Kafkismi.

7 maggio 2012

Saggio sono stato, per così dire, perché ero pronto a morire in qualunque momento, ma non già perché avessi sbrigato tutto ciò che mi era imposto, bensì perché non ne avevo fatto niente, né potevo sperare di farne mai alcunché.

Sarò difficile da scrollare, eppure sono inquieto. Oggi nel pomeriggio, mentre ero a letto e qualcuno girò rapidamente una chiave nella serratura, ebbi un istante tutto il corpo coperto di serrature come a un ballo in costume, e a brevi intervalli una serratura veniva aperta o chiusa ora qua ora là.

Essere tirati dentro per la finestra al pianterreno di una casa con una corda messa intorno al collo, ed essere tirati su senza riguardi, come da uno che non vi badi affatto, sanguinanti e dilaniati, attraverso i soffitti di tutte le stanze, i mobili i muri e le soffitte, finché non appaia sul tetto il cappio vuoto che ha  perduto i miei resti soltanto quando è passato attraverso i coppi.

Mi isolerò fino allo stordimento. Mi inimicherò tutti, non parlerò con nessuno.

Tutto ciò che non è letteratura mi annoia e provoca il mio odio perché disturba o mi è d’inciampo, sia pure soltanto nella mia opinione.

Sono incapace di scrivere qualcosa di decisivo per il ricordo. Soltanto per mantenere se stessa, la mia debolezza preferisce rendere limpida e vuota la mia testa sordita, fin dove la confusione può essere respinta ai margini. Questa situazione però mi piace quasi più dell’assedio puramente sordo e incerto dal quale potrei eventualmente liberarmi soltanto con un martello che prima spezzasse me stesso.

Star seduto in un angolo del tranvai, avvolto nel pastrano.

Ogni osservazione altrui, ogni sguardo casuale rimescola ogni cosa dentro di me, persino cose dimenticate e del tutto insignificanti. Sono più incerto che mai, sento soltanto la violenza della vita. E sono insensatamente vuoto. Sono davvero come una pecora sperduta nella notte e sui monti o come una pecora che la rincorre. Essere così sperduto e non avere la forza di farne lamento!

O io mi inganno di grosso, o nonostante tutto mi avvicino. E’ come se la battaglia spirituale si svolgesse nella radura di un bosco. Io m’interno nel bosco, non trovo niente e per debolezza esco subito correndo. Sovente, quando lascio il bosco, odo o credo di udire il fragore d’armi di quella battaglia. Gli sguardi dei combattenti mi cercano forse nel buio della selva, ma io so di loro così poco e soltanto cose ingannevoli.

       (Franz Kafka, Diari)

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