confluirefluirsi

1 maggio 2012

Non so, forse ho ragione io, forse ha ragione lui. Alle volte è difficile capire sia se stessi che le persone; talvolta pensi di aver capito tutto, di saper interpretare gli sguardi, il significato delle pieghe di un volto, di una leggera smorfia, altre di cogliere in talune espressioni dei contrasti, delle contrarietà o solo una indifferenza accusatoria e ti chiedi cosa l’abbia scatenata. Forse ha ragione un mio amico: l’animo umano è mutevole, e le persone seguono i moti del loro animo non necessariamente del tuo essere in una data situazione in un dato contesto o aver fatto qualcosa che ha dato vita a quel determinato comportamento.

Per capire realmente, alle volte bisogna stare ai margini delle cose, osservare ponendosi da una prospettiva impersonale, descrivere coi pensieri senza utilizzare la formula “io vedo”, come se fossimo una camera in presa diretta; nominare forse, elencare oggettivamente le cose, descriverne le forme, i colori, i suoni, prenderne unicamente atto e restare all’angolo, zittirsi, ammutolire l’ego che non perde quel brutto vizio di interpretare con il proprio metro la realtà.

Ripensando alle mie riflessioni immediate durante la serata di ieri, trascorsa così come le altre, ora credo ( anche se domani potrei pensarla diversamente) che bisogna abbandonarsi ai sensi, starci dentro, nella loro purezza, senza riflettere, perché, talvolta, l’interpretazione è vittima dei tranelli dell’io. Il corpo e la mente sono così intimamente fusi insieme che spesso è difficile separare l’uno dall’altra, e inoltre è troppo facile confondere ciò che vediamo con ciò che pensiamo di quel che ci appare, alterando così la realtà dei fatti. Forse è questo che fa della vita, del pensiero, del corpo una complessità, un unicum difficile da fissare, tracciandone una rappresentazione lineare, piana, attraverso il linguaggio, o meglio la lingua. Di questa vita, quant’è difficile registrarne il fluire degli strati sovrapposti e mescolati insieme; c’è chi ha speso una vita intera a farlo: scrittori, filosofi, scienziati, e mi vengono in mente molti nomi, soprattutto tra i primi. Ma questo scopo è stato la delizia e il tormento di molti uomini; questa ne è anche la contraddizione primaria: non riuscire a fare a meno di questo vizio, la riflessione immediata sulla vita, sul mondo, sulla nostra essenza in relazione con essi; essenza che si perde nell’atto stesso del pensiero. Fissare l’essenza di un qualcosa che è mutevole, tanto quanto il soggetto che vuole ingabbiarla in schemi semplificati, di una complessità talmente sfuggente, è una utopia: bisogna lasciar fluire il tutto, essere umili di fronte al mondo e a noi stessi, non fermarsi a scindere l’unità che siamo ed evitare così di smarrirci, alla ricerca di quello che è indissociabile, indefinibile, compatto, come l’acqua che scorre: non ci resta altro da fare che scorrere con essa.

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