Svanire

30 maggio 2012

“Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile.” (C.P.)

Insiste…ma non riesco a rispondere. Penso che non serva a niente. Oggi ho avuto un capogiro, ma era come star solo su un’isola deserta. Chi ti sta intorno forse non ci fa più caso. C’è il sole adesso, c’è il sole…ma è come se non ci fosse. Non so cosa rispondere a quella domanda, in realtà se iniziassi, potrei vomitare parole per ore ed ore, ma a cosa servirebbe, non a chi ascolta, non a me, inutili parole…adesso sono stanco, spento, vorrei solo dormire a tempo indeterminato, piombare in uno stato d’incoscienza, far finta che nulla più esista, vorrei non preoccuparmi più di quello che dico, faccio o sono, vorrei andar lontano e non tornare più, sparire…

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È un po’ di tempo che, non so perché,
ho perso tutto il mio brioso umore,
tralasciato ogni usata occupazione;
e ciò grava a tal punto sul mio spirito
che questa bella struttura, la terra,
mi sembra un promontorio senza vita,
questo stupendo baldacchino, il cielo,
questa splendida volta, il firmamento,
questo tetto maestoso,
ingemmato di fuochi d’oro… ebbene,
per me non è nient’altro che un odiato
pestilenziale ammasso di vapori.
Che sublime capolavoro è l’uomo!
Quanto nobile nella sua ragione!
Quanto infinito nelle sue risorse!
Quanto espressivo nelle sue movenze,
mirabile: un angelo negli atti,
un dio nell’intelletto!
La bellezza dell’universo mondo!
La perfezione del regno animale!
Eppure che cos’è agli occhi miei
questo conglomerato di terriccio?
L’uomo per me non ha alcuna attrattiva…
e nemmeno la donna, anche se voi
con quel vostro sarcastico sorriso
sembrate dire che non è così.

Ingenuità per vanità.

30 maggio 2012

L’ultima parte.

29 maggio 2012

Quando non si è più nulla o quando non ci si aspetta più nulla, nulla si può perdere o acquistare, d’innanzi resta solo la possibilità di sentire una privazione continua: anche il dolore e la tristezza sono muti. L’unica cosa che rimane è quell’ultima parte indistruttibile di sé, la quale permane fino alla fine, fino a quando non si perderà anch’essa nel nulla. Questa parte, quella che mi rimane, la parte che a nessuno è concesso di vedere, all’infuori di me, forse rappresenta l’unica consolazione possibile o l’ultima illusione, l’ultima energia che mi rimane, questa consapevolezza di essere integro e oscuro in questa parte di me, salvata dall’ego stesso dell’altro da me.

Brazil

28 maggio 2012

28 maggio 2012

Vorrei svegliarmi dalla realtà per sognare…

Senza parole.

28 maggio 2012

Mark Rothko, no.14, 1960

Le parole si sono spente in gola come le luci che un tempo rischiaravano finestre di una casa adesso ormai vuota. Incateno i miei pensieri alle sbarre che dividono gli occhi da ciò che è all’esterno, dai raggi netti del sole, fendenti che non riescono a separare dall’ombra che stringe in una morsa fredda questa roccia di un rosso cupo quasi nero.

28 maggio 2012

Al fondo.

27 maggio 2012

Lentamente s’immerse la Stella

in un Io abisso, mare fosco,

nel fondo. Non risale più luce

né lascia di sé traccia

sul fondale, nessun suono,

ma solo un ricordo, un profumo.

Piano, si dissolve e ricade

sull’acqua, assorbito dal sale.

Sentiero.

27 maggio 2012

Era d’aprile, ai primi avvertimenti della stagione mite, che nostro padre ci accompagnava per lunghissime passeggiate attraverso un sentiero che io e mia sorella chiamavamo “Il Sentiero della Primavera”. Lo costeggiavano lungo i due lati dei muretti spessi, talvolta fradici, circondanti villette che un tempo furono delle rustiche e cadenti abitazioni o forse piccole casette di campagna, adesso queste sono soltanto un’anomalia architettonica in quartiere considerato periferico rispetto al centro della città.

I bambini, avendo un punto di vista diverso da quello che può avere un adulto, vedono tutto più grande; ciò che a noi, uomini adulti, appare di dimensioni equilibrate, ad essi sembra immenso. A quel tempo, quei muretti e quelle ville, mi apparivano come delle fortificazioni ciclopiche, di una grandezza straordinaria. Non ricordo, però, di aver percepito allora alcun senso di terrore di fronte a queste mura; provavo solo stupore, quasi un sacro e timoroso rispetto, misto ad un curioso e infantile senso di mistero: i bambini non hanno paura neanche ad usare le parole; adesso, io tremo, timoroso di esprimere con parole fuori luogo, insensate, un’esperienza che appartiene ormai al passato.

Sembrava quasi impossibile, per il bambino che ero, valicare le mura che circondavano queste dimore “monumentali” (tale era la sua meraviglia e il suo sconcerto) eppure così piene di seduzione. Il mio io bambino si sentiva scosso a quella vista maestosa, come un uomo lo è da un fremito di piacere che precede il soddisfacimento di un desiderio. Io, bambino, a quel fremito, per darmi coraggio, stringevo forte la mano di mio padre, una mano percorsa da dure vene, come scolpite – la mano di un uomo – e le stringevo così forte che, ogni tanto, lui si fermava per guardarmi in viso, oppure allentava la sua presa per riprenderla poi più vigorosamente di prima.

Dopo molti anni, ripensando alle sue mani forti e a come mi tenevano stretto, riuscii a comprendere cosa fosse un uomo.

Lungo i muretti delle ville, in quel periodo, iniziavano a sbocciare i primi fiori; erano tutti gialli, con un stelo lungo e sugoso che mordicchiavo gustandone il sapore dolce e frizzante.

Accanto a quei fiori deliziosi cresceva erba selvatica che raccoglievo per coprire il mio piccolo nascondiglio segreto: era un piccolo fosso scavato in una fenditura di un muretto di tufo che circondava una casa abbandonata. Lo seppellivo con cura dopo essermi allontanato da mio padre con una scusa qualunque: lui mi lasciava fare, come se sapesse già tutto.

Se un padre forte e severo come lui lo permetteva, questa era l’ennesima prova che l’uomo sa anche modellarsi cautamente alla casualità della vita e vigilare da lontano lasciando il proprio spazio agli altri per esprimersi.

Sul finire del pomeriggio, i nostri giochi lungo “il Sentiero della Primavera”, dovevano avere termine. Il sole che sembrava tramontare lentamente avrebbe presto lasciato spazio alla notte e l’oscurità avrebbe ricoperto ogni angolo di quel favoloso sentiero, dopo di che, anche il più insignificante oggetto che avesse potuto catturare con il suo fascino l’attenzione del bambino, sarebbe stato avvolto da un buio profondo come l’inchiostro.

Al pensiero di allora, assaporo – adesso – ciò che un bambino non sa o può intuire soltanto vagamente mentre un uomo conosce bene e  definisce maturità: la malinconia che invade ognuno di noi al sentire che un sogno sta per finire.

(Dedicato a mio padre, in occasione dell’anniversario della sua morte, 27 maggio 1996)

Chiudo gli occhi e il profumo dei fiori di questo albero, mescolato all’odore della sabbia mi trasporta subito nel passato vicino e ad un tempo lontanissimo, al mare, al breve tratto di strada che facevo per arrivare in spiaggia, quando mi tenevi stretta la mano…adesso è rimasto solo il ricordo di quel profumo e della sicurezza in quella mano che stringeva la mia, piccola e fragile come lo è ancora oggi.

La chiave

27 maggio 2012

 

La verità, la risposta, è una chiave ormai inutile di una porta divelta dai cardini, scomparsa, che sta chiusa in un cassetto, nel silenzio.

http://www.letteratura.rai.it/embed/ingeborg-bachmann-shakespeare-aveva-ragione/1014/default.aspx

 

 

La vera via passa per una corda che non è tesa in alto, ma appena al di sopra del suolo. Sembra destinata a far inciampare più che a essere percorsa.

Come un sentiero d’autunno: appena è tutto spazzato, si copre nuovamente di foglie secche.

Una gabbia andò a cercare un uccello.

Comprendere quale fortuna sia che il terreno su cui poggi non possa essere più grande dei due piedi che lo coprono.

C’è una meta, ma non una via; ciò che chiamiamo via è un indugiare.

Prima non capivo perché la mia domanda non ottenesse risposta, oggi capisco come potessi credere di poter domandare. Ma io non credevo affatto, domandavo soltanto.

La sua risposta all’affermazione che egli forse possedeva, ma non era, fu soltanto tremito e batticuore.

Venne data loro la possibilità di scegliere fra diventare re o corrieri dei re. Come bambini, vollero tutti essere corrieri. Per questo ci sono soltanto corrieri, scorrazzano per il mondo e, poiché di re non ce ne sono, gridano i messaggi ormai privi di senso l’uno all’altro. Volentieri porrebbero fine alla loro miserevole vita, ma non osano farlo per via del giuramento che hanno prestato.

Nella lotta fra te e il mondo asseconda il mondo.

In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.

La verità è indivisibile, perciò non può riconoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna.

Due compiti per iniziare la vita: restringere il tuo cerchio sempre più e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi nascosto da qualche parte al di fuori del tuo cerchio.

( Da Franz Kafka, Aforismi a Zürau, a cura di Roberto Calasso, Adelphi 2004)

 

 

«Mi concessi tempo, prima di accorgermene, mi sono sempre concessa questi tempi di parziale cecità. Diventare tutt’a un tratto capace di vedere – questo mi avrebbe distrutta».

Trois Couleurs: Blanc

25 maggio 2012

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Sono lontano, cado senza vertigini

 

Non guardo in nessun posto

 

Quando cammino non so dove andare

 

Le domande degli altri

Sono puri suoni

 

Sono lontano, ma non so dove

 

Vorrei essere ancor più distante

Ma non so dove andare

 

Non parlo da tempo

 

Abbandono messaggi

In una bottiglia vuota

Su questa spiaggia deserta

 

Sono lontano, e non so dove, lontano

Ma in nessun posto.

 

 

 

 

Come stai?

22 maggio 2012

E’ troppo ricordarsi di questa citazione ( “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere. L. Wittgenstein) dopo che alla domanda “Come stai?” non sai cosa dire e non ti va di ripetere la solita secca tiritera inconcludente e falsa o perché in realtà la risposta sarebbe più complicata della domanda?

E’ da stamattina, da quando mi hanno posto questa domanda, che penso alla risposta; probabilmente sono stufo di rispondere, illudendomi di poter dare risposte sensate, plausibili, prima di tutto a me stesso e poi al mio interlocutore. Forse, ho acquistato coscienza del fatto che non voglio più rispondere a questa domanda. “Come stai?” è una domanda assurda per me, è come se mi chiedessero  di  mentire quando vorrebbero da me una risposta autentica, solo per il puro gusto di sentire la mia menzogna. Assurdo! Quanto possa essere assurda una semplice domanda, non c’è bisogno certo di leggere Beckett, l’essere umano era già complicato, nella sua semplicità, prima che questo scrittore inventasse il dialogo per il quale è diventato famoso. Le domande, pensano alcuni , sono fatte per le risposte, mentre, molto spesso, invece, si fanno perché si vuole udire solo il silenzio nelle risposte, il cicaleccio insensato, la burla del senso, la negazione della comunicazione. Forse oggi, ho dato la miglior risposta a questa domanda, il silenzio senza parole, di chi non sa più come stare perché è alla ricerca ancora di un modo, di un “posizione” in questo strano mondo, che non fa che domandarsi “Come stai?” senza nessun reale interesse riguardo alle risposte.

Son ritornato indietro e ti ho abbandonato sulla Luna, quando di ritorno sulla Terra ho sfiorato distrattamente la stella del mattino che s’era fatta più fredda del solito. Ti abbandonato in uno dei suoi crateri, lasciandoti nella polvere, dimentico delle tue ferite. Ho dimenticato anche quelle da quando giaci remoto come un fiore coperto dalla neve; ora sei discreto e risuoni in perpetuo nel tuo nascosto silenzio.

” Per quanto scura
la notte è passata
e non lascia che schiuma
di birra slavata
e una spiaggia
e una linea di sabbia
è il fronte di un addio
gli altri si cambino l’anima
per meglio tradire
per meglio scordare

Ma niente canzoni d’amor
mai più mi prendano il cuor
la notte è passata e le nuvole
gonfiano schiuma di Baltico e cenere
e cenere avrò…”

(Bardamu-Vinicio Capossela)