Sentiero.

27 maggio 2012

Era d’aprile, ai primi avvertimenti della stagione mite, che nostro padre ci accompagnava per lunghissime passeggiate attraverso un sentiero che io e mia sorella chiamavamo “Il Sentiero della Primavera”. Lo costeggiavano lungo i due lati dei muretti spessi, talvolta fradici, circondanti villette che un tempo furono delle rustiche e cadenti abitazioni o forse piccole casette di campagna, adesso queste sono soltanto un’anomalia architettonica in quartiere considerato periferico rispetto al centro della città.

I bambini, avendo un punto di vista diverso da quello che può avere un adulto, vedono tutto più grande; ciò che a noi, uomini adulti, appare di dimensioni equilibrate, ad essi sembra immenso. A quel tempo, quei muretti e quelle ville, mi apparivano come delle fortificazioni ciclopiche, di una grandezza straordinaria. Non ricordo, però, di aver percepito allora alcun senso di terrore di fronte a queste mura; provavo solo stupore, quasi un sacro e timoroso rispetto, misto ad un curioso e infantile senso di mistero: i bambini non hanno paura neanche ad usare le parole; adesso, io tremo, timoroso di esprimere con parole fuori luogo, insensate, un’esperienza che appartiene ormai al passato.

Sembrava quasi impossibile, per il bambino che ero, valicare le mura che circondavano queste dimore “monumentali” (tale era la sua meraviglia e il suo sconcerto) eppure così piene di seduzione. Il mio io bambino si sentiva scosso a quella vista maestosa, come un uomo lo è da un fremito di piacere che precede il soddisfacimento di un desiderio. Io, bambino, a quel fremito, per darmi coraggio, stringevo forte la mano di mio padre, una mano percorsa da dure vene, come scolpite – la mano di un uomo – e le stringevo così forte che, ogni tanto, lui si fermava per guardarmi in viso, oppure allentava la sua presa per riprenderla poi più vigorosamente di prima.

Dopo molti anni, ripensando alle sue mani forti e a come mi tenevano stretto, riuscii a comprendere cosa fosse un uomo.

Lungo i muretti delle ville, in quel periodo, iniziavano a sbocciare i primi fiori; erano tutti gialli, con un stelo lungo e sugoso che mordicchiavo gustandone il sapore dolce e frizzante.

Accanto a quei fiori deliziosi cresceva erba selvatica che raccoglievo per coprire il mio piccolo nascondiglio segreto: era un piccolo fosso scavato in una fenditura di un muretto di tufo che circondava una casa abbandonata. Lo seppellivo con cura dopo essermi allontanato da mio padre con una scusa qualunque: lui mi lasciava fare, come se sapesse già tutto.

Se un padre forte e severo come lui lo permetteva, questa era l’ennesima prova che l’uomo sa anche modellarsi cautamente alla casualità della vita e vigilare da lontano lasciando il proprio spazio agli altri per esprimersi.

Sul finire del pomeriggio, i nostri giochi lungo “il Sentiero della Primavera”, dovevano avere termine. Il sole che sembrava tramontare lentamente avrebbe presto lasciato spazio alla notte e l’oscurità avrebbe ricoperto ogni angolo di quel favoloso sentiero, dopo di che, anche il più insignificante oggetto che avesse potuto catturare con il suo fascino l’attenzione del bambino, sarebbe stato avvolto da un buio profondo come l’inchiostro.

Al pensiero di allora, assaporo – adesso – ciò che un bambino non sa o può intuire soltanto vagamente mentre un uomo conosce bene e  definisce maturità: la malinconia che invade ognuno di noi al sentire che un sogno sta per finire.

(Dedicato a mio padre, in occasione dell’anniversario della sua morte, 27 maggio 1996)

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