Da “Memorie dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij

6 maggio 2012

Edvard Munch, Notte a Saint Cloud

Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. […] Infatti, il diretto, legittimo, immediato frutto della coscienza è l’inerzia, cioè il cosciente starsene a mani conserte.

Cospargetelo di tutti i beni del mondo, sprofondatelo nella felicità finché non gli arrivi fin sopra la testa, così che non se ne veda più se non qualche bollicina sulla superficie della felicità, come fosse la superficie dell’acqua; dategli una tale tranquillità economica, che non gli rimanga proprio nient’altro da fare se non dormire, mangiare pasticcini e adoperarsi perché la storia universale non finisca: bene, anche così l’uomo, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, unicamente per farvi una pasqui

nata vi combinerà una qualche porcheria. Metterà a repentaglio perfino i suoi pasticcini, e a bella posta desidererà le più rovinose sciocchezze, la più antieconomica delle assurdità, all’unico scopo di poter mescolare a tutta questa positiva ragionevolezza il proprio rovinoso elemento fantastico.

Forse io mi credo un uomo intelligente proprio e solo per questa ragione, che in tutta la vita non m’è mai riuscito di portare a termine nulla.

Il volere umano, molto spesso e anzi il più delle volte si trova assolutamente e cocciutamente in contrasto con il raziocinio.

Per tutta la vita non mi sono neppure potuto figurare un altro genere d’amore, e sono arrivato adesso al punto di pensare talvolta che l’amore consista proprio nel diritto spontaneamente concesso dall’oggetto amato di tiranneggiarlo. Nelle mie fantasie del sottosuolo non mi sono mai figurato l’amore se non come una lotta, che facevo cominciare sempre dall’odio e finire con l’asservimento morale.

Ci sono fra i ricordi d’ogni uomo, cose che non si raccontano a tutti, ma appena agli amici. Ce ne sono altre che neanche agli amici si raccontano, ma appena a se stessi, e per di più sotto suggello di segreto. Ce ne sono, infine, altre ancora che persino a se stessi si ha paura di raccontare, e di tali ricordi ogni uomo, anche ammodo, ne mette insieme parecchi.

Un’altra volta mi volli innamorare per forza, anzi due volte. E soffrivo, signori, ve ne assicuro! Nel profondo dell’animo non sembra di soffrire, spunta un risolino, eppure io soffro, e per di più in modo vero, autentico; sono geloso, vado fuori di me… e tutto per noia, signori, tutto per noia; l’inerzia mi aveva oppresso.

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