Andrej Longo – Dieci

30 aprile 2012

Andrej Longo

13 ottobre 2007 —   pagina 33   sezione: ALMANACCO DEI LIBRI (La Repubblica)

Andrej Longo – il nome è un omaggio del padre a Guerra e Pace di Tolstoj – è uno scrittore singolare. Bravo e singolare. Da anni invia manoscritti agli editori. Molti rifiuti e solo un paio di riconoscimenti. Cinque anni fa un piccolo editore (Meridiano Zero) gli ha pubblicato Più o meno alle tre, una raccolta di racconti. L’ anno successivo Rizzoli gli ha fatto uscire il romanzo Adelante. Ma di Longo si sono accorti in pochi. Era bravo, questo sì, ma era soprattutto invisibile. Come si fa a vivere se sei uno scrittore invisibile? Ci si arrangia. Longo ha fatto il bagnino, il cameriere e infine il pizzaiolo. Ed ecco in che cosa consiste la sua singolarità. Fare pizze, dice, gli tiene la mente sgombra e l’ animo leggero. Fa pizze da anni: a Roma dove vive parte dell’ anno e a Ischia dove è nato. Quando fa le pizze Longo lascia il cellulare spento. Quest’ estate l’ Adelphi lo ha chiamato a Ischia per dirgli che volevano pubblicare i suoi racconti. Ma lui non era raggiungibile. In un certo senso continuava a rimanere invisibile. Ma ormai qualcuno aveva acceso riflettori su questo scrittore i cui racconti, che usciranno la prossima settimana, sono brevi, fulminanti, dotati di un realismo tagliente. Apologhi neri sul mondo napoletano, dove si agita una vita infima, segnata da esistenze marginali: antropologia del vicolo, anche se ormai, dice, il vicolo ha perso quelle caratteristiche di una volta. Quali caratteristiche? «Era una piccola comune di soccorso, permetteva di socializzare comunicare, fornire assistenza. Un micromondo nel quale si infilava la piccola camorra». Piccola? «Piccola perché non era ancora sistema, non si era saldata col potere politico. Alludo a un mondo che veniva regolato dal contrabbando di sigarette. Poi, con la droga, il terremoto, le speculazioni edilizie, finanziarie, c’ è stato il cambiamento epocale». E il suo libro racconta questa mutazione. «Non può ignorarla, anche se l’ interesse è per l’ umanità minore». Sfila un bel campionario: cantanti che finiscono nel degrado, camerieri che lottano per restare onesti, il ragazzino che uccide la madre malata terminale, pensionati rapinati, piccola criminalità che ruba la macchina sbagliata. Che cosa li tiene insieme? «Ognuno di loro è uguale e diverso dagli altri. è come se tutti avessero mescolato in dosi diverse rassegnazione e prepotenza». Lei ha intitolato il suo libro Dieci, il riferimento è ai “Dieci Comandamenti”. Ma i suoi racconti hanno poco di biblico. «Non mi interessava il lato storico religioso, ma piuttosto il fatto che i “Comandamenti” sono le regole più antiche che l’ uomo si è dato. E mi piaceva il contrasto tra questa idea e il fatto che a Napoli di regole non ce ne sono. “Non ammazzare”, “Non rubare”, “Non desiderare la donna d’ altri” – per fare degli esempi – appartengono a un codice che a Napoli è spesso disatteso. Nei miei libri non faccio sociologia. Diciamo che la camorra, i problemi sociali come la disoccupazione, la piccola criminalità, la povertà, sono la soglia dell’ inferno. Poi all’ inferno ci devono stare i personaggi, non la sociologia». E lei come li crea i personaggi? «Li prendo appunto dall’ inferno, o dai finti paradisi, o dagli squallori di certi luoghi. Ma la cosa fondamentale è che i personaggi, dal più delinquente al più innocente, li devi amare. Altrimenti diventano stereotipi. Non mi interessa dare giudizi sulle persone, a me piace capire che cosa spinge qualcuno a comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro. E per riuscirci lo devi guardare con un occhio furfantesco». Cioè? «Devi riuscire a vedere e a rubare ciò che hai visto. Il vero atto creativo è una specie di furto con destrezza». Il suo modo di scrivere ricorda il cinema. «Il linguaggio cinematografico mi ha influenzato. Nel cinema non si possono descrivere i pensieri, si descrivono azioni che raccontano uno stato d’ animo. Se vuoi raccontare la tristezza, tu devi vedere che qualcuno è triste, non basta dirlo. Per questo mi piace usare la prima persona». Perché non la terza persona? «Si perderebbero le sfumature. L’ uso della prima persona ti costringe a fare i conti con il soggetto nei suoi aspetti più ambigui, contraddittori e concreti. E poi non è lui che mangia, scopa, spara. Sei tu nei suoi panni». Un processo di identificazione? «Diciamo di annullamento della distanza. è così che i personaggi diventano qualcosa di necessario. Quando scrivo non so cosa scrivo. Apparentemente non so mai cosa esattamente sto scrivendo. Voglio dire che quando inizio un racconto non so mai come andrà a finire. Mi annoierei nel predisporre una racconto sapendo in anticipo quale sarà la conclusione». La lingua dei suoi racconti è il napoletano. è un limite o un valore aggiunto? «Il napoletano permette ironia e duttilità, ingredienti fondamentali per i miei dialoghi. Non sarebbe possibile, almeno per me, raccontare certi drammi senza un minimo di leggerezza». Modello Eduardo. «De Filippo era un genio capace di mescolare lacrime e riso. I suoi personaggi, però, erano dei piccoli borghesi. Erano degli arresajuti che dai vicoli si erano trasferiti al primi piani del palazzo». E lei , dopo il passaggio all’ Adelphi, si sente un po’ un “arresajuto”? «Ho studiato alla scuola alberghiera, poi ho fatto il Dams all’ università. Credevo di poter vivere scrivendo. Mi sbagliavo. Quindici anni fa ho cominciato ha fare le pizze. E ho pensato che non sarei mai morto di fame e che la mia testa avrebbe riposato. Dieci – questo romanzo in forma di racconti – l’ ho spedito a dodici case editrici. Undici l’ hanno ignorato o rifiutato. Non ho provato nulla, in fondo fa parte della vita. Mi da molto più fastidio quelli che non ti dicono no per mancanza di coraggio. I no aiutano a crescere. E io di “no” ne ho avuti una valanga. Mi sento oggi un arresajuto perché Adelphi lo ha accettato? No. L’ arresajuto è un parvenu che ha rinnegato le sue radici. Io non potrei scrivere senza quelle». – ANTONIO GNOLI

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