Virginia Woolf – Al faro

30 aprile 2012

“…non parlava mai. Taceva sempre. Sapeva dunque – sapeva senza avere appreso. La sua semplicità scandagliava quello che le persone intelligenti falsavano. La univocità della sua mente le consentiva di cadere a piombo come un sasso, di atterrare con la precisione di un uccello, le dava, in tutta naturalezza, quel volo alto e inesorabile dello spirito che piomba come un uccello da preda sulla verità che incantava, metteva a proprio agio, sosteneva – forse a torto.”

” Spesso si sentiva così – in lotta contro ostacoli tremendi per non perdere il coraggio; dire “Ma è quello che vedo; è quello che vedo”, e stringersi così al petto i miseri resti della sua visione, che migliaia di forze facevano del loro meglio per strapparle. E sempre in quell’istante, come un gelido vento, quando iniziava a dipingere, si facevano strada in lei di forza altre cose, la sua inadeguatezza, la sua pochezza, la sua vita con il padre nei pressi di Brompton Road, e le era molto difficile controllare l’impulso di gettarsi (grazie al cielo, aveva sempre resistito fino ad allora) ai piedi della Signora Ramsay e di dirle – ma che cosa era possibile dirle? “Sono innamorata di lei”? No, non era vero. “Sono innamorata di tutto questo”, indicando la siepe, la casa, i ragazzi? Era assurdo, era impossibile. Non si poteva dire quello che si pensava. “

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