essa stessa in azione estetica e in evento vitale. Lo sconfinamento è la tecnica preferita dall’artista, veicoli privilegiati sono il gesto o il corpo nella sua totalità. Nel momento della concentrazione l’arte si dà come “sensazione concava” (Musil), come esperienza del vuoto e dell’assenza (l’assenza del rumore del mondo), dove diventa possibile l’esercizio difficile della mente che riflette su se stessa. Le polarità del vitale e del mentale hanno assunto, di volta in volta, il ruolo di protagonisti della scena artistica: se, fino a pochi anni addietro, l’espansione, lo sporgersi e il penetrare nel mondo hanno agito con forza maggiore nelle forme variamente definite Arte povera, Land art, Ecologic art e simili, oggi l’ago sembra spostarsi verso il polo della concentrazione. Non solo l’Arte Concettuale, ma anche le più recenti declinazioni della pittura e della fotografia, segnano questa oscillazione, sostituendo alla estroversione vitalistica e alle consuete preoccupazioni rappresentative un atteggiamento più freddo, che prende partito, asceticamente, per l’analisi e l’autoriflessione. Concettualismo, Nuova Pittura e Nuova Fotografia orientano la ricerca in una stessa direzione fondamentale, anche se con procedimenti segnati da caratteristiche proprie, trovando il loro denominatore comune nella comune attenzione per i problemi del linguaggio e della specificità disciplinare dei rispettivi campi operativi. L’artista assume un atteggiamento analitico, sposta i procedimenti dal piano immediatamente espressivo o rappresentativo a un piano riflessivo, di ordine metalinguistico, impegnandosi in un discorso sull’arte nel momento stesso in cui fa concretamente dell’arte. Accetta di operare in un ambito strettamente disciplinare e pone il problema del trasferimento su basi sistematiche dei propri strumenti linguistici. Procede, quindi, a una separazione metodologica del sistema dell’arte, e, all’interno di questo, alla individuazione-specificazione dei diversi sottosistemi rappresentati dalle diverse pratiche dell’arte.
In questa operazione analitica, egli incontra non poche difficoltà inerenti alla natura stessa del linguaggio, in quanto il procedimento comporta una sorta di scollamento tra il fare l’arte e il fare il discorso sull’arte. Naturalmente, non si tratta di due momenti distinti, nel senso che uno si attua sul piano della pratica specifica e l’altro sul piano della riflessione teorica affidato a un diverso strumento linguistico (il linguaggio verbale). C’è anche questo – come è noto – nell’arte moderna: anzi, una delle sue caratteristiche più tipiche è proprio di accompagnarsi a una continua indagine teorica, a una costante autoriflessione. Qui, si intende invece una operazione particolare che consente di compiere un’indagine analitica sull’arte nell’atto stesso in cui fa concretamente dell’arte. Un procedimento particolarmente evidente nella pratica della Nuova Pittura, nel cui ambito è stato individuato con esattezza nella sua specificità disciplinare:
“Riportare i problemi della pittura alla pittura obbliga l’artista a una specificazione essenziale della realtà plastica, a un’analisi del processo pittorico che non può porsi senza fare pittura.” [V. Fagone, in Fare Pittura, Bassano, 1973]
Introduciamo, a questo punto, una prima distinzione, all’interno della comune area analitica, tra un’indagine sul sistema dell’arte e un’indagine sul sistema (o sottosistema) della pittura. L’Arte Concettuale affronta il problema al primo livello, si interessa cioè al concetto di arte situato a monte delle forme specifiche in cui si concretano le diverse pratiche dell’arte, mentre la Nuova Pittura pone esplicitamente il problema della disciplina pittorica, cosí come l’oggetto Minimal aveva, in buona misura, posto la questione di un sistema (o sottosistema) della scultura, definendone i confini nell’ambito di una rigorosa contestualità sintattica.
Il divaricamento tra pratica dell’arte e riflessione sull’arte, denominatore comune delle diverse esperienze analitiche, assume pertanto una ampiezza maggiore nella investigazione concettuale, che prende una più marcata distanza dal fare e dalle componenti fisiche dell’arte, servendosi del linguaggio come di un artificio retorico, di una sorta di mnemotecnica, per risalire dal sensibile all’astratto, dalla fisicità della cosa (oggetto, immagine, parola) ai procedimenti mentali che presiedono alla formazione dell’arte e dei suoi statuti valutativi. L’attenzione che l’Arte Concettuale rivolge ai problemi del linguaggio risulta quindi maggiormente svincolata dalla pratica specifica in cui è impegnata la Nuova Pittura, ed acquista il significato di una messa a punto teorica intesa a sottolineare, in connessione con le discipline già fortemente formalizzate della logica matematica e della linguistica strutturale, le questioni inerenti ai concetti di tautologia, di analiticità delle proposizioni artistiche, di convenzionalità del segno linguistico, sia verbale che visivo-iconico, della distinzione tra enunciato e proposizione, tra espressione e giudizio. Ed è proprio quest’ultima distinzione a chiarire un aspetto specifico dell’Arte Concettuale, ossia la neutralità dei suoi modi di espressione: ciò che conta è il procedimento mentale che sta a monte dell’operazione, mentre non è particolarmente rilevante che questo procedimento venga comunicato con parole pronunciate verbalmente, con parole scritte, con fotografie, film, oggetti, e cosí via. Tutti questi modi della comunicazione sono da interpretare appunto come enunciati, come espressioni linguistiche di un contenuto significativo o giudizio, dato dalla proposizione. Ma la neutralità dell’ordine dei significanti riguarda solo l’atto della loro scelta, che è in buona misura intercambiabile: una volta avviata l’operazione, tutto si svolge sotto il segno della più stretta coerenza, su un piano sistematico-sintattico del più assoluto rigore, in quanto è dalla coerenza e dal rigore del sistema proposizionale (e non dalla cosa, dall’oggetto artistico in sé) che deriva la possibilità di stabilire lo statuto valutativo dell’arte. Le investigazioni concettuali concentrano quindi l’attenzione da un lato sui procedimenti mentali, sulla pòiesis, e, dall’altro sulla contestualità autonoma della proposizione, soprattutto con le punte più estremisticamente analitiche di Art-Language: di qui l’altro aspetto caratterizzante dell’Arte Concettuale, ossia il fenomeno dell’assottigliamento dei contenuti denotativi e della materializzazione dell’oggetto, fenomeno da considerare tuttavia come una conseguenza necessaria di una intenzionalità processuale volta ad altro e non come il fine stesso della ricerca. Comprendiamo meglio, da questa angolazione, i legami del Concettualismo con la scultura Minimal, intesa come oggetto intransitivo e autosignificante, dotato di quel grado di autonomia sintattica che gli artisti concettuali hanno poi cercato nella analiticità delle proposizioni logico-matematiche e nella circolarità tautologica. Ma l’oggetto Minimal, nel momento in cui si rifiuta a ogni tentazione metaforica, esige nondimeno una lettura in trasparenza proprio in quanto sposta l’attenzione dalla propria oggettualità ai procedimenti mentali che lo hanno costituito e lo definiscono. […]
L’Arte Concettuale porta quindi alle conseguenze estreme il processo di astrazione e di formalizzazione del linguaggio artistico che costituisce il segno caratterizzante della ricerca analitica dell’arte moderna: essa si situa pertanto a un livello meta-artistico nella misura in cui si colloca a monte delle definizioni specifiche dell’arte (la pittura, la scultura, la fotografia, ecc.) e non prende in esame aspetti particolari all’interno di una teoria dell’arte, bensí la teoria stessa nella sua complessità.
Da questo punto di vista, l’Arte Concettuale segna il momento della massima esplicitazione di quell’atteggiamento criticistico che distingue peculiarmente gran parte dell’arte moderna (carattere tanto deprecato dalle estetiche tradizionali) e che sorregge l’opera di rifondazione del linguaggio dell’arte attraverso il superamento della credenza ingenua in una corrispondenza immediata tra linguaggio e realtà. In questo, l’arte moderna si presenta come l’erede diretta del criticismo settecentesco: l’intelletto umano, prima di riflettere sul mondo, deve riflettere su se stesso, verificare le proprie facoltà e i propri procedimenti. Il varco tra intelletto e realtà non è garantito a priori, su fondamenti ontologici, cosí come non è garantito a priori il varco tra linguaggio dell’arte e il mondo.

( FILIBERTO MENNA – L’atteggiamento analitico – La linea analitica dell’arte moderna, Torino 1975 )

Ma tutto iniziò con Marcel Duchamp e Man Ray…

La parola assente.

22 marzo 2012

Man Ray , Lautgedicht, 1924.

domande

20 marzo 2012

Prima non capivo perché la mia domanda non ottenesse risposta, oggi non capisco come potessi credere di poter domandare. Ma io non credevo affatto, domandavo soltanto. (K.)

18 marzo 2012

« Se il cuore umano fa qualche sosta mentre scala le alture degli affetti, si ferma raramente sul ripido pendio dei rancori. »

«Il mondo è infame.

Infame? No, va avanti per la sua strada, tutto qui. »

« Ebbene, signor de Rastignac, trattate questo mondo come merita. Volete arrivare,  vi aiuterò. Sonderete quanto è profonda la corruzione femminile, potrete misurare la miserabile vanità degli uomini. Benché avessi  già letto molto nel libro del mondo, c’erano pagine che ancora non conoscevo. Adesso so tutto. Più freddamente calcolerete, più andrete avanti. Colpite senza pietà, sarete temuto. Considerate gli uomini e le donne come cavalli da posta che lascerete crepare a ogni stazione, così arriverete in cima ai vostri desideri. Vedete, voi non sarete mai nulla, qui, se non avrete una donna che s’interessi a voi. Dovrà essere giovane, ricca, elegante. Ma se proverete un sentimento sincero, nascondetelo come un tesoro; non lasciatelo mai trapelare, sareste perduto. Non sareste più il carnefice, diventereste la vittima. Se vi innamoraste davvero, dovrete conservare gelosamente il vostro segreto! Non confidatelo a nessuno prima di aver ben capito chi è la persona a cui aprite il vostro cuore. Per preservare in anticipo questo amore che non esiste ancora, imparate a diffidare di questo mondo. »

« Quando non ci si vuole far ingannare dalle marionette, bisogna entrare nella baracca. »

« L’amore e la Chiesa esigono belle tovaglie sui loro altari. »

« No, le donne sono autentiche, anche nel momento di maggior falsità, perché cedono a qualche sentimento naturale. »

I conti tornano sempre, e se non tornano, basta aspettare che il tempo faccia il suo lavoro, riduca tutto alla giusta misura, d’altronde anche per trovare la giusta prospettiva dalla quale osservare qualcosa da lontano, che prima ci sembrava vicino, c’è bisogno di tempo. Tutto è relativo al tempo e allo spazio, anche le parole ribadite, le affermazioni sostenute con sicurezza, fermezza sono soffiate dal vento mutevole che spazza via dei momenti circoscritti. “Verba volant” quindi, e non solo le “verba”, il veicolo, ma anche il suo messaggio si è disperso, distorto, scomparso, ripudiato, fino a rinnegare quella maschera di se stesso e a tramutarsi in silenzio, che è assenza di forma e sostanza (o impressione sensoria di essa). Il silenzio afferma se stesso nella negazione, è assenza di suono, ma dire che sia senza sostanza non è esatto, dire che è vuoto significa solo affermare che è sostanza priva di percezione, sostanza pura dunque; l’essenza del suono è l’assenza di esso ed è anche assenza di messaggio, di significato, la ragione trova nel silenzio l’antidoto alla visione univoca, unilaterale, parziale, faziosa, (illusoria tanto quanto, al principio, si rivelò assertiva), della nostra percezione sensoriale.

Ergo…verba volant, silentio manent.

L’Inutile.

15 marzo 2012

E’ inutile seguire la linea curva
del freddo sulle tue mani

E’ inutile seguire il profilo di un soffio
che copre le trasparenze
dell’iride azzurro del tuo cuore

E’ inutile muoversi sui percorsi
che disegnano come chiome d’ombra
i tuoi pensieri occulti

Inutile passione questa di credere
che non sia incomprensibile e vana
questa sosta del reale

il sognare ad ogni angolo del divagare
in questo sogno che giace perenne
in un palmo di mano.

“Riverbera un silenzio dalle sue parole, risale alla fonte, acqua che lambisce questa solida superficie di giorni.
Non è questa lontananza, quasi abissale, che dà sapore di definitiva perdita, ma è l’istante che separa il desiderio d’essere con lei, dalla presa di coscienza che a nulla servirebbe la sua prossimità. Ormai sono maturati i frutti del distacco, caduti e marciti nella terra. Altri frutti che posso veder crescere oggi, crescono e restano comunque acerbi, frutti che non maturano, come se anelassero a restare nella terra incolta.”

Adesso né frutti né marcescenza…

“Anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata la “donna della mia vita”. Pensavo che l’avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l’iride e i dotti lacrimali. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l’oscurità che c’è nell’altro. Perché accontentarsi, Myriam? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?”

Senza ragioni.

15 marzo 2012

Stasera non ho voglia di trovar ragioni, non ho voglia di darmi degli spintoni, non ho voglia di illudermi che cambi qualcosa un domani. E’ tutto così lontano da qui, le parole del mondo restano sospese come nuvole che punteggiano un cielo vuoto su un suolo deserto e arido. Non ho voglia di trovare ragioni, neanche l’essere per se stessi ha senso e le parole restano suoni, avvertiti dall’interno di un scatola in cui è racchiuso un fiore appassito, un grido senza voce; ma un fiore appassito, si sa, non rinasce, il suo seme non è più; un grido senza voce, non si avverte, è silenzio. Non voglio più seminare inganni stasera, ho voglia solo di non avere un cervello per pensare, degli occhi per vedere, una voce per parlare, dei piedi per camminare. Tuttavia, scrivo e mi accorgo che neanche queste parole hanno qualcosa di reale, forse sono solo menzogne, ma vorrei che non lo fossero adesso, in questa sera in cui non ho voglia di trovar ragioni; stasera non ne vedo e sono stanco di alzare la voce interiore che invoca una ragione, l’ultima e la prima, ma chissà se esiste questa Ragione, questa essenza che cerchiamo nel visibile e nell’invisibile di noi stessi; forse è soltanto un’illusione dell’io, e se così fosse, anch’esso, anche l’io, è un’illusione o al massimo un io illuso di poter trovare questa Ragione, o infine l’illusione sarebbe l’unica cosa che rimane: l’illusione dell’Io e di una ricerca di una Ragione che giustifichi entrambi.