Era Herb Mc Ginnis, il mio amico cardiologo, a parlare. Eravamo seduti tutti e quattro attorno al tavolo della cucina di casa sua e bevevamo gin. Era sabato pomeriggio. Dalla finestra grande dietro il lavello, la luce del sole inondava la cucina. Oltre a me e Herb, c’erano la sua seconda moglie Teresa –ma noi la chiamiamo Terri – e mia moglie, Laura. Abitavamo ad Albuquerque, ma venivamo tutti da qualche altro posto. In mezzo al tavolo c’era un secchiello pieno di ghiaccio. La bottiglia del gin e quella dell’acqua tonica facevano continuamente il giro e, non so come, c’eravamo messi a parlare d’amore. Secondo Herb, il solo vero amore era quello spirituale. Da giovane, aveva passato cinque anni in seminario prima di lasciar perdere e di iscriversi alla facoltà di Medicina. In quella occasione aveva mollato anche la Chiesa, ma diceva di considerare ancora gli anni passati in seminario come i piú importanti della sua vita. Terri ha detto che l’uomo con cui viveva prima di mettersi con Herb l’amava tanto che aveva tentato di ammazzarla. Herb è scoppiato a ridere dopo che la moglie ha detto cosí. Ha fatto una smorfia. Terri l’ha guardato. Poi ha aggiunto: – Una sera, l’ultima che abbiamo passato insieme, mi ha riempita di botte. Mi ha trascinata per tutto il soggiorno per le caviglie e intanto continuava a ripetere:«Ti amo, possibile che non lo capisci? Ti amo, brutta stronza!», e a trascinarmi in giro per il soggiorno:sbattevo la testa dappertutto –. Terri ha fatto tutto il giro del tavolo con lo sguardo e poi l’ha abbassato sulle proprie mani attorno al bicchiere. – Che te ne fai di un amore così? – ha detto. Era una donna tutt’ossa con un bel viso, occhi scuri e capelli castani che le scendevano lunghi sulla schiena. Le piacevano le collanine di turchese e gli orecchini pendenti. Aveva quindici anni meno di Herb, era reduce da diversi periodi di anoressia e verso la fine degli anni Sessanta, prima di iscriversi ai corsi per infermiera, era stata una vagabonda, una «figlia della strada» come diceva lei. A volte Herb la chiamava, con affetto, la sua hippy.– Ma dai, Dio buono, non dire fesserie. Quello non è mica amore, lo sai benissimo, – le fa Herb. – Non so come lo chiameresti tu – per me si chiama pazzia – ma amore no di sicuro, che diamine.– Di’ quel che ti pare, ma io so che mi amava davvero, – ha detto Terri. – Io lo so. Magari a te sembra una follia, eppure è vero. Non siamo mica tutti uguali, Herb. Va bene, certe volte si comportava da matto. D’accordo. Però mi amava. A modo suo, ma mi amava. C’era dell’amore anche lì, Herb. Non puoi negarlo. Herb ha sospirato. Ha preso in mano il bicchiere e ha guardato me e Laura. – Quell’uomo ha minacciato di morte anche me –. Ha vuotato il bicchiere e ha allungato la mano per prendere la bottiglia del gin. – Terri è una romanticona. Appartiene alla scuola del «prendimi a calci così so che mi ami». Dai, Terri, tesoro, adesso non fare quella faccia –. Herb allunga la mano sopra il tavolo e le sfiorala guancia con le dita. Le fa un gran sorriso.– Adesso vuole metterci una pezza, – dice Terri. – Dopo che mi ha trattata da deficiente –. Lei non sorrideva affatto.– Quale pezza? – chiede Herb. – Non c’è nessuna pezza da mettere. So bene come stanno le cose. Tutto qui.– Se non è una pezza, allora che? – chiede Terri. – E comunque, com’è che siamo finiti aparlare di questo? – Ha sollevato il bicchiere e ha dato un sorso. – Herb ha la fissa dell’amore, – ha aggiunto. – Non è vero, tesoro? – Questa volta ha sorriso e io ho pensato che la cosa sarebbe finita lì. – È che non definirei amore il comportamento di Carl. Ho solo detto questo, tesoro, – fa Herb.

– E voi che ne dite, ragazzi? – aggiunge, rivolto a Laura e me. – Secondo voi, si tratta di amore?Ho alzato le spalle. – Non chiedere a me. Non l’ho mai neanche conosciuto il tizio. L’ho giusto sentito nominare. Carl. Non saprei proprio. Bisognerebbe conoscere i dettagli. Secondo me, amore non è, però che ne sai? Ci sono tanti di quei modi di comportarsi e di mostrare affetto. Posso dirti che a me quello lì non mi appartiene. Ad ogni modo, Herb, tu stai dicendo che l’amore è un assoluto?– Il tipo di amore che intendo io, sì, – dice Herb. – Il tipo di amore che intendo io, non te ne vai certo in giro a cercare di ammazzare la gente. Laura, la mia dolce, grande Laura, ha detto con calma: – Non so niente di Carl, né della situazione. E poi, come si fa a giudicare la situazione degli altri? Comunque, Terri, non avevo idea della violenza. Le ho sfiorato il dorso della mano. Lei mi ha lanciato un rapido sorriso, poi si è rivolta di nuovo a Terri. Le ho preso la mano. Era calda, le unghie smaltate, ben curate. Le ho circondato l’ampio polso con le dita, a mo’ di braccialetto, e l’ho tenuta cosí.– Quando me ne sono andata, si è bevuto il veleno per topi, – ha detto Terri. Si è stretta nelle braccia. – L’hanno portato all’ospedale di Santa Fe, dove abitavamo all’epoca, e lì sono riusciti a salvarlo, però gli sono partite le gengive. Cioè, praticamente gli si sono ritirate dai denti. Da allora in poi, più che denti sembravano zanne. Dio buono, – ha esclamato Terri. È rimasta un attimo così, poi ha mollato la presa sulle braccia e ha afferrato il bicchiere.– Certo che la gente ne fa di cose strane! – dice Laura. – Mi dispiace per lui, anche se non credo mi stia tanto simpatico. E ora dov’è?– Ormai è uscito di scena, – fa Herb. – È morto –. E mi passa il piattino con le fette di lime. Ione prendo una, la strizzo nel mio bicchiere e agito un po’ i cubetti di ghiaccio con un dito.– E il peggio deve ancora venire, – ha ripreso Terri. – Si è sparato in bocca. Ma è riuscito a combinare un pasticcio anche in quello. Povero Carl, – dice, scuotendo la testa.– Povero Carl un cavolo, – ha detto Herb. – Era un tipo pericoloso –. Herb aveva quarantacinque anni. Era alto e slanciato, con capelli ondulati che andavano ingrigendo. Aveva volto ebraccia abbronzati perché giocava a tennis. Quando era sobrio, i suoi gesti, ogni suo movimento, erano attenti e precisi.– Però mi voleva bene, no, Herb? Almeno questo lo ammetterai, – ha detto Terri. – È l’unica cosa che ti chiedo. Certo non mi amava come mi ami tu. Non dico questo. Però mi amava. L’ammetti o no? Non ti chiedo mica tanto.– Come sarebbe a dire, «combinare un pasticcio»? – ho chiesto io. Laura si è chinata in avanti col suo bicchiere. Ha poggiato i gomiti sul tavolo e l’ha stretto con entrambe le mani. Ha lanciato sguardi sia a Terri che a Herb ed è rimasta un po’ in attesa, con un’espressione perplessa sul volto schietto, come fosse stupefatta che cose del genere potessero succedere a gente che conosceva bene. Herb ha scolato il bicchiere. – Cioè, come ha fatto a combinare un pasticcio quando s’è ammazzato? –chiedo di nuovo.– Adesso te lo dico io cos’è successo, – ha risposto Herb. – Ha preso la calibro 22 che s’era comprata per minacciare me e Terri… oh, dico sul serio, aveva voglia di usarla. Avreste dovuto vedere come ci toccava vivere a quei tempi. Come fuggiaschi. Mi sono comprato una pistola anch’io che credevo di essere un tipo non violento. L’ho comprata per autodifesa e la tenevo nel cassetto del cruscotto. Sapete, certe volte dovevo uscire di casa nel cuore della notte, per correre in ospedale, no?Terri e io non eravamo ancora sposati all’epoca, e la mia prima moglie s’era presa la casa e i ragazzi,perfino il cane, tutto, e insomma Terri e io vivevamo in un appartamento. A volte, come vi dicevo, mi telefonavano nel cuore della notte e dovevo correre in ospedale alle due o alle tre del mattino. Era buio nel parcheggio e mi veniva la sudarella prima ancora di arrivare alla macchina. Non si sa mai, quello poteva sbucare dai cespugli o da dietro un’altra macchina e mettersi a sparare. Voglio dire, era matto sul serio. Era anche capace di piazzarci una bomba, sotto la macchina, qualsiasi cosa. Mi lasciava dei messaggi in segreteria a tutte le ore, dicendo che aveva bisogno di parlare con il dottore, e quando gli ritelefonavo mi diceva: «Brutto figlio di puttana, hai i giorni contati». Insomma, cosette del genere. Avevo una gran fifa, vi giuro.– sì, ma a me ancora dispiace per lui, – ha detto Terri. Ha mandato giù un sorso dal suo bicchiere e ha guardato Herb. Lui le ha restituito lo sguardo.– Sembra un vero incubo, – ha detto Laura. – Ma cos’è successo esattamente dopo che s’è sparato? – Laura fa la segretaria da un avvocato. Ci eravamo incontrati per lavoro, in mezzo a un sacco di altra gente, ma avevamo cominciato a parlare e io l’avevo invitata a cena. Neanche il tempo di rendercene conto ed eravamo passati a farci la corte. Ha trentacinque anni, tre meno di me. Oltre a essere molto innamorati, ci piacciamo un sacco e stiamo bene insieme. È una persona con cui è facile star bene. – Insomma, che cosa è successo? – ha chiesto di nuovo Laura. Herb ha lasciato passare qualche secondo, rigirandosi il bicchiere tra le dita. Poi ha detto: – Si è sparato in bocca in camera sua. Qualcuno ha sentito lo sparo e ha avvertito il portiere. Sono entrati con un passe-partout, hanno visto quello che era successo e hanno chiamato un’ambulanza. Per caso ero in ospedale quando l’hanno ricoverato nel pronto soccorso. Ero lì a visitare un altro paziente. Era ancora vivo, ma non c’era speranza di poter fare qualcosa per lui. Eppure, ha resistito tre giorni. Però guarda, la testa gli si è gonfiata del doppio rispetto al normale. Mai vista una cosa del genere e spero di non vederla mai più. Terri voleva accorrere al suo capezzale, quando l’ha saputo. Abbiamo perfino litigato. Secondo me, non doveva vederlo in quello stato. Lo pensavo allora, che non doveva proprio vederlo in quello stato, e ne sono ancora convinto adesso.– Chi l’ha avuta vinta? – ha chiesto Laura.– Ero nella sua stanza quando è morto, – ha detto Terri. – Non ha mai ripreso conoscenza e non c’era speranza per lui. Però sono rimasta lì a vegliarlo. Non aveva nessun altro al mondo.– Era un tipo pericoloso, – insiste Herb. – Se vuoi dire che era amore, accomodati pure.– Era amore, – fa Terri. – Certo, agli occhi della gente era una cosa fuori dal normale. Ma lui era disposto a morirci. E in effetti c’è morto.– Be’, quant’è vero l’inferno, io non lo chiamerei amore, – dice Herb. – Cioè, nessuno lo sa veramente per cosa è morto. Di suicidi ne ho visti tanti, e di tutte le persone che gli erano vicine non me ne viene in mente una sola che sapesse dirlo per certo. E anche quando sostenevano di essere loro la causa, be’, non lo so mica –. Herb si è messo le mani dietro la nuca e ha inclinato indietro la sedia. –Non saprei che farmene di quel genere di amore lì, – ha detto Herb. – Se quello è amore, accomodatevi pure. Dopo un attimo, Terri ha detto: – Avevamo paura. Herb ha fatto addirittura testamento e ha scritto al fratello in California che era stato nei Baschi Verdi. Gli ha detto chi andare a cercare se gli fosse successo qualche cosa di strano. O anche di non tanto strano! – Terri ha scosso la testa e si èmessa a ridere della cosa. Quindi ha mandato giù un altro sorso. Poi ha continuato: – Però, è vero che vivevamo un po’ come fuggiaschi. Avevamo davvero paura di lui. A un certo punto ho perfino chiamato la polizia, ma non è che siano stati granché d’aiuto. Dicevano che non potevano fargli niente,non potevano arrestarlo né niente finché Carl non avesse fatto qualcosa di concreto contro Herb. Non è da ridere? – ha detto Terri. Si è versata l’ultima goccia di gin e ha agitato la bottiglia. Herb si è alzato dal tavolo ed è andato verso la credenza. Ha tirato giù un’altra bottiglia.– Be’, io e Nick siamo innamorati, – ha detto Laura. – Non è vero, Nick? – Ha accostato il ginocchio al mio. – Adesso tocca a te dire qualcosa, – mi fa, con un gran sorriso. – Io dico che andiamo molto d’accordo. Ci piace fare le cose insieme e, toccando ferro, nessuno dei due ha ancora riempito di botte l’altro, grazie a Dio. Direi che siamo abbastanza felici. Mi sa che dobbiamo proprio accontentarci. Per tutta risposta, le ho preso la mano e me la sono portata alle labbra in maniera assai cerimoniosa. Il mio baciamano ha fatto molta scena. Erano tutti divertiti. – Siamo fortunati, – ho detto.– Voi due, – ha detto Terri. – Smettetela subito. Mi fate venire la nausea! Siete ancora in luna di miele, ecco perché vi comportate così. La cotta non vi è ancora passata. Aspettate e vedrete. Quanto tempo è che state insieme? Vediamo, cos’è, un anno? Un po’ più di un anno?– Andiamo per l’anno e mezzo, – ha detto Laura, rossa in viso e tutta sorridente.– Siete ancora in luna di miele, – ha ripetuto Terri. – Aspettate un altro po’ –. Tenendo stretto il bicchiere, ha posato lo sguardo su Laura. – Naturalmente scherzo, – ha aggiunto. Herb intanto aveva aperto l’altra bottiglia e fatto il giro del tavolo. – Gesù, Terri, non dovresti dire certe cose, neanche se non dici sul serio, neanche per scherzo. Porta male. Coraggio, ragazzi,facciamo un brindisi. Propongo un brindisi. Un brindisi all’amore. Al vero amore, – ha detto Herb. E giù a far tintinnare i bicchieri. – All’amore, – abbiamo ripetuto tutti. In giardino uno dei cani si è messo ad abbaiare. Le foglie del pioppo tremulo che si piegava dietro la finestra oscillavano rapide nel vento. Il sole pomeridiano abitava la stanza come un essere a séstante. Improvvisamente un senso di benessere e generosità si è diffuso attorno al tavolo, una sensazione di amicizia e di appagamento. Avremmo potuto essere in qualsiasi posto. Abbiamo alzato ancora i bicchieri e ci siamo sorrisi a vicenda come bambini che una volta tanto si sono trovati tutti d’accordo. – Ve lo dico io che cos’è il vero amore, – ha detto alla fine Herb, spezzando l’incantesimo. – Cioè, ve ne darò un buon esempio, poi ne potete trarre le conclusioni che volete –. Si è versato dell’altro gin. Ci ha aggiunto un cubetto di ghiaccio e uno spicchio di lime. Noi siamo rimasti in attesa,sorseggiando dai nostri bicchieri. Laura e io abbiamo accostato un’altra volta le ginocchia. Le ho appoggiato una mano sulla coscia calda e ce l’ho lasciata.– In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Herb. – E quel che dico, be’, lo dico davvero, se volete perdonarmi la franchezza. Ma, secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore. Diciamo di amarci e magari è vero, non ne dubito. Ci amiamo a vicenda e ci amiamo forte, tutti noi. Io amo Terri e Terri ama me e anche voi due vi amate. Sapete, no, di che tipo d’amore parlo? Dell’amore fisico, quell’attrazione verso l’altro, verso il proprio compagno, e anche del semplice amore di tutti i giorni, l’amore per l’essere dell’altro, l’amare il tempo passato insieme, insomma tutte le piccole cose che costituiscono l’amore di tutti i giorni. L’amore carnale,dunque, e, be’, chiamiamolo pure l’amore sentimentale, la cura e l’affetto quotidiano per l’altra persona. Ma a volte ho grosse difficoltà a fare i conti con il fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie. Però è vero, lo so che è vero. Perciò, prima che possiate fare obiezioni, diciamo pure che, da questo punto di vista, io sono esattamente come Terri. Come Terri e Carl, voglio dire –. È rimasto un po’ lì a pensarci, poi ha continuato: – C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita, abbiamo anche fatto dei figli assieme. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? È stato semplicemente cancellato dalla grande lavagna, come se non ci fosse mai stato scritto, come se non fosse mai successo? Vorrei tanto saperlo, che fine ha fatto. Vorrei tanto che qualcuno me lo dicesse. E poi c’è Carl. Eh già, siamo tornati a Carl. Insomma, Carl ama Terri al punto che cerca di ammazzarla e poi finisce per ammazzarsi –. Herb ha smesso di parlare e ha scosso la testa. – Voialtri siete insieme da diciotto mesi e vi amate, si vede benissimo, sprizzate amore da tutti i pori. Se non ché tutti e due avete amato altri prima d’incontrarvi. Siete stati entrambi sposati, proprio come noi. E probabilmente prima di sposarvi avete amato altre persone ancora. Terri e io sono cinque anni che stiamo insieme e siamo sposati da quattro. E la cosa tremenda, la cosa veramente tremenda, ma anche la cosa buona, la benedizione dal cielo, per dirla così, è che se a uno di noi succedesse qualcosa – scusatemi se lo dico –,insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona,soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite ne uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare e tutto questo, tutto questo amore – Gesú, riuscite a immaginarlo? –diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello. Magari è così che dev’essere. Però, sbaglio? Sono fuori strada? Perché io so che è quello che accadrebbe a noi, a Terri e a me, per quanto ci possiamo amare. A chiunque di noi, se è per quello. Azzardo fin lì, toh. E in ogni caso l’abbiamo tutti dimostrato. Solo che non capisco. Se sbaglio, vorrei tanto che mi rimetteste sulla buona strada. Ci tengo a saperlo. Voglio dire, non ne so niente, io, e sono il primo ad ammetterlo.– Per l’amor di Dio, Herb, – ha detto Terri. – Che cosa deprimente. Rischia di diventare veramente deprimente. Tu pensa pure che sia vero, – ha detto, – però è deprimente lo stesso –. Ha allungato la mano e gli ha afferrato l’avambraccio, vicino al polso. – Che c’è? Ti stai ubriacando,Herb? Sei un po’ ubriaco, tesoro?– Tesoro, sto solo parlando, va bene? – ha detto Herb. – Non devo mica per forza essere ubriaco per dire quello che penso, no? Non sono ubriaco. Stiamo solo parlando, giusto? – ha detto. Poi ha cambiato tono di voce. – Però, se voglio ubriacarmi, m’ubriaco, accidenti! Posso fare quello che voglio, oggi –. Le ha puntato gli occhi addosso.– Caro, non ti sto mica criticando, – gli fa Terri. E prende su il bicchiere. – Oggi sono di riposo, – dice lui. – Posso fare quel che mi pare. Sono solo un po’ stanco, ecco.– Herb, ti vogliamo tutti bene, – dice Laura. Herb ha squadrato Laura. L’ha squadrata come se per un attimo non riuscisse a metterla a fuoco. Lei ha continuato a guardarlo con il solito sorriso. Aveva le guance rosse e il sole negli occhi,perciò per guardarlo li teneva socchiusi. I lineamenti di Herb si sono rilassati. – Anch’io ti voglio bene, Laura. E anche a te, Nick, voglio bene anche a te. Ve l’assicuro, voi siete i nostri cari amici, – ha detto Herb. Ha preso il bicchiere. – Dunque, cosa stavo dicendo? Ah, ecco. Volevo raccontarvi una cosa che è successa un po’ di tempo fa. Mi sa che volevo dimostrarvi una cosa e vedrete che ci riesco se solo mi fate raccontare questa storia così com’è. È una cosa successa qualche mese fa, ma va avanti ancora adesso. sì, si potrebbe dire così. Però ci dovrebbe far vergognare quando parliamo come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore. – E dai, su, Herb, – è intervenuta Terri. – Sei troppo ubriaco. Non parlare cosí. Non parlare come un ubriaco se non lo sei.– Vuoi star zitta una buona volta, eh? – ha detto Herb. – Fammi raccontare questa cosa. È un po’ che mi gira in testa. Tu sta’ zitta un attimo. Te ne ho già raccontato un pezzo quando è successa. Ti ricordi la storia dei due vecchietti che hanno avuto quell’incidente sull’interstatale? Un ragazzo li ha presi in pieno ed erano ridotti proprio male, tanto che nessuno dava loro molte probabilità di cavarsela. Fammela raccontare, Terri. Stattene solo un po’ zitta. Va bene?Terri ci ha lanciato un’occhiata e poi è tornata a guardare Herb. Sembrava angosciata, non c’è altro modo per dirlo. Herb intanto faceva fare il giro del tavolo alla bottiglia. – Sorprendimi, Herb, – ha detto Terri. – Sorprendimi oltre l’immaginabile e il ragionevole. – Potrei anche farlo, – ha detto Herb. – Potrei, sì. Del resto anch’io non smetto mai di sorprendermi. Tutto nella mia vita mi sorprende –. L’ha fissata per qualche momento. Poi ha cominciato a parlare.– Quella sera ero di guardia io. Era maggio, o forse giugno. Terri e io ci eravamo appena seduti a tavola, la sera, quando mi hanno chiamato dall’ospedale. C’era stato un incidente sull’interstatale. Un ragazzotto ubriaco, poco più che adolescente, con il furgoncino del padre aveva sfondato il camper dove c’erano questi due vecchietti. Avranno avuto settantacinque anni o giù di lì. Il ragazzo – diciotto, diciannove anni – è arrivato in ospedale bell’e morto. Il volante gli aveva sfondato lo sterno e de’essere morto sul colpo. I vecchietti, invece, erano vivi, a malapena, ma vivi. Avevano di tutto:fratture multiple, contusioni, lacerazioni, insomma il quadro completo, e per di più avevano entrambi una bella commozione cerebrale. Erano ridotti proprio male, credetemi. E poi l’età giocava contro. Lei stava un tantino peggio di lui, addirittura. Aveva anche la milza spappolata e, oltre a tutto il resto,entrambe le rotule fratturate. Però s’erano allacciati le cinture di sicurezza e, Dio solo sa come, quella cosa li aveva salvati.– Gente, è il momento della pubblicità progresso del Consiglio nazionale sulla sicurezza, – ha annunciato Terri. – Vi parla il vostro relatore, il dottor Herb Mc Ginnis. Ora aprite bene le orecchie, –ha detto, scoppiando a ridere, poi ha abbassato la voce. – Herb, certe volte sei proprio uno spasso. Ti amo, tesoro. Ci siamo messi tutti a ridere. Herb insieme a noi. – Anch’io ti amo, cara. Ma lo sai, no? – Si èsporto sopra il tavolo, Terri l’ha raggiunto a metà strada e si sono baciati. – Comunque Terri ha ragione, – ha ripreso Herb, rimettendosi seduto. – Allacciatevele, le cinture di sicurezza. Date retta a quello che dice il dottor Herb. A parte gli scherzi, insomma quei vecchietti erano ridotti proprio a pezzi. Quando sono arrivato in ospedale, l’interno e gli infermieri stavano già lavorando su di loro. Il ragazzotto era andato, come ho detto. L’avevano messo in un angolo sopra una barella. Qualcuno aveva già avvertito i parenti e quelli delle pompe funebri stavano arrivando. Io ho dato un’occhiata alla coppia di anziani e ho detto all’infermiera del pronto soccorso di far venire subito giù un ortopedico e un neurologo. Per farla breve, gli altri colleghi sono arrivati e abbiamo portato i vecchietti in sala operatoria e ci abbiamo lavorato su tutta la notte. Avevano delle riserve incredibili, quei due, ogni tanto capita. Insomma, abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare e verso il mattino gli davamo un cinquanta per cento di probabilità di cavarsela, magari alla donna un po’ di meno, diciamo il trentasette per cento. Anna Gates, si chiamava, ed era una donnetta sorprendente. Comunque, eccoli lì, al mattino,ancora vivi e così li trasferiamo nell’unità di terapia intensiva dove potevamo seguire ogni loro respiro e tenerli sotto controllo ventiquattro ore al giorno. Ce li abbiamo tenuti per quasi due settimane, lei un po’ di più, prima che le loro condizioni migliorassero abbastanza da poterli trasferire in corsia nelle loro stanze. Herb si è interrotto. – A questo punto, – dice, – facciamoci un altro goccetto di gin. Finiamocelo. Poi usciamo a cena, giusto? Io e Terri conosciamo un posto. Un ristorantino nuovo. Andiamo lì, in questo nuovo posto che sappiamo noi. Ci andiamo appena finiamo questo gin.– Si chiama «La Biblioteca», – dice Terri. – Non è che ci siete già stati, eh? – chiede, ma io e Laura scuotiamo la testa. – Bel posto. Pare faccia parte di una nuova catena, ma non sembra per niente una catena, sapete, no? Ci sono davvero gli scaffali con su libri veri. Dopo cena si può curiosare un po’e prendere in prestito un libro e riportarlo la prossima volta che si va a cena lì. E il cibo è roba da non crederci. Herb sta leggendo Ivanhoe. L’ha preso in prestito quando ci siamo stati la settimana scorsa. Gli è bastata una firma su una scheda. Proprio come in una biblioteca vera.– Bel libro, Ivanhoe, – ha detto Herb. – Gran bel libro. Se potessi ricominciare da capo,studierei letteratura. In questo momento sto attraversando una crisi d’identità. Vero, Terri? – dice Herb. E scoppia a ridere. Intanto fa girare il ghiaccio nel bicchiere. – Ormai sono anni che ho una crisi d’identità. Terri lo sa bene. Chiedete a Terri. Però lasciate che vi dica una cosa. Se potessi rinascere in una vita diversa, in un’epoca diversa e via dicendo, sapete che c’è? Vorrei rinascere cavaliere. Con tutta quell’armatura addosso si era abbastanza sicuri. Fare i cavalieri era un buon mestiere finché non hanno inventato la polvere da sparo, i moschetti e le pistole calibro 22.– A Herb piacerebbe cavalcare un destriero bianco con la lancia in resta, – ha detto Terri ridendo.– Portare la giarrettiera di una dama ovunque vada, – dice Laura.– O magari direttamente la dama, – faccio io.– Proprio così, – ha detto Herb. – Eccolo lì. Tu sì che sai come si fa, eh, Nick? – dice. – E poi ci si portava dietro i loro fazzolettini profumati ovunque si andasse. Ce li avevano i fazzolettini profumati a quei tempi, no? Comunque, non importa. Qualche non ti scordar di me. Un piccolo pegno,voglio dire. C’era bisogno di portarsi dietro qualche pegno a quei tempi. Comunque sia, a quei tempi era meglio essere un cavaliere che un servo della gleba, – ha concluso Herb.Laura dice: – È sempre meglio.– I servi mica se la passavano tanto bene, a quei tempi, – dice Terri.– I servi non se la sono mai passata bene, – riprende Herb. – Anche se immagino che pure i cavalieri fossero vascelli di qualcuno. Non era così che funzionava? Ma alla fine, siamo tutti vascelli di qualcun altro. Non è così? Eh Terri? Ma quello che mi piace di più dei cavalieri, oltre alle loro dame, è che avevano quell’armatura, sapete, e così non si potevano fare troppo male. Non c’erano macchine in giro a quei tempi, eh? Nessun ragazzotto ubriaco che ti investe in pieno.– Vassalli, – ho detto io.– Come? – ha chiesto Herb.– Vassalli, – ho ripetuto. – Si dice vassalli, caro il mio dottore, non vascelli.– Vassalli, – fa Herb. – Vassalli, vascelli, ventricoli, vas deferens. In ogni caso, mi avete capito. Voi ve ne intendete più di me di queste cose, – fa Herb. – Io non sono mica istruito. Quello che dovevo imparare l’ho imparato. Sono un cardiochirurgo, come no, però in realtà sono solo un meccanico. Ficco le mani dentro al corpo e rimetto a posto le cose che si guastano. Sono solo un meccanico.– La modestia non ti si addice mica tanto, Herb, – dice Laura, e Herb le sorride.– È solo un umile dottore, gente, – dico io. – Però certe volte ci soffocavano, dentro quelle armature, Herb. Gli veniva perfino l’infarto se si arroventavano e loro erano troppo stanchi e sfiniti. Non ricordo dove, ma ho letto da qualche parte che quando cadevano da cavallo non riuscivano piú ad alzarsi perché erano troppo stanchi e non ce la facevano a rimettersi in piedi con tutta quella ferraglia addosso. A volte venivano perfino calpestati dai loro stessi cavalli Ma è terribile, – dice Herb. – È davvero un’immagine terribile, Nicky. Mi sa che a quel punto se ne rimanevano lí a terra finché qualcuno, il nemico, passava di lì e li infilzava come uno spiedino Magari qualche altro vassallo, – dice Terri.– Giusto. Un altro vassallo, – fa Herb. – Proprio così. Qualche altro vassallo passa di lì e infilza il collega in nome dell’amore. O per qualsiasi cosa combattessero a quei tempi. Le stesse cose per cui combattiamo oggi, secondo me, – dice Herb.– Questioni politiche, – ha detto Laura. – Non è cambiato niente –. Le guance di Laura erano ancora colorite. Aveva gli occhi lucidi. Si è portata il bicchiere alle labbra. Herb si è versato dell’altro gin. Ha scrutato da vicino l’etichetta della bottiglia come se stesse esaminando le uniformi delle guardie reali in tutti i dettagli. Poi, lentamente, ha riappoggiato la bottiglia sul tavolo e si è sporto verso l’acqua tonica.– Ma che fine hanno fatto i vecchietti, Herb? – ha chiesto Laura. – Hai cominciato la storia e non l’hai ancora finita –. Laura aveva qualche difficoltà ad accendersi la sigaretta. I fiammiferi le si spegnevano uno dopo l’altro. La luce del sole che entrava nella cucina era diversa ora, cambiava, si faceva più rada. Però le foglie fuori dalla finestra brillavano ancora e io fissavo le sagome sfocate che proiettavano sui vetri e sul ripiano di formica. Non c’era altro rumore se non quello dei fiammiferi che Laura cercava di accendere.

– Già, che fine hanno fatto i vecchietti? – ho ripetuto io dopo un attimo. – Li abbiamo lasciati che stavano per uscire dall’unità di terapia intensiva.– più vecchi, ma anche più saggi, – ha detto Terri.Herb l’ha fissata.– E dai, Herb, non guardarmi così, – ha detto Terri. – Continua a raccontare. Era solo una battuta. Insomma, che cosa è successo? Moriamo tutti dalla voglia di saperlo.– Certe volte, Terri… – ha detto Herb.– E dai, Herb, – ha detto Terri. – Non essere sempre così serio, tesoro. Vai avanti con la storia, su. Scherzavo, per l’amor del cielo. Non sai stare a uno scherzo?– Su certe cose non si scherza, – ha risposto Herb. Ha stretto il bicchiere senza levarle gli occhi di dosso. – Che cosa è successo, dopo, Herb? – ha detto Laura. – Davvero, moriamo dalla voglia di saperlo. Herb ha spostato lo sguardo su Laura. Poi l’ha distolto e ha sorriso. – Laura, se io non avessi Terri e se non l’amassi tanto e se Nick non fosse il mio migliore amico, sta’ sicura che m’innamorerei di te e ti porterei via.– Herb, brutto stronzo, – ha detto Terri. – Racconta la tua storia. Accidenti, se non fossi innamorata di te, ci puoi scommettere che non sarei qui, tanto per cominciare. Allora, che ne dici,tesoro? Vuoi finirla la storia? Così poi andiamo alla Biblioteca. Okay?– Okay, – ha detto Herb. – Dov’è che ero? Anzi, dov’è che sono? Questa è una domanda migliore. Magari dovrei farmela –. Ha fatto un attimo di pausa e poi ha ricominciato a parlare.– Quando finalmente il peggio è passato, abbiamo potuto dimetterli dalla terapia intensiva,dopo aver capito che potevano farcela. Passavo a trovarli tutti i giorni, qualche volta anche due volte al giorno se ero da quelle parti per qualche altra visita. Bendati e ingessati da capo a piedi, tutti e due. Sapete, l’avrete vista al cinema la scena, anche se non dal vero. Comunque, erano bendati e ingessati da capo a piedi e dico sul serio, ragazzi, da capo a piedi. Be’, avevano proprio lo stesso aspetto finto che hanno gli attori nei film, dopo un gran disastro. Solo che era tutto vero. Avevano tutta la testa fasciata –solo due buchetti per gli occhi, uno per le narici e uno per la bocca. E Anna Gates, per giunta, aveva anche tutte e due le gambe in trazione. Lei era conciata peggio, ve l’ho già detto. Tutti e due sono andati avanti a glucosata per un po’. Be’, Henry Gates è rimasto depresso per un sacco di tempo. Anche dopo che ha saputo che la moglie se la sarebbe cavata e si sarebbe rimessa, ha continuato a rimanere depresso. Mica solo per l’incidente, anche se, come succede, pure quello lo aveva colpito parecchio. Sapete, un attimo si sta lì che tutto va a gonfie vele e poi, patatrac, ci si ritrova a fissare l’abisso. Poi non ci finisci dentro. Succede il miracolo. Ma la cosa lascia il segno, altroché. Sul serio. Un giorno, ero seduto al suo capezzale e lui me l’ha raccontato, parlando a fatica, perché doveva far uscire le parole dal buco per la bocca e così certe volte dovevo accostare la testa alla sua per sentirlo, mi ha spiegato cosa aveva provato, l’impressione che gli aveva fatto, quando la macchina del ragazzotto aveva invasola sua corsia e non si fermava. Ha detto d’aver capito subito che per loro era finita, che quella era l’ultima cosa che avrebbe mai visto in vita sua. Fine. Però, diceva che non gli era passato niente per la mente, che non gli era passata tutta la vita davanti agli occhi, quella roba lì. Diceva solo che gli dispiaceva tanto non essere in grado di vedere più la sua Anna, perché insieme avevano vissuto bene. Questo era stato il suo unico rimpianto. Ha continuato a guardare avanti, ha stretto il volante tra le manie ha visto la macchina del ragazzo che gli veniva addosso. E non aveva potuto fare altro che dire:«Anna! Reggiti forte, Anna!»– Mi fa venire i brividi, – ha detto Laura. – Brrrr, – ha detto, scuotendo la testa. Herb ha annuito. Tutto preso dal racconto, ha continuato a parlare. – Ogni giorno rimanevo seduto per un po’ accanto al suo letto. Lui se ne stava lì tutto bendato a fissare fuori dalla finestra di fronte. Il davanzale era troppo alto perché potesse vedere qualcosa di più che la cima degli alberi. Per ore e ore, non vedeva altro. Non poteva muovere la testa se non con l’aiuto di qualcuno e gli era permesso farlo solo un paio di volte al giorno. Qualche minuto la mattina e poi di nuovo la sera gli permettevano di spostare un po’ la testa. Però quando andavo a trovarlo io, doveva guardare la finestra quando parlava. Un po’ parlavo anch’io, gli facevo qualche domanda, però soprattutto lo stavo ad ascoltare. Era molto depresso. La cosa che lo deprimeva di più, dopo che gli avevamo assicurato che la moglie se la sarebbe cavata, che si stava rimettendo e che tutti erano soddisfatti, la cosa che lo deprimeva di più era il fatto che non potessero stare fisicamente insieme. Non poterla vedere e stare con lei ogni giorno. Mi disse che si erano sposati nel 1927 e che da allora erano stati separati per qualche giorno solo in due occasioni. Anche quando erano nati i loro figli, erano nati nella loro fattoria e Henry e la sua signora si vedevano tutti i giorni, parlavano ed erano insieme. Però disse che erano stati lontani l’uno dall’altra per un po’ solo in due occasioni – una quando era morta la madre di lei nel1940 e Anna aveva dovuto prendere il treno fino a St Louis per sistemare le cose laggiù. E di nuovo,nel 1952, quando le era morta una sorella a Los Angeles e lei era dovuta andare là a prenderne la salma. Non vi ho detto che avevano una piccola fattoria a circa centoventi chilometri da Bend, in Oregon, edera lì che avevano vissuto la maggior parte della loro vita. Poi avevano venduto la fattoria e si erano trasferiti in città qualche anno prima. Quando è successo l’incidente, stavano tornando da Denver, dove erano andati a trovare la sorella di lui, ed erano diretti a El Paso, per far visita a un figlio e ai nipotini. Ma in tutta la loro vita da sposati, erano stati lontani l’uno dall’altra solo in quelle due occasioni. Pensate un po’. Però adesso, Gesú, si sentiva solo senza di lei. Vi assicuro che si struggeva per lei. Non avevo mai capito veramente cosa significasse quella parola, struggersi, finché non l’ho visto accadere con i miei occhi a quell’uomo. Lei gli mancava in un modo feroce. Quel vecchio anelava alla sua compagnia, dico sul serio. Naturalmente si sentiva meglio, si tirava un po’ su, quando gli facevo il mio bollettino quotidiano sui progressi che faceva Anna – che stava guarendo, che sarebbe stata meglio, che era solo questione di tempo. Ormai a lui avevano tolto bende e ingessature, però si sentiva ancora estremamente solo. Gli dissi che appena sarebbe stato in grado, magari di lì a una settimana, l’avrei messo su una sedia a rotelle e l’avrei portato a far visita alla moglie all’altro capo del reparto. Nell’attesa continuavo a fargli visita e a parlare con lui. Mi raccontava episodi della loro vita nella fattoria alla fine degli anni Venti e all’inizio degli anni Trenta –. Herb ha fatto il giro del tavolo con gli occhi e poi ha scosso la testa per quello che stava per dire o magari solo perché gli sembrava tutto impossibile. – Mi diceva che in inverno non faceva altro che nevicare e che a volte, per mesi interi, non potevano lasciare la fattoria, la strada era bloccata. E poi, a lui toccava dar da mangiare al bestiame tutti i giorni in quei mesi invernali. E così restavano insieme loro due soli, lui e sua moglie. I figli non erano ancora arrivati. Sarebbero nati più tardi. E invece loro due, mese dopo mese, vivevano lì insieme,facendo sempre le stesse cose, sempre la stessa routine, senza mai qualcun altro con cui scambiare due parole o da andare a trovare per tutti i mesi invernali. Però avevano l’uno l’altra. Era tutto quello che avevano, l’uno l’altra. «E che cosa facevate per passare il tempo?», gli chiedevo. Ero serio. Volevo davvero saperlo. Non riuscivo a capire come faceva la gente a vivere così. Non credo che al giorno d’oggi qualcuno riuscirebbe a vivere così. Secondo voi, sì? A me pare impossibile. E sapete come mi ha risposto? Volete sapere che cosa ha detto? È rimasto lì un po’ a riflettere sulla domanda. Se l’è presa comoda. Poi ha detto: «Andavamo a ballare tutte le sere». «Cosa?», ho detto io. «Come hai detto,Henry?», gli ho chiesto, accostandomi a lui perché credevo di non aver sentito bene. «Andavamo a ballare tutte le sere», ha ripetuto. Mi chiedevo cosa volesse dire. Non capivo di cosa stesse parlando,ma ho aspettato che continuasse. Lui ha ripensato a quei tempi e dopo un po’ ha aggiunto: «Vede,dottore, avevamo un fonografo Victrola e qualche 78 giri. Li suonavamo tutte le sere e stavamo lì a sentirli e ballavamo insieme nel nostro soggiorno. Lo facevamo tutte le sere. Certe volte fuori nevicava e la temperatura scendeva molto sotto lo zero. Da quelle parti la temperatura scende sul serio verso gennaio, febbraio. Però noi ascoltavamo la musica e ballavamo senza scarpe in soggiorno finché non finivamo i dischi. E poi mettevo altra legna nel fuoco e spegnevo le luci, tutte meno una, e andavamo aletto. Certe volte nevicava e fuori c’era tanto silenzio che si sentiva la neve cadere. È vero, dottore, –diceva, – è possibile. Certe volte si sente la neve cadere. Se si sta in silenzio e si ha la mente sgombra e si è in pace con se stessi e con tutto, si può stare stesi al buio e sentire la neve che cade. Ci provi,qualche volta, – mi diceva. – Anche da voi, quaggiù, ogni tanto nevica, no? Ci provi. Insomma, andavamo a ballare tutte le sere. E poi ci mettevamo a letto sotto un sacco di imbottite e dormivamo belli caldi tutta la notte. Quando ci svegliavamo, vedevamo il nostro respiro», diceva. Appena si fu ristabilito abbastanza da poter essere messo su una sedia a rotelle, le bende glie le avevano già tolte da un pezzo, io e un’infermiera l’abbiamo portato in fondo al reparto dove era ricoverata la moglie. Quella mattina si era fatto la barba e si era pure messo un po’ di lozione. S’era infilato l’accappatoio sopra il camice dell’ospedale, sapete, era ancora in convalescenza, però sulla sedia a rotelle se ne stava bello dritto. Eppure, si vedeva, era nervoso come un gatto. Man mano che ci avvicinavamo alla stanza, cominciava a riprender colore e aveva un’espressione di aspettativa sulla faccia, un’espressione che non vi so neanche descrivere. Io spingevo la sedia a rotelle e l’infermiera camminava accanto a noi. Sapeva un po’ come stavano le cose, aveva captato qualche segnale. Sapete com’è, le infermiere ne hanno viste di tutti i colori e non c’è cosa che le sconvolga più di tanto, ma questa qui era anche lei un po’ tesa, quella mattina. La porta era aperta e ho spinto Henry dentro la stanza. La signora Gates, Anna, era ancora immobilizzata, ma poteva muovere la testa e il braccio sinistro. Aveva gli occhi chiusi, ma appena siamo entrati, li ha aperti di scatto. Era ancora tutta bendata,ma solo dal bacino in giù. Ho spinto Henry sul lato sinistro del letto e le ho detto: «Hai una visita,Anna. Una visita, cara», ma non sono riuscito a dire altro. Lei ha accennato un sorriso e il volto le si è illuminato tutto. Da sotto il lenzuolo è spuntata la sua mano. Era livida e scorticata. Henry l’ha presa tra le sue. L’ha tenuta stretta e l’ha baciata. Poi ha detto: «Ciao, Anna. Come sta la mia bambina? Ti ricordi di me?» Le lacrime hanno cominciato a scenderle giù sulle guance. Ha annuito. «Mi sei mancata», le ha detto. Lei continuava ad annuire. L’infermiera e io siamo usciti di corsa dalla stanza. Una volta fuori, quella si è messa a piagnucolare, eppure era un tipo duro, quell’infermiera. Vi assicuro che è stata una vera e propria esperienza. Comunque, dopo quella volta, lo si è portato lì tutte le mattine e tutti i pomeriggi. Abbiamo fatto in modo che potessero mangiare insieme a pranzo e a cena nella stanza dov’era lei. Fra un pasto e l’altro se ne stavano lì, tenendosi la mano, a chiacchierare. Avevano un’infinità di cose da dirsi.– Non me l’hai mai raccontata prima questa storia, Herb, – ha detto Terri. – Ne hai parlato un po’ appena era successa. Però non mi hai raccontato il resto, accidenti a te. E adesso me la stai raccontando per farmi piangere. Senti, Herb, meglio per te se questa storia ha un lieto fine. Perché ce l’ha, vero? Non è che ci stai preparando al peggio, eh? Perché se è così, non voglio sentire un’altra parola. Non devi andare avanti, ti devi fermare a questo punto. Herb?– Cioè, che gli è successo a quei due, Herb? – ha chiesto Laura. – Finisci la storia, per l’amor di Dio. C’è altro? Però io sono come Terri, non voglio che gli succeda niente di male. Certo che non ci si crede.– Adesso stanno bene? – ho chiesto a mia volta. M’ero fatto coinvolgere anch’io dalla storia,ma ormai ero mezzo ubriaco. Era difficile tenere le cose a fuoco. La luce sembrava prosciugarsi nella stanza, uscendo dalla stessa finestra da cui era entrata prima. Eppure, nessuno si muoveva per alzarsi e andare a premere l’interruttore. – Certo che stanno bene, – ha detto Herb. – Sono stati dimessi qualche tempo dopo. Poche settimane fa, anzi. Dopo un po’, Henry era in grado di muoversi con le stampelle, poi è passato al bastone e non lo si poteva più tenere fermo. Però, ormai era su di morale, stava bene ed è migliorato a vista d’occhio una volta che è riuscito a rivedere la sua signora. Appena è stato possibile spostarla, il figlio che sta a El Paso e sua moglie sono venuti su con una station wagon e se li sono riportati giù da loro. Lei aveva ancora da fare un po’ di convalescenza, ma stava facendo un sacco di bei progressi. Ho appena ricevuto una cartolina da Henry qualche giorno fa. Mi sa che, anzi, è uno dei motivi perché penso tanto a loro adesso. Quello e le cose che stavamo dicendo sull’amore prima.– Sentite, – ha continuato Herb. – Finiamo questo gin. Ce n’è rimasto abbastanza per un bicchierino a testa. Poi andiamo a mangiare. Andiamo tutti alla Biblioteca. Che ne dite? Non so, mal’intera faccenda era veramente una cosa da vedere. Si sviluppava di giorno in giorno. Certe chiacchierate che mi sono fatto con lui… non me le scorderò tanto facilmente. Solo che adesso parlarne mi ha depresso un po’. Gesù, è che di punto in bianco mi sento depresso.– Dai, non ti deprimere, Herb, – ha detto Terri. – Herb, perché non prendi una delle tue pillole,tesoro? – Si è girata verso me e Laura e ha detto: – Herb prende certe pillole per regolare l’umore, ogni tanto. Non è mica un segreto, vero Herb?Herb ha fatto no con la testa. – Ho preso tutto quello che c’era da prendere, una volta o l’altra. Nessun segreto.– Anche la mia prima moglie le prendeva, – ho detto io.– E l’aiutavano? – ha chiesto Laura.– No, continuava ad andare in giro depressa. Non faceva altro che piangere.– Mi sa che certa gente ci nasce, depressa, – ha detto Terri. – C’è gente che ci nasce, infelice. E pure sfortunata. Ho conosciuto gente sfortunata in tutte le cose, punto. E ci sono altri – non tu, tesoro,non sto parlando di te, naturalmente –, ci sono altri che ci si mettono d’impegno per essere infelici e per rimanere tali –. Strofinava qualcosa sul tavolo con un dito. Poi ha smesso.– Mi sa che ho voglia di chiamare i miei figli prima che andiamo a mangiare, – ha detto Herb.– A voialtri sta bene? Non ci metto tanto. Mi faccio una doccia veloce per darmi una rinfrescata e chiamo i ragazzi. Poi andiamo a mangiare.– Può darsi che ti tocchi parlare con Marjorie, Herb, se risponde lei al telefono. È la ex moglie di Herb. Ragazzi, ci avete mai sentito discutere di Marjorie? Herb, non vorrai mica parlare con Marjorie oggi. Ti farà sentire ancora peggio.– No, non ho nessuna voglia di parlare con Marjorie, – ha detto Herb. – Ma ho voglia di parlare con i miei figli. Mi mancano un sacco, tesoro. Mi manca Steve. La scorsa notte non sono riuscito a dormire a forza di ricordare cose di quando era piccolo. Ho voglia di parlare con lui. E anche con Kathy. Mi mancano e perciò devo correre il rischio che risponda al telefono la madre. Quella grande stronza.– Non passa giorno che Herb non dica quanto vorrebbe che lei si risposasse, oppure crepasse. Tanto per cominciare, – ha detto Terri, – ci sta mandando in rovina. E poi ha ottenuto la custodia di tutti e due i figli. Riusciamo ad avere i ragazzi qui solo un mese d’estate. Herb dice che non si risposa solo per fargli dispetto. Ha pure un amico che vive con lei e con i ragazzi, così, praticamente, Herbman tiene anche lui.– È allergica alle api, – ha detto Herb. – Quando non prego perché si risposi, prego che vada in campagna e si faccia pungere a morte da uno sciame di api.– Herb, ma è terribile! – ha detto Laura, ridendo tanto da farsi venire le lacrime agli occhi.– Buffo da morire, – ha detto Terri. Siamo scoppiati a ridere tutti. Non riuscivamo più a smettere.– Bzzzzzz! – ha cominciato a fare Herb, trasformando le dita in api e facendole ronzare attorno alla gola e alla collana di Terri. Poi ha lasciato cadere le mani, si è appoggiato allo schienale della sedia e si è rifatto improvvisamente serio.– È stronza fino al midollo. Davvero, – ha detto. – Proprio cattiva. Certe volte, quando sono brillo, come adesso, penso di andare lassù vestito da apicultore. Sapete, con quel copricapo che sembra un casco con la retina che scende sugli occhi, i guantoni e la giacca imbottita… Bussare alla porta e liberare uno sciame di api dentro casa. Ma certo prima mi assicurerei che i ragazzi non ci siano –. Ha accavallato le gambe con qualche difficoltà. Poi ha rimesso tutt’e due i piedi sul pavimento e si èchinato in avanti, coi gomiti sul tavolo, il mento appoggiato sui palmi delle mani. – Magari non li chiamo più subito i ragazzi, dopotutto. Magari hai ragione, Terri. Magari non è una buon’idea. Magari mi faccio solo una doccia alla svelta e mi cambio la camicia e poi ce ne andiamo a mangiare. Che ve ne pare, ragazzi?– A me sta bene, – ho detto io. – Mangiare o non mangiare. Oppure continuare a bere. Sono pronto ad affrontare il tramonto anche subito.– Scusa, tesoro, ma che vuoi dire? – ha chiesto Laura, lanciandomi un’occhiata.– Voglio dire esattamente quello che ho detto, tesoro, nient’altro. Voglio dire che potrei andare avanti così. Ecco che voglio dire. Magari è per via del tramonto –. La finestra aveva preso ora un colore rossastro man mano che il sole calava.– Anche a me andrebbe qualcosa da mangiare, – ha detto Laura. – Mi sono appena resa conto che ho fame. Non c’è niente da sgranocchiare?– Adesso tiro fuori un po’ di formaggio e salatini, – ha detto Terri. Però non si è mossa. Herb ha scolato il bicchiere. Poi si è alzato lentamente dal tavolo e ha detto: – Scusate. Vado a farmi la doccia –. È uscito dalla cucina e s’è avviato lentamente per il corridoio verso il bagno. Si è chiuso la porta alle spalle.– Sono un po’ preoccupata per Herb, – ha detto Terri. Ha scosso la testa. – Certe volte sono più preoccupata, certe volte meno, ma ultimamente sono molto preoccupata –. Ha fissato il suo bicchiere. Non ha fatto neanche il gesto di andare a prendere il formaggio e i salatini. Così ho deciso di alzarmi e andare a dare un’occhiata in frigo. Quando Laura dice che ha fame, so che deve mangiare subito qualcosa. – Prendi pure tutto quel che trovi, Nick. Porta qua qualsiasi cosa ti sembri appetibile. C’è del formaggio e un salame d’affettare, mi sa. I salatini sono nel pensile sopra la cucina. Me n’ero dimenticata. Magari facciamo uno spuntino. A me non va niente, ma voialtri mi sa che state morendo di fame. Io ho perso l’appetito. Cos’è che stavo dicendo? – Ha chiuso gli occhi e li ha riaperti. – Mi sa che non ve l’abbiamo detto, o forse sì, non mi ricordo, ma Herb era sull’orlo del suicidio quando è finito il suo primo matrimonio e la moglie si è trasferita a Denver con i figli. È andato dallo psichiatra per un sacco di tempo, mesi e mesi. Certe volte dice che forse dovrebbe andarci ancora –. Ha preso la bottiglia ormai vuota e l’ha capovolta sul suo bicchiere. Intanto io stavo affettando del salame sul ripiano con tutta l’attenzione possibile. – Questa è andata, – ha detto Terri. Poi ha ripreso: – Ultimamente ha ricominciato a parlare di suicidio. Specialmente quando ha bevuto un po’. Certe volte penso che sia troppo vulnerabile. Non ha difese. Non ha difese contro niente. Be’, – ha detto, – gin non ce n’è più. È ora di tagliare la corda. Soldato che scappa, buono per un’altra volta, come diceva mio padre. È ora di mangiare, mi sa, anche se io non ho per niente appetito. Ma voialtri state morendo di fame. Mi fa piacere vedervi sgranocchiare qualcosa. Giusto finché non arriviamo al ristorante. Possiamo bere qualcosa lì, se ne abbiamo voglia. Aspettate di vedere quel posto. Potete portarvi a casa qualche libro,oltre al sacchetto degli avanzi. Mi sa che mi dovrei preparare anch’io. Mi lavo la faccia e mi metto un filo di rossetto. Vengo così come sono. Se non gli va bene, cavoli loro. Voglio solo dire una cosa e poi  basta. Però non voglio dare l’impressione di essere negativa. Spero tanto e prego che voialtri vi amiate ancora fra cinque o anche solo tre anni, come vi amate adesso. Facciamo quattro, quattro anni da ora. Il momento della verità arriva al quarto anno. Questo è tutto quello che ho da dire sull’argomento –. Si è stretta nelle braccia magre e ha cominciato a carezzarsele su e giù con le mani. Ha chiuso gli occhi.

Mi sono alzato dal tavolo e sono andato dietro la sedia di Laura. Mi sono chinato su di lei, ho incrociato le braccia sotto il suo seno e sono rimasto così. Ho abbassato la faccia vicino alla sua. Laura mi ha avvolto le braccia. Le ha strette sempre più forte senza mollare la presa. Terri ha riaperto gli occhi. Ci ha guardati. Poi ha ripreso in mano il bicchiere. – Alla vostra salute, ragazzi, – ha brindato. – Alla salute di noi tutti –. Si è scolata il bicchiere e il ghiaccio le ha tintinnato contro i denti. – Carl compreso, – ha detto prima di rimettere il bicchiere sul tavolo. – Povero Carl. Herb pensava che fosse un bastardo, ma Herb aveva veramente paura di lui. Comunque, Carl non era affatto un bastardo. Lui mi amava e anch’io lo amavo. Tutto lì. Certe volte, penso ancora a lui. È vero e non mi vergogno mica ad ammetterlo. Certe volte, penso ancora a lui, mi viene in mente all’improvviso, così, come capita. Vi confesso una cosa, anche se detesto quando la vita diventa troppo simile a una soap opera al punto che non sembra più neanche la tua vita, ma le cose sono andate esattamente così. Ero incinta di lui. È stato la prima volta che ha tentato di uccidersi, quando ha preso il veleno per topi. Lui non lo sapeva che ero incinta. E c’è di peggio. Avevo deciso di abortire. Non gli ho detto neanche quello, naturalmente. Non vi sto dicendo niente che Herb non sappia. Herb sa tutto. Colpo di scena finale. È stato Herb a praticarmi l’aborto. Com’è piccolo il mondo, eh? Ma allora ero convinta che Carl fosse pazzo. Non volevo un figlio da lui. Poi lui che fa? S’ammazza. Però dopo, dopo che era ormai morto da un pezzo e non c’era più nessun Carl con cui parlare o da stare a sentire per capire il suo punto di vista o da aiutare quando aveva paura, mi sono pentita di come erano andate le cose. Mi dispiaceva del suo bambino, di non averlo fatto nascere. Io amo Carl, non c’è alcun dubbio su questo nella mia testa. Lo amo ancora. Però, Dio, amo anche Herb. Lo vedete, no? Non c’è bisogno che ve lo dica. Oh, e non è troppo, tutto questo? – Ha nascosto la faccia tra le mani ed è scoppiata a piangere. Lentamente si è chinata sul tavolo e vi ha appoggiato la testa. Laura subito ha messo giù quello che stava mangiando. Si è alzata e ha detto: – Oh, Terri, Terri cara, – e ha cominciato a massaggiarle il collo e le spalle. – Terri, – sussurrava. Io stavo mangiando una fettina di salame. Si era fatto molto buio nella stanza. Ho finito di masticare il boccone, l’ho mandato giù e sono andato alla finestra. Ho guardato il giardino sul retro. Ho guardato oltre i pioppi tremuli e i due cani neri che dormivano tra le sdraio. Ho guardato oltre la piscina verso il piccolo recinto con il cancelletto aperto e la vecchia stalla del cavallo vuota. Ho guardato ancora più lontano. C’era un campo d’erba selvatica e poi una staccionata e un altro campo e poi l’interstatale che collegava Albuquerque con El Paso. Le macchine sfrecciavano avanti e indietro sull’interstatale. Il sole tramontava oltre le montagne che erano diventate scure, ombre diffuse dappertutto. Però c’era ancora un po’ di luce che sembrava ammorbidire tutte le cose che stavo vedendo. Il cielo era grigio vicino alle cime delle montagne, grigio come in una giornata coperta d’inverno. Ma proprio sopra a quel grigio, c’era una striscia di cielo azzurro, l’azzurro che si vede nelle cartoline dei tropici, l’azzurro del Mediterraneo. L’acqua sulla superficie della piscina era increspata e la stessa brezza che l’increspava faceva tremare le foglie dei pioppi. Uno dei cani ha alzato la testa come in risposta a un segnale, ha drizzato le orecchie per un attimo, poi si è rimesso giù con la testa tra le zampe. Avevo come l’impressione che stesse per succedere qualcosa, me lo diceva la lentezza delle ombre e della luce, e che qualsiasi cosa fosse mi avrebbe trascinato via con sé. Non volevo che andasse così. Ho osservato il vento muoversi a ondate sull’erba. Vedevo l’erba nei campi piegarsi al vento e poi raddrizzarsi. Il secondo campo saliva su verso l’interstatale e il vento percorreva quel pendio onda dopo onda. Sono rimasto lì in attesa a osservare l’erba che si piegava al vento. Mi sentivo il cuore battere in petto. Da qualche parte sul retro della casa scorreva l’acqua di una doccia. Terri piangeva ancora. Lentamente, facendomi forza, mi sono girato a guardarla. Era appoggiata con la testa sul tavolo, la faccia rivolta verso i fornelli. Aveva gli occhi aperti ma di tanto in tanto sbatteva le palpebre per cacciar via le lacrime. Laura aveva portato la propria sedia accanto a lei ed era seduta lì, con un braccio sulle sue spalle. Le sussurrava ancora qualcosa, con le labbra che le sfioravano i capelli. – Certo, certo, – diceva Terri. – Dillo a me. – Terri, mia cara, – le ha detto Laura con tenerezza. – Andrà tutto bene, vedrai. Andrà tutto bene. A quel punto Laura ha alzato lo sguardo per incrociare il mio. Era uno sguardo penetrante e il cuore ha rallentato i battiti. Mi ha fissato negli occhi per quello che mi è parso un lungo periodo e poi ha annuito. Non ha fatto altro, è stato il suo unico segnale, ma è bastato. Era come se mi stesse dicendo:Non ti preoccupare, supereremo anche questa, andrà tutto bene, vedrai. Pian piano, tutto s’aggiusta. Ad ogni modo, così ho scelto di interpretare quello sguardo, anche se può darsi mi sbagliassi. La doccia ha smesso di scorrere. Dopo un attimo, ho sentito Herb fischiettare aprendo la porta del bagno. Ho continuato a guardare le donne accanto al tavolo. Terri stava ancora piangendo e Laura le carezzava i capelli. Sono tornato a guardare fuori dalla finestra. La striscia azzurra del cielo aveva ceduto e stava diventando scura come il resto. Ma erano apparse le stelle. Ho riconosciuto Venere e oltre, di lato, non altrettanto luminoso ma inconfondibile, laggiù sull’orizzonte, Marte. Il vento s’era rafforzato. Ne ho osservato gli effetti sui campi deserti. Irrazionalmente ho pensato che era un peccato che i Mc Ginnis non tenessero più cavalli. Volevo immaginare cavalli in corsa attraverso quei campi nel crepuscolo, o magari anche fermi in piedi con le teste in varie direzioni, accanto alla staccionata. Sono rimasto alla finestra, in attesa. Sapevo che dovevo star lì fermo ancora per un po’, continuare a puntare lo sguardo là fuori, oltre la casa, fintanto che c’era ancora qualcosa da vedere.

Virginia Woolf – Diari

30 aprile 2012

Venerdì 4 gennaio 1929

La vita, insomma, è molto solida o molto instabile? Sono ossessionata da questa contraddizione. Dura da sempre, durerà sempre, affonda giù fino alle radici del mondo, quest’attimo in cui vivo. Ed è anche transitorio, fuggevole, diafano. Passerò come una nuvola sulle onde. Forse può darsi che, pur cambiando, pur fuggendo uno dietro l’altro così rapidi, così rapidi, abbiamo – noi esseri umani – una qualche successione e continuità, e che la luce ci attraversi. Ma cos’è la luce? Sono così turbata dal carattere transitorio della vita umana che spesso mi succede di dare un addio, dopo aver cenato con Roger, ad esempio; o di calcolare quante volte vedrò ancora Nessa.

Venerdì 11 ottobre 1929

Se non avessi mai queste crisi così intense e profonde – di inquietudine o di quiete, di felicità o di sconforto – mi abbandonerei alla rassegnazione. Invece ho qualcosa da combattere; e quando mi sveglio presto mi dico: Combatti, combatti. Vorrei riuscire a esprimere questa sensazione; la sensazione del canto del mondo reale, quando la solitudine e il silenzio respingono dal mondo abitato.

Domenica 8 dicembre 1929

Cominciare a leggere con la penna in mano, scoprire, ghermire, fermarsi sulle frasi in un terreno inesplorato, è ancora una delle cose che più mi eccitano.

Benjamin – Adorno

30 aprile 2012

“Tutto è pensato. Pernottare in un pensiero. Se ho passato la notte al suo interno, so qualcosa di esso che nemmeno il suo autore presagiva”

(W. Benjamin)

“L’intenzione di Benjamin era di rinunciare ad ogni aperta interpretazione e di far emergere i significati unicamente attraverso un montaggio provocatorio del materiale.”

(Th. W. Adorno)

“…non parlava mai. Taceva sempre. Sapeva dunque – sapeva senza avere appreso. La sua semplicità scandagliava quello che le persone intelligenti falsavano. La univocità della sua mente le consentiva di cadere a piombo come un sasso, di atterrare con la precisione di un uccello, le dava, in tutta naturalezza, quel volo alto e inesorabile dello spirito che piomba come un uccello da preda sulla verità che incantava, metteva a proprio agio, sosteneva – forse a torto.”

” Spesso si sentiva così – in lotta contro ostacoli tremendi per non perdere il coraggio; dire “Ma è quello che vedo; è quello che vedo”, e stringersi così al petto i miseri resti della sua visione, che migliaia di forze facevano del loro meglio per strapparle. E sempre in quell’istante, come un gelido vento, quando iniziava a dipingere, si facevano strada in lei di forza altre cose, la sua inadeguatezza, la sua pochezza, la sua vita con il padre nei pressi di Brompton Road, e le era molto difficile controllare l’impulso di gettarsi (grazie al cielo, aveva sempre resistito fino ad allora) ai piedi della Signora Ramsay e di dirle – ma che cosa era possibile dirle? “Sono innamorata di lei”? No, non era vero. “Sono innamorata di tutto questo”, indicando la siepe, la casa, i ragazzi? Era assurdo, era impossibile. Non si poteva dire quello che si pensava. “

“Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l’una lecita e l’altra illecita. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese … Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la “linea generale” dell’esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso.” (p. 36-37)

«Nel progettare e nel cominciare a scrivere il mio romanzo, io in effetti ho attuato qualcos’altro che progettare e scrivere il mio romanzo: io ho cioè organizzato in me il senso o la funzione della realtà; e una volta che ho organizzato il senso e la funzione della realtà, io ho cercato di impadronirmi della realtà. Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell’atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire.»

Era in fondo a un piccolo caffè pieno di fumo, male illuminato, probabilmente una buvette di stazione… mi sembra che si udissero suoni di treni, colpi di fischietto… ma ha poca importanza… da una bruma giallastra fuoriescono, a ciascun lato del tavolo, due volti quasi scialbi e soprattutto due voci… non le colgo neppure con chiarezza, non saprei riconoscerle… ciò che mi ora sono le parole che quelle voce recano… e nemmeno le parole esatte, non le ho tenute a mente… ma neppure questo importa… posso facilmente inventare parole dello stesso genere, le più banali possibili… di quelle che due persone estranee l’una all’altra possono scambiarsi nel corso di un incontro qualsiasi, al tavolo di un caffè… forse sul sapore di quello che bevono… un’aranciata o del tè? oppure sui vantaggi e sugli inconvenienti dei viaggi in treno, in aereo o su qualsiasi cosa, vi lascio, se volete, immaginarne altre… ma quello che non posso lasciarvi, quello che in queste parole per qualche istante mi appartiene, quello che mi attira, che mi stuzzica… è… non so… è forse quell’impressione che danno… di leggerezza… sembrano svolazzare, aeree… si direbbe che ciò che recano… il sapore della granatina, la fatica dei viaggi in treno… quello che si può trovare di più banale, di più modesto, di più discreto, non le riempia completamente, lasci in esse spazi vuoti in cui qualcosa che non può trovare posto da nessuna parte, in nessuna parola, nessuna è stata prevista per riceverlo… qualcosa di invisibile, di imponderabile, di impalpabile è venuto a mettersi al riparo…

Questa parole poco zavorrate, dilatate, si innalzano, fluttuano, leggermente sballottate, si posano dolcemente, sfiorano appena…

Si potrebbe, osservando quelle parole portatrici di banalità e la leggerezza con cui si posano, sfiorano, rimbalzano, vederle simili a dei ciottoli piatti e sottili che svolazzano, che giocano a rimbalzello.

Ma questa immagine esatta a prima vista e seducente è di quelle che bisogna costringersi a cancellare, alle quali è meglio rinunciare prima che possano fuorviarvi. Essa avrebbe immancabilmente fatto apparire colui dal quale questi ciottoli sono stati lanciati e il suo gesto che rivela destrezza, abilità… essa avrebbe fatto dimenticare ciò che in queste parole vi attira, ciò che ritorna ad assillarvi… quegli spazi vuoti in esse dove, al riparo di cose modeste e scialbe, vacilla, trema… venuto da dove?

Quelli da cui esala, tanto naturalmente, tanto irresistibilmente quanto l’aria che essi espirano, non saprebbero darci ragguagli. Il luogo in essi da cui proviene non è mai stato descritto, è una regione che nessuno, per quanto ben attrezzato delle parole più affilate e penetranti possibili, può raggiungere… nessuna parola ha potuto venire qui a sondare, scavare, afferrare, estrarre, mostrare…

Da un lato all’altro del tavolo le parole circolano… sono come raggi che degli specchi identici collocati uno di fronte all’altro riflettono sotto una stessa angolatura, come onde… « È piacevole, quelle luci… Non si vede più altro che illuminazioni al neon, dappertutto… I treni su piccole distanze… ».

Le parole appena zavorrate, attraversate da vibrazioni, da radiazioni, scaturiscono… provenienti da un luogo intatto dove per la prima volta, una prima e unica volta… sgorga, ribolle… alla fonte stessa… alla nascita…

Ma sì, certo, questo non poteva mancare, vi capisco, l’avete detto, l’abbiamo detto insieme… ecco che cosa significa avere la tracotanza di introdursi in quei luoghi riservati, di infrangere il loro silenzio non fosse che con dei mormorii, dei balbettii, con le parole più timide, prudenti… Basta lasciarle penetrare e si può star certi che ne condurranno altre… Questa: « nascita »… ha condotto con sé… troppo tardi per impedirle di entrare, eccola, è lì… da questa parola: « nascita » è uscita subito la parola « dell’», si è protesa come un braccio, tirando a sé, enorme, facendo un gran chiasso, la parola « amore »… « La nascita dell’amore »…

Forse avreste voluto come me rimanere ancora qualche istante accanto a loro, che percepiscono soltanto lo svolazzamento, il dolce sfioramento delle parole lievi che ricevono, che inviano? Come sarebbe bello, vero? condividere ancora la loro innocenza, la loro libertà…

Ma possiamo consolarci, la tregua sarebbe breve così per noi come per loro.

L’altro di fronte ancora tutto traslucido, lasciandosi attraversare da una sorta di luce diffusa, uno sfavillio… perdonate queste mie povere parole, ma dove potrei trovarne altre?… un dolce, diffuso sfavillio, venuto da fondi lontani, attraverso distese senza fine… l’altro ben presto si ispessisce in un essere di carne e ossa, chiuso entro contorni precisi…  e quello che secerne, quello che lo riempie tutto intero, quello che affiora in lui dovunque, nella linea della palpebra, della fronte, della narice, della guancia, nello sguardo, nel sorriso, in ogni inflessione della voce… produce… ma cos’è? Qualcosa di mai provato finora… è doloroso… delizioso… un turbamento? un’eccitazione? un’emozione? un disagio? Ma è possibile? È dunque questo anche in me?… Sì, non può essere nient’altro… è proprio così…espandendosi in me dappertutto, occupando tutto… « l’amore »…  è così che si chiama. « L’amore » – è questo.

Si può essere sorpresi dall’ammirazione che ha suscitato fino a oggi colui che, ve ne rammentate, era Stendhal, nella Chartreuse de Parme, ha fatto la scoperta di quello che ciascuno avrebbe dovuto conoscere da sempre… le conseguenze, in un istante, della comparsa di quella « parola che darà un nome a ciò che sentono l’uno verso l’altro ». Aveva già visto, aveva presentito quello che ora esclusivamente ci occupa: gli effetti che la parola da sola provoca quando fa irruzione… ma per noi non è molto importante che sia in quello o in quella in particolare, in Fabrizio o nella Sanseverina… due ombre bisbiglianti ci bastano… vuote dapprima di ogni parola… E poi la parola. Lei sola, che fa la sua comparsa. Eccola ora davanti a noi, fuori da una certa o da una cert’altra vita, isolata da ogni avvenimento e circostanza… un corpo chimico allo stato puro. La parola «  amore » e alcuni dei suoi effetti possibili dovunque, su chiunque.

Già da qualche tempo la parola si aggira attorno a loro, spiando il momento, che non può tardare… e infatti eccolo… ciò che poteva essere pago di rifugiarsi nel grigiore delle parole più spente, più modeste, è divenuto così denso, intenso, esige un posto a sé, tutto il posto in una vasta parola solida, potente, splendente…

E la parola è lì, prontissima, la parole « amore », aperta, spalancata… ciò che fluttuava dappertutto, turbinava sempre più forte vi si riversa, si condensa subito, la riempie interamente, si fonde, si confonde con essa, inseparabile da essa, sono una cosa sola.

La parola « amore » circondata da un alone di luce, come l’angelo annunciatore è entrata… è ricevuta con la stessa sottomissione, la stessa rassegnazione, la stessa umiltà, la stessa gioia timida e lo stesso timore.

La parola « amore » è entrata, recando la conoscenza, distruggendo l’innocenza… e subito le umili parole scambiate perdono i loro vuoti attraversati da tremolii appena percettibili… diventano completamente piatte, inerti… veli di cui « l’amore » non osando mostrarsi al di fuori pubblicamente si ricopre.

Sono camuffamenti al riparo dei quali, esitanto a esporsi, essa si dissimula… Sono tutto ciò che essa riesce a trovare per appiccicarlo su di sé, farsene una corazza… Ma sotto la spinta irresistibile della sua crescita, sotto la potenza della sua espansione essa cede, scoppia, le parole sconnesse si sparpagliano, e dal silenzio al di sopra dei loro resti che giacciono sparsi la parole « amore » si libera…

[…]

Chi non è mai stato sorpreso da uno degli effetti più strani che produce lo scambio di queste parole, « Io l’amo » ?, da quel potere che hanno di dotare immediatamente ciascuno di quelli che le pronunciano di qualità uniche, incomparabili, che nessun altro può loro togliere, di cui nessuno è neppure capace di giudicare… gli abitanti della terra intera potrebbero riunirsi per contestare l’esistenza presso l’uno o l’altro di queste qualità e sarebbero subito respinti… « Che cosa volete? »… mantenuti a rispettosa distanza e ridotti al silenzio dal potere magico di queste sole parole agitate davanti a loro:  « Si amano ».

« Io l’amo » sono le parole della consacrazione pronunciate mentre ciascuno posa sulla testa dell’altro la corona, lo investe di una superiorità con cui nessuno al mondo, per quanto provvisto di tutti i doni, per quanto dotato di tutte le grazie, può pensare di rivaleggiare.

Come Dio, chi ha pronunciato quelle parole: « Io l’amo » – ha il potere di riprendere ciò che ha dato.

La parola « amore » diffonde in coloro che viene a illuminare una luce così splendente che appiana, che livella tutto… più nessuna asperità o anfrattuosità da nessuna parte, non il minimo angolo d’ombra o qualsiasi cosa di appena visibile tremola, scivola…

Ma lì forse, un istante fa, mi è sembrato… ma no, è impossibile, è impensabile, come ho potuto immaginare…presto, aiutami, ti supplico, illumina meglio…« Mi ami ? »… e subito un fascio luminoso più intenso viene a diffondere su tutto il chiarore… « Ma sì, certo, ti amo »…

[…]

Ricordi, anima mia, che vedemmo una volta,

nel dolce mattino d’estate,

una carogna? Era, dove il sentiero svolta, su un letto di sassi gettata.

Le gambe all’aria come una femmina lasciva,

sudava veleni, bruciando:

con grande sfrontatezza, cinicamente, apriva

il suo ventre dal puzzo immondo.

E il cielo contemplava la carcassa superba,

come un fiore che stesse fiorendo.

Il fetore era tanto violento che sull’erba

voi stavate quasi svenendo.

Ronzavano le mosche sul ventre verminoso,

sciamavano neri plotoni

di larve, che colavano in liquido vischioso

lungo i brulicanti monconi.

E si vedeva un’onda montare e ridiscendere

e anche slanciarsi spumeggiando,

come se un  soffio potesse ora riprendere

a vivere moltiplicandosi.

Da quel mondo una musica saliva, un suono strano,

come scorrer d’acqua o di vento,

come chi nel vaglio agita e fa ruotare il grano

con un ritmico movimento.

Le forme cancellate, un sogno che dilegua,

abbozzo che a nascere tarda

sulla tela riposta, e che l’artista esegue

soltanto attraverso il ricordo.

Inquieta dietro il sasso una cagna in disparte

mandava occhiatacce adirate

aspettando il momento d’azzannar la parte

della carcassa non sbranata.

– Eppure tu sarai come questa lordura,

e questa orribile infezione,

tu, stella dei miei occhi, sole alla mia natura,

mio angelo, tu, mia passione.

Così, regina delle grazie, tu finirai,

dopo i sacri estremi dettami,

allor che sotto l’erbe grasse te ne starai

a marcire in mezzo agli ossami.

Allora, mia bellezza, diglielo al verme, intento

coi baci a morderti il cuore,

che ho salvato la forma e il divino elemento

del decomposto nostro amore.

Sylvia Plath – Daddy

30 aprile 2012

Sylvia Plath – Olmo

30 aprile 2012

Sylvia Plath

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa

radice:

è quello di cui tu hai paura.

Io non ne ho paura: ci sono stata.

E’ il mare che senti in me,

le sue insoddisfazioni?

O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.

Come lo insegui con menzogne e pianti.

Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,

finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino

una zolla,

rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?

Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.

E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.

Bruciati fino alla radice

i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di

ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.

Un vento di tale violenza

non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi

crudelmemte, lei che è sterile

Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare

diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.

Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando

in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura

che dorme in me;

tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,

la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono

Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide

irrecuperabilità?

E’ per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.

Che cos’è questo, questa faccia

così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.

Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate

e lente

che uccidono e uccidono e uccidono.

Era tardi e tutti avevano lasciato il caffè tranne un vecchio seduto all’ombra che le foglie dell’albero formavano contro la luce elettrica. Di giorno la strada era polverosa, ma di notte la rugiada fissava la polvere e al vecchio piaceva stare seduto fino a tardi perché era sordo e di notte c’era un gran silenzio e lui avvertiva la differenza. I due camerieri dentro il caffè sapevano che il vecchio era un po’ sbronzo, e pur essendo un buon cliente sapevano che se si fosse sbronzato un po’ troppo se ne sarebbe andato senza pagare, perciò lo tenevano d’occhio.

“La settimana scorsa ha tentato di suicidarsi” disse un cameriere.

“Perché?”

“Era disperato.”

“Per cosa?”

“Niente.”

“Come sai che non era niente?”

“Ha un mucchio di quattrini.”

Sedevano insieme a un tavolo contro il muro vicino alla porta del caffè e guardavano il marciapiede dove i tavoli erano tutti vuoti tranne quello dove sedeva il vecchio all’ombra delle foglie dell’albero che il vento muoveva appena. Una ragazza e un soldato passarono per la strada. La luce del lampione brillò sul numero di ottone che il soldato aveva sul colletto. La ragazza era senza cappello e camminava frettolosamente al suo fianco.

“Si farà pizzicare dalle guardie” disse un cameriere.

“Cosa importa se ottiene ciò che vuole?”

“Faceva meglio a togliersi dalla strada. La guardia lo pescherà. Sono passati cinque minuti fa.”

Il vecchio seduto nell’ombra tamburellò col bicchiere sul piattino. Il cameriere più giovane gli si avvicinò.

“Che cosa desidera?”

Il vecchio lo guardò. “Un altro brandy” disse.

“Si ubriacherà” disse il cameriere. Il vecchio lo guardò. Il cameriere se ne andò.

“Rimarrà tutta la notte” disse al collega. “Io comincio ad aver sonno. Non vado mai a letto prima delle tre. Avrebbe dovuto uccidersi la settimana scorsa.”

Il cameriere prese la bottiglia di brandy e un altro piattino dal banco all’interno del caffè e marciò verso il tavolo del vecchio. Depose il piattino e riempì il bicchiere di brandy.

“Avrebbe dovuto uccidersi la settimana scorsa” disse al sordo. Il vecchio fece dei segni col dito. “Un altro po’” disse. Il cameriere continuò a riempire il bicchiere finché il brandy traboccò e colò lungo lo stelo del bicchiere nel primo piattino della pila. “Grazie” disse il vecchio. Il cameriere riportò la bottiglia nel caffè. Tornò a sedersi al tavolo con il collega.

“Adesso è ubriaco” disse.

“È ubriaco ogni notte.”

“Perché voleva uccidersi?”

“Come faccio a saperlo?”

“Come ha fatto?”

“Si è impiccato con una corda.”

“Chi lo ha tirato giù?”

“Sua nipote.”

“Perché lo hanno fatto?”

“Paura per la sua anima.”

“Quanti soldi ha?”

“Tanti.”

“Avrà ottant’anni.”

“Forse qualcuno di più.”

“Vorrei che andasse a casa. Non vado mai a letto prima delle tre. È quella l’ora di andare a letto?”

“Sta alzato perché gli piace”

“Lui è solo. Io no. A letto ho una moglie che mi aspetta.”

“Una volta l’aveva anche lui.”

“Adesso una moglie non gli servirebbe a niente.”

“Chi lo sa? Con una moglie forse starebbe meglio.”

“Gli bada sua nipote. Hai detto che lo ha tirato giù lei.”

“Lo so.”

“Non vorrei diventare così vecchio. I vecchi sono sporchi.”

“Non sempre. Questo vecchio è pulito. Beve senza sbrodolarsi. Anche adesso che è ubriaco. Guardalo.”

“Non ho voglia dì guardarlo. Vorrei che andasse a casa. Non ha rispetto per chi deve lavorare.”

Il vecchio alzò gli occhi dal bicchiere, guardò la piazza, e poi i due camerieri.

“Un altro brandy” disse, indicando il bicchiere. Il cameriere che aveva fretta gli si avvicinò.

“Finito” disse, parlando con quelle omissioni sintattiche di cui si servono gli stupidi quando si rivolgono agli ubriachi o ai forestieri. “Stasera basta. Adesso chiuso.”

“Un altro” disse il vecchio.

“No. Finito.” Il cameriere pulì l’orlo del tavolo con uno strofinaccio e scosse la testa.

Il vecchio si alzò in piedi, contò lentamente i piattini, tolse di tasca un borsellino di cuoio e pagò, lasciando mezza peseta di mancia.

Il cameriere lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo la strada, uomo vecchissimo che camminava con passo incerto ma con grande dignità.

“Perché non hai lasciato che restasse qui a bere?” chiese il cameriere che non aveva fretta. Stavano abbassando le serrande. “Non sono ancora le due e mezzo.”

“Voglio andare a letto.”

“Cos’è un’ora?”

“Per me più che per lui.”

“Un’ora è uguale per tutti.”

“Parli anche tu come un vecchio. Può comprarsi una bottiglia e bersela a casa.”

“Non è la stessa cosa. “

“No, non è la stessa cosa” ammise il cameriere ammogliato. Non voleva essere ingiusto. Aveva soltanto fretta.

“E tu? Non hai paura di andare a casa prima della solita ora?”

“Stai cercando d’insultarmi?”

“No, hombre, solo di dire una battuta.”

“No” disse il cameriere che aveva fretta, raddrizzandosi dopo aver abbassato le serrande di metallo. “Io ho fiducia. Sono pieno di fiducia.”

“Hai giovinezza, fiducia, e un lavoro” disse il cameriere più vecchio. “Hai tutto.”

“E a te cosa manca?”

“Tutto tranne il lavoro.”

“Hai tutto quello che ho io.”

“No. Non ho mai avuto fiducia e non sono giovane.”

“Dai. Smettila di dire sciocchezze e chiudi a chiave.”

“Io sono di quelli ai quali piace stare al caffè fino a tardi” disse il cameriere più vecchio. “Con tutti quelli che vogliono andare a letto. Con tutti quelli che hanno bisogno di una luce per la notte.”

“Io voglio andare a casa e a letto.”

“Siamo due razze diverse” disse il cameriere più vecchio. Adesso era vestito per andare a casa. “Non è solo questione giovinezza e di fiducia, anche se sono bellissime cose. Ogni notte io sono restio a chiudere perché può esserci qualcuno che ha bisogno del caffè.”

“Hombre, ci sono delle bodegas aperte tutta la notte.”

“Non capisci. Questo è un caffè piacevole, pulito. È illuminato bene. La luce è molto buona e, adesso, ci sono anche le ombre delle foglie.”

“Buonanotte” disse il cameriere più giovane.

“Buonanotte” disse l’altro. Spegnendo la luce elettrica continuò la conversazione con se stesso. È la luce, naturalmente, ma bisogna che il locale sia piacevole e pulito. Non ci vuole la musica. La musica non ci vuole di certo. E non puoi stare dignitosamente in piedi davanti a un banco, anche se per queste ore della notte un banco è tutto quello che ti danno. Di che cosa aveva paura? Non era né paura né timore. Era un niente che conosceva troppo bene. Era tutto un niente, e anche un uomo era niente. Era soltanto questo, e tutto quello che ci voleva era la luce, e un certo ordine e una certa pulizia. Alcuni ci vivevano e non lo avvertivano mai, ma lui sapeva che era tutto nada y pues nada y nada y pues nada. Nada nostro che sei nel nada, nada sia il nome tuo, il regno tuo, nada sia la tua volontà, nada in nada come in nada. Dacci questo nada il nostro nada quotidiano e nadaci il nostro nada come noi nadiamo i nostri nada e non nadarci in nada ma liberaci dal nada; Ave niente pieno di niente, niente sia con te. Sorrise e si fermò davanti al banco di un bar con una lucente macchina da caffè a vapore.

“Cosa prende?” chiese il barista.

“Nada.”

“Otro loco mas” disse il barista, e gli voltò le spalle.

“Una tazzina” disse il cameriere.

Il barista glielo versò.

“La luce è molto viva e piacevole, ma il banco non è lucido” disse il cameriere.

Il barista lo guardò, ma non rispose. Era troppo tardi per fare conversazione.

“Vuole un’altra copita?” chiese il barista.

“No grazie” disse il cameriere, e uscì. Non gli piacevano né i bar né le bodegas. Un caffè pulito, illuminato bene, era una cosa molto diversa. Adesso, senza pensarci più, sarebbe tornato nella sua stanza. Si sarebbe messo a letto e finalmente, alle prime luci dell’alba, si sarebbe addormentato. Dopo tutto, si disse, probabilmente è soltanto insonnia. Chissà quanti ce l’hanno.

Le colline che attraversano la valle dell’Ebro erano lunghe e bianche. Di qua non c’era ombra né alberi, e la stazione era tra due file di binari sotto il sole. Contro il fianco della stazione c’era l’ombra calda dell’edificio e una tenda, fatta di filze di tubetti di bambù, appesa davanti alla porta aperta del bar, per tener fuori le mosche. L’americano e la ragazza che era con lui sedevano a un tavolo all’ombra, fuori dall’edificio. Faceva molto caldo e il direttissimo da Barcellona doveva arrivare di lì a quaranta minuti. Si fermava due minuti in quella stazione e proseguiva per Madrid.

“Cosa prendiamo?” chiese la ragazza. Si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo.

“Fa piuttosto caldo” disse l’uomo.

“Beviamo una birra.”

“Dos cervezas” disse l’uomo verso la tenda.

“Grandi?” chiese una donna dalla soglia.

“Sì. Due grandi.”

La donna portò due bicchieri di birra e due sottocoppe di feltro. Mise sul tavolo le sottocoppe di feltro e i bicchieri di birra e guardò l’uomo e la ragazza. La ragazza stava guardando verso la fila lontana di colline. Sotto il sole erano bianche,e i campi erano bruni e riarsi.

“Sembrano elefanti bianchi” disse.

“Non ne ho mai visto uno” disse l’uomo bevendo la sua birra.

“No, non potresti averlo fatto.”

“Potrei sì” disse l’uomo. “Il semplice fatto che tu lo dica non prova nulla.”

La ragazza guardò la tenda di bambù. “Ci hanno dipinto qualcosa sopra” disse. “Cosa dice?”

“Anis del Toro. È una bibita.”

“Perché non l’assaggiamo?”

L’uomo gridò: “Senta” attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.

“Quattro reales.”

“Vogliamo due Anis del Toro.”

“Con acqua?”

“Lo vuoi con l’acqua?”

“Non so” disse la ragazza. “È buono con l’acqua?”

“Buonissimo.”

“Li volete con l’acqua?” chiese la donna.

“Sì, con l’acqua.”

“Sa di liquirizia” disse la ragazza, e depose il bicchiere.

“È così per tutto.”

“Sì” disse la ragazza. “Tutto sa di liquirizia. Tutte le cose, in particolare, che si sono aspettate tanto. Come l’assenzio.”

“Oh smettila.”

“Hai incominciato tu” disse la ragazza. “Io mi divertivo. Me la spassavo.”

“Beh, cerchiamo di spassarcela.”

“Ci stavo provando. Dicevo che i monti sembravano elefanti bianchi. Non è stata un’osservazione intelligente?”

“È stata una osservazione intelligente.”

“Volevo assaggiare questa nuova bibita. È tutto quello che facciamo, no?” Guardare cose e assaggiare nuove bibite.”

“Credo di sì.”

La ragazza guardò le colline.

“Sono belle” disse. “Veramente non sembrano elefanti bianchi. Alludevo solo al colore della pelle tra gli alberi.”

“Un altro bicchiere?”

“D’accordo.”

Il vento caldo spinse contro il tavolo la tenda di bambù.

“La birra è bella fresca” disse l’uomo.

“Deliziosa” disse la ragazza.

“È davvero un’operazione semplicissima, Jig” disse l’uomo. “Veramente non la si può neanche chiamare un’operazione.”

La ragazza guardò il terreno sul quale poggiavano le gambe del tavolo.

“SO che non ci faresti neanche caso, Jig. È una cosa da nulla, veramente. Serve solo a far passare l’aria.”

La ragazza non disse niente.

“Verrò con te e starò sempre con te. Fanno solo entrare l’aria e poi è tutto perfettamente naturale.”

“E cosa faremo, dopo?”

“Staremo benissimo, dopo. Come stavamo prima.”

“Cosa te lo fa credere?”

“È l’unica cosa che ci preoccupa. È l’unica cosa che ci ha reso infelici.”

La ragazza guardò la tenda di bambù, tese la mano e s’impadronì di due filze di tubetti.

“E tu pensi che dopo staremo bene e saremo felici?”

“Lo so. Non devi avere paura. Conosco un sacco di gente che l’ha fatto.”

“Anch’io” disse la ragazza. “E dopo erano tutte così felici!”

“Beh” disse l’uomo “se non vuoi, nessuno ti obbliga. Non vorrei che tu lo facessi, se non vuoi. Ma so che è semplicissimo.”

“E tu lo vuoi davvero?”

“Credo che sia la cosa migliore. Ma non voglio che tu lo faccia, se davvero non vuoi.”

“E se lo faccio tu sarai felice e le cose torneranno come prima e tu mi vorrai bene?”

“Ti voglio bene anche adesso. Lo sai che ti voglio bene.”

“Lo so. Ma se lo faccio, poi sarà di nuovo bello se dico che le cose sono come elefanti bianchi, e ti farà piacere?”

“Mi farà molto piacere. Anche adesso mi fa piacere, ma non riesco a pensarci, tutto qui. Sai come divento quando sono preoccupato.”

“Se lo faccio, non sarai più preoccupato?”

“Non sarò preoccupato per questo, perché è una cosa semplicissima.”

“Allora lo farò. Perché di me non m’importa nulla.”

“Come sarebbe?”

“Di me non m’importa nulla.”

“Beh, importa a me.” “Oh, sì. Ma a me no. E lo farò e poi tutto andrà bene.”

“Non voglio che tu lo faccia se la pensi così.”

La ragazza si alzò in piedi e camminò fino in fondo alla stazione. Dall’altra parte, di là dai binari, c’erano dei campi di grano e degli alberi sulle rive dell’Ebro. Lontano, oltre il fiume, c’erano delle montagne. L’ombra di una nuvola passava sul campo di grano e tra gli alberi si vedeva il fiume.

“E potremmo avere tutto questo” disse la ragazza. “E potremmo avere tutto e ogni giorno lo rendiamo più impossibile.”

“Che hai detto?”

“Ho detto che potremmo avere tutto.”

“Possiamo avere tutto.”

“No che non possiamo.”

“Possiamo avere il mondo intero.”

“No che non possiamo.”

“Possiamo andare dappertutto.”

“No che non possiamo. Non è più nostro”

“È nostro.”

“No, non lo è. E quando te l’hanno portato via, non riesci a riaverlo mai più.”

“Ma non ce l’hanno portato via.”

“Aspettiamo e vedremo.”

“Vieni all’ombra” disse lui.”non devi sentirti così.”

“Non mi sento in nessun modo” disse la ragazza. “So come stanno le cose, tutto qui.”

“Non voglio che tu faccia nulla che tu non voglia fare…”

“E che non mi faccia bene” disse lei. “Lo so. Non potremmo ordinare un’altra birra?”

“Certo. Ma tu devi capire…”

“Capisco. Non potremmo stare zitti per un po’?”

Si sedettero al tavolo e la ragazza guardò verso la collina dalla parte riarsa della valle e l’uomo guardava lei e il tavolo.

“Devi capire” disse “che non voglio che tu lo faccia, se non vuoi. Sono prontissimo ad andare fino in fondo, se per te significa qualcosa.”

“E per te significa qualcosa? Ce la potremmo cavare.”

“Certo che significa qualcosa. Ma io voglio solo te. Non voglio nessun altro. E so che è una cosa semplicissima.”

“Sì, tu sai che è semplicissima.”

“Hai ragione di parlare così, ma lo so.”

“Adesso faresti qualcosa per me?”

“Per te farei qualunque cosa.”

“Vorresti per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere per piacere smettere di parlare?”

Lui non disse nulla ma guardò le valige contro il muro della stazione. C’erano attaccate le etichette di tutti gli alberghi dove avevano passato la notte.

“Ma io non voglio che tu lo faccia” disse “non me ne importa niente.”

“Adesso grido” disse la ragazza.

La donna uscì dal bar con due bicchieri di birra e li depose sui sottocoppa di feltro umido. “Il treno arriva tra fra cinque minuti” disse.

“Cos’ha detto?” chiese la ragazza.

“Che il treno arriva tra cinque minuti.”

La ragazza rivolse alla donna un sorriso raggiante, per ringraziarla.

“Sarà meglio che io porti le valigie dall’altra parte della stazione” disse l’uomo. La ragazza sorrise anche a lui.

“D’accordo. Poi torna qui e finiamo la birra.”

Lui raccolse le due pesanti borse e girando intorno alla stazione le portò sugli altri binari. Guardò in fondo ai binari ma non riuscì a scorgere il treno. Tornando indietro passò attraverso il bar, dove stavano bevendo i passeggeri in attesa del treno. Bevve un Anis al bar e guardò i passeggeri. Aspettavano tranquillamente il treno. L’uomo uscì attraverso la tenda di bambù. La ragazza era seduta al tavolo e gli sorrise.

“Ti senti meglio?” domandò lui.

“Mi sento bene” disse lei. “Non ho niente. Mi sento bene.”

“Ammesso che a qualcuno possa interessare, io cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno. Il vecchio e il mare avrebbe potuto esser lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare gli abitanti del villaggio, spiegare come sbarcano il lunario, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è un’operazione che altri scrittori sanno fare in modo eccellente e quando si scrive il limite è sempre quello che già è stato fatto in maniera esauriente. Così ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto eliminare tutte le parti superflue e trasmettere al lettore un’esperienza che potesse entrare a far parte della sua, come quelle reali. E’ un’impresa difficilissima, e ho dovuto lavorare sodo” 

La città e il desiderio.

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente da chi viene da terra e a chi dal mare.

Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altopiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo e i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una citta ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti, alle merci d’oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pianterreno, ognuna con una donna che si pettina.

Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma della gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui basto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lunga carovana che lo porta via dal deserto al mare, verso oasi d’acqua dolce all’ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po’ nel velo e un po’ fuori dal velo.

Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.

Andrej Longo – Dieci

30 aprile 2012

Andrej Longo

13 ottobre 2007 —   pagina 33   sezione: ALMANACCO DEI LIBRI (La Repubblica)

Andrej Longo – il nome è un omaggio del padre a Guerra e Pace di Tolstoj – è uno scrittore singolare. Bravo e singolare. Da anni invia manoscritti agli editori. Molti rifiuti e solo un paio di riconoscimenti. Cinque anni fa un piccolo editore (Meridiano Zero) gli ha pubblicato Più o meno alle tre, una raccolta di racconti. L’ anno successivo Rizzoli gli ha fatto uscire il romanzo Adelante. Ma di Longo si sono accorti in pochi. Era bravo, questo sì, ma era soprattutto invisibile. Come si fa a vivere se sei uno scrittore invisibile? Ci si arrangia. Longo ha fatto il bagnino, il cameriere e infine il pizzaiolo. Ed ecco in che cosa consiste la sua singolarità. Fare pizze, dice, gli tiene la mente sgombra e l’ animo leggero. Fa pizze da anni: a Roma dove vive parte dell’ anno e a Ischia dove è nato. Quando fa le pizze Longo lascia il cellulare spento. Quest’ estate l’ Adelphi lo ha chiamato a Ischia per dirgli che volevano pubblicare i suoi racconti. Ma lui non era raggiungibile. In un certo senso continuava a rimanere invisibile. Ma ormai qualcuno aveva acceso riflettori su questo scrittore i cui racconti, che usciranno la prossima settimana, sono brevi, fulminanti, dotati di un realismo tagliente. Apologhi neri sul mondo napoletano, dove si agita una vita infima, segnata da esistenze marginali: antropologia del vicolo, anche se ormai, dice, il vicolo ha perso quelle caratteristiche di una volta. Quali caratteristiche? «Era una piccola comune di soccorso, permetteva di socializzare comunicare, fornire assistenza. Un micromondo nel quale si infilava la piccola camorra». Piccola? «Piccola perché non era ancora sistema, non si era saldata col potere politico. Alludo a un mondo che veniva regolato dal contrabbando di sigarette. Poi, con la droga, il terremoto, le speculazioni edilizie, finanziarie, c’ è stato il cambiamento epocale». E il suo libro racconta questa mutazione. «Non può ignorarla, anche se l’ interesse è per l’ umanità minore». Sfila un bel campionario: cantanti che finiscono nel degrado, camerieri che lottano per restare onesti, il ragazzino che uccide la madre malata terminale, pensionati rapinati, piccola criminalità che ruba la macchina sbagliata. Che cosa li tiene insieme? «Ognuno di loro è uguale e diverso dagli altri. è come se tutti avessero mescolato in dosi diverse rassegnazione e prepotenza». Lei ha intitolato il suo libro Dieci, il riferimento è ai “Dieci Comandamenti”. Ma i suoi racconti hanno poco di biblico. «Non mi interessava il lato storico religioso, ma piuttosto il fatto che i “Comandamenti” sono le regole più antiche che l’ uomo si è dato. E mi piaceva il contrasto tra questa idea e il fatto che a Napoli di regole non ce ne sono. “Non ammazzare”, “Non rubare”, “Non desiderare la donna d’ altri” – per fare degli esempi – appartengono a un codice che a Napoli è spesso disatteso. Nei miei libri non faccio sociologia. Diciamo che la camorra, i problemi sociali come la disoccupazione, la piccola criminalità, la povertà, sono la soglia dell’ inferno. Poi all’ inferno ci devono stare i personaggi, non la sociologia». E lei come li crea i personaggi? «Li prendo appunto dall’ inferno, o dai finti paradisi, o dagli squallori di certi luoghi. Ma la cosa fondamentale è che i personaggi, dal più delinquente al più innocente, li devi amare. Altrimenti diventano stereotipi. Non mi interessa dare giudizi sulle persone, a me piace capire che cosa spinge qualcuno a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. E per riuscirci lo devi guardare con un occhio furfantesco». Cioè? «Devi riuscire a vedere e a rubare ciò che hai visto. Il vero atto creativo è una specie di furto con destrezza». Il suo modo di scrivere ricorda il cinema. «Il linguaggio cinematografico mi ha influenzato. Nel cinema non si possono descrivere i pensieri, si descrivono azioni che raccontano uno stato d’ animo. Se vuoi raccontare la tristezza, tu devi vedere che qualcuno è triste, non basta dirlo. Per questo mi piace usare la prima persona». Perché non la terza persona? «Si perderebbero le sfumature. L’ uso della prima persona ti costringe a fare i conti con il soggetto nei suoi aspetti più ambigui, contraddittori e concreti. E poi non è lui che mangia, scopa, spara. Sei tu nei suoi panni». Un processo di identificazione? «Diciamo di annullamento della distanza. è così che i personaggi diventano qualcosa di necessario. Quando scrivo non so cosa scrivo. Apparentemente non so mai cosa esattamente sto scrivendo. Voglio dire che quando inizio un racconto non so mai come andrà a finire. Mi annoierei nel predisporre una racconto sapendo in anticipo quale sarà la conclusione». La lingua dei suoi racconti è il napoletano. è un limite o un valore aggiunto? «Il napoletano permette ironia e duttilità, ingredienti fondamentali per i miei dialoghi. Non sarebbe possibile, almeno per me, raccontare certi drammi senza un minimo di leggerezza». Modello Eduardo. «De Filippo era un genio capace di mescolare lacrime e riso. I suoi personaggi, però, erano dei piccoli borghesi. Erano degli arresajuti che dai vicoli si erano trasferiti al primi piani del palazzo». E lei , dopo il passaggio all’ Adelphi, si sente un po’ un “arresajuto”? «Ho studiato alla scuola alberghiera, poi ho fatto il Dams all’ università. Credevo di poter vivere scrivendo. Mi sbagliavo. Quindici anni fa ho cominciato ha fare le pizze. E ho pensato che non sarei mai morto di fame e che la mia testa avrebbe riposato. Dieci – questo romanzo in forma di racconti – l’ ho spedito a dodici case editrici. Undici l’ hanno ignorato o rifiutato. Non ho provato nulla, in fondo fa parte della vita. Mi da molto più fastidio quelli che non ti dicono no per mancanza di coraggio. I no aiutano a crescere. E io di “no” ne ho avuti una valanga. Mi sento oggi un arresajuto perché Adelphi lo ha accettato? No. L’ arresajuto è un parvenu che ha rinnegato le sue radici. Io non potrei scrivere senza quelle». – ANTONIO GNOLI

Lo Sguardo dell’Angelo

30 aprile 2012

“Ogni angelo è tremendo” (Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi ).

Il dolore può essere una fitta acuta, ma passeggera. Può accadere, tuttavia, che ci siano dolori che, col tempo, si tramutino in una eco lontana che accompagna i risvegli e la durata delle giornate, scomparendo sotto il frastuono del mondo; resistenti al tempo e ineluttabili rivelano la propria persistenza nel silenzio che si fa in alcuni momenti quando si è soli con se stessi. Quando questo succede spesso, non esiste posto al mondo dove rifugiarsi, dove nascondersi: è questo l’occhio dell’angelo, il suo sguardo tremendo.

Der Himmel über Berlin
Damiel (Bruno Ganz)

L’Angelo Impotente.

Il guardiano del cielo,

nello schioccare fradicio di foglie,

ha tempo da perdere.

Il suo cuore orfano

è lieve d’occhi sospesi,

ricco di suoni universi.

Parte al mattino,

proteso lo sguardo.

La sera dona un tempo di attese

a capo chino, in ascolto.

Un Angelo accigliato

osserva impotente.

Il guardiano del cielo.

Nell’ovattato scintillío della fonte

sommersa, giacciono suoni.

La Luna tace col suo muso bianco

e l’ílare Tempo ora giace,

disteso sul fianco della Notte,

che prima rincorse.

Giochi sulle acque del mondo,

e un Io sconosciuto sta a guardare.

” Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.”

“Che gli elementi della terra mi avvolgano, sarò sempre più granitico. La mia faccia dirotterà la pioggia come le pietre”.

“Si accasciò e incrociò i polsi in grembo. Davanti agli occhi un mondo di incredibile bellezza. In qualche cavità recondita del suo cervello il sangue di lontane antenate celte lo indusse a discorrere con le betulle, con le querce. Nei boschi baluginava un freddo fuoco verde e lui riusciva a sentire i passi dei morti. Tutto gli era caduto di dosso. Distingueva a stento i confini tra se stesso e il mondo e non se ne curava. Giaceva supino sulla ghiaia, le ossa attratte dal centro della terra, briosa vertigine momentanea, illusione di essere sbalzato nello spazio azzurro e ventoso, nel fuorigioco del mondo, a precipizio tra gli esili cirri lassù”.

Laurence Olivier - Amleto

« L’estasi dello stato dionisiaco con il suo annientamento delle abituali barriere e confini dell’esistenza comprende infatti, nella sua durata, un elemento letargico cui s’immerge tutto ciò che è stato vissuto personalmente nel passato. Così, per questo abisso dell’oblio, il mondo della realtà  quotidiana e quello della realtà dionisiaca si distaccano. Non appena però quella realtà quotidiana riaffiora nella coscienza, essa, come tale, viene sentita con nausea; una disposizione ascetica, negatrice della volontà, è il frutto di quegli stati. In questo senso l’uomo dionisiaco è simile ad Amleto: entrambi una volta hanno gettato uno sguardo vero nell’essenza delle cose, hanno conosciuto, e agire li nausea; poiché la loro azione non può cambiare niente nell’essenza eterna delle cose, essi sentono come ridicolo o infame che venga loro richiesto di rimettere in sesto il mondo uscito fuori dai cardini. La conoscenza uccide l’agire, per agire si deve essere avvolti nell’illusione – questa è la dottrina di Amleto, non già quella saggezza a buon mercato di Hans il sognatore che non giunge all’azione per troppa riflessione, quasi per un eccesso di possibilità. Non è la riflessione, certo! – è la vera conoscenza, è la visione dell’orribile verità, che prevale su ogni motivo incitante all’azione, così per Amleto come per l’uomo dionisiaco. Ora non c’è più consolazione che possa servire, l’anelito si volge al di là di un mondo dopo la morte, al di là degli stessi dèi, l’esistenza, insieme al suo splendido rispecchiamento negli dèi o in un al di là immortale, viene negata. Nella coscienza di una verità, ormai contemplata, l’uomo adesso vede dappertutto soltanto l’orrore o l’assurdità  dell’essere; ora comprende quel che vi è di simbolico nel destino di Ofelia, ora riconosce la saggezza del dio silvestre Sileno: prova ripugnanza.

Qui, in questo supremo pericolo della volontà, si avvicina, come maga che salva e risana, l’arte; soltanto essa può piegare quei pensieri nauseati per l’orrore o l’assurdità dell’esistenza in rappresentazioni con cui si possa vivere: queste sono il sublime, come addomesticamento artistico dell’orrore, e il comico come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo. »

” A quel punto lei lo baciò sulle labbra. Fu un bacio molto russo, sul tipo di quelli che in quel vasto, spirituale paese vengono scambiati nelle solenni feste cristiane, quale suggello d’amore. Siccome però lo scambiavano un giovane notoriamente “scaltro”  e una donna, pure ancora giovane, dal passo deliziosamente strisciante, ci sentiamo senza voler portati, mentre lo raccontiamo, a ricordare da lontano il dottor Krokowski e la sua elegante, anche se non ineccepibile maniera di parlare dell’amore in un senso leggermente ambiguo, di modo che nessuno era ben sicuro se fosse un che di timorato o di appassionato e carnale. Facciamo forse anche noi come lui, o fecero così Hans Castorp e Claudia Chachat col loro bacio russo? Che cosa direbbe se ci rifiutassimo di andare in fondo alla questione? A parer nostro, voler distinguere “nettamente”, in cose d’amore, fra timorato e appassionato, è bensì un’impresa analitica, ma – per ripetere le parole di Castorp – “sommamente balorda” e persino ostile alla vita. Che vuol dire nettamente? che cos’è il senso ambiguo? Noi francamente ce ne ridiamo. Non è forse un fatto grande e buono che la lingua possieda una parola sola per tutti gli aspetti che vi possono comprendere – dal più timorato al più carnale e concupiscente? Qui sta il perfetto univoco nell’equivoco, perché l’amore non può essere non corporale nell’estrema timoratezza, né non timorato nell’estrema carnalità, esso è sempre se stesso; sia come scaltro accanimento alla vita, sia come suprema passione, è il consenso col mondo organico, il commovente e voluttuoso abbraccio di ciò che è destinato a corrompersi,… anche nella più ammirevole  e più furiosa passione appare certamente la charitas. Senso ambiguo? Ma lasciate, Dio buono,  che il senso dell’amore sia ambiguo! Se è ambiguo, vuol dire che c’è vita e umanità, e chi per questo stesse in pensiero, dimostrerebbe una desolata mancanza di scaltrezza.”

Obiectum

30 aprile 2012

Massima Zen: “Quando parli, parla, quando cammini, cammina, e quando muori, muori”.

Bisognerebbe lasciare che tutto fluisca, svuotandosi delle insistenze, senza voler incanalare i pensieri in un forma, una forma che preceda l’agire, o meglio, “l’essere agiti” dal mondo e da se stessi. Preoccuparsi, porsi sempre obiettivi, forzare la direzione prima o quand’essa si è già delineata, è un errore.