Suttree – Cormac McCarthy

30 aprile 2012

” Caro amico adesso nelle polverose ore senza tempo della città quando le strade si stendono scure e fumanti nella scia delle autoinnaffiatrici e adesso che l’ubriaco e il senzatetto si sono arenati al riparo di muri nei vicoli o nei terreni incolti e i gatti avanzano scarni e ingobbiti in questi lugubri dintorni, adesso in questi corridoi selciati o acciottolati neri di fuliggine dove l’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati non camminerà anima viva all’infuori di te.”

“Che gli elementi della terra mi avvolgano, sarò sempre più granitico. La mia faccia dirotterà la pioggia come le pietre”.

“Si accasciò e incrociò i polsi in grembo. Davanti agli occhi un mondo di incredibile bellezza. In qualche cavità recondita del suo cervello il sangue di lontane antenate celte lo indusse a discorrere con le betulle, con le querce. Nei boschi baluginava un freddo fuoco verde e lui riusciva a sentire i passi dei morti. Tutto gli era caduto di dosso. Distingueva a stento i confini tra se stesso e il mondo e non se ne curava. Giaceva supino sulla ghiaia, le ossa attratte dal centro della terra, briosa vertigine momentanea, illusione di essere sbalzato nello spazio azzurro e ventoso, nel fuorigioco del mondo, a precipizio tra gli esili cirri lassù”.

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