John Cheever

John Cheever

” Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione. Il massimo che riesca a cogliere di questo periodo è una specie di solitudine. Persino la bellezza del mondo visibile sembra sbriciolarsi, sì persino l’amore. Sento che c’è stato come un aborto, una svolta sbagliata, ma non so quando sia accaduto né ho speranza di scoprirlo. “

( John Cheever – Diari )

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bellezza

28 novembre 2012

La virtù è ancor più gradita se splende in un bel corpo.

(Virgilio)

Millais – Sophie Gray

“Grazie Signore”,  grazie a te, ho pensato, grazie per la bellezza, la dolce grazia della tua voce lenta, vellutata, che scorre come una carezza sui minuti, grazie a te per la celeste sincerità dei tuoi occhi senza inganni. Ogni tuo sorriso è senza sforzo, il numero di tuoi sorrisi non è mai eccessivo, ogni tuo sorriso non è segnale di stupidità, anzi la tua bellezza diventa l’espressione più chiara di una intelligenza che scandaglia, profondendosi nella persona che sta di fronte come un’ immagine si riflette in uno specchio.

Spiraglio

26 novembre 2012

È strano come, forse, il caso ci faccia incrociare una persona che senza conoscerci riesce a smascherare con poco il nostro travestimento, il nostro scudo, la nostra corazza di viltà, di autoprivazioni, la volontà velata di sorvegliare le espressioni del nostro viso, le nostre parole, il nostro tempo, nel tentativo di sottrarlo alla spirale avvolgente della caduta, preservarlo dal senso di uno scorrere inevitabile al termine, un termine che ne segni la caducità. Una persona che, con poche e semplici parole, ci indichi il corso che devia dalla discesa negli inferi con candida spontaneità e sicurezza. Allora, ci si risveglia per un attimo da un sogno o un incubo, da una stanza buia anche di giorno, in cui il nostro volto oscuro non si specchia più nella nostra coscienza, perché qualcosa o qualcuno o noi stessi ha oscurato tutto. Ci ha estradato dal buio questa persona, ci ha strattonato, ha divelto le nostre stesse sbarre d’inganno, il nostro inganno.

E ci sembra quasi di poter ritornare allo stato solito, ma una breccia è stata aperta nel nostro sipario; ci ha denudato, e ritornando sotto il manto dissuasore, notiamo un taglio, una fenditura dalla quale filtra ancora un po’ di luce nell’oscurità dorata del nostro io.

La Fortezza.

25 novembre 2012

Solo le parole rimangono, solo le parole dimenticano di avere un corpo, il bisogno di linfa, un mondo intorno che assedia un’indifesa fortezza circondata da mura di parole.

Parole e Anima.

19 novembre 2012

La grammatica esteriore, formale, non corrisponde a quella interiore. “Le giornate o sono poco lunghe o sono troppo corte”. Le due frasi pur esprimendo lo stesso concetto hanno un impatto diverso sull’anima. Perché le due frasi mi suonano differenti? L’una mi fa pensare che mi servirebbero più ore per terminare in tempo utile determinate attività, l’altra al fatto che vorrei avere più tempo per rilassarmi e allungare le ore che occupo in attività che mi portano piacere. Non so. Ci sarà un perché? O sono solo io quello che vede una differenza lì dove non c’è?

Odio gli avverbi…

18 novembre 2012

Osservando la signora delle pulizie al centro commerciale, il pizzaiolo che modellava, stendeva la pasta, e mentre lo facevo, nella totale tranquillità del mio girovagare, mi chiedevo a cosa pensassero mai tutte quelle persone che compivano gesti ripetuti giorno dopo giorno, l’uno dopo l’altro, senza soste, forse solo per me che li osservavo, “a cosa pensano in quei momenti?” mi domandavo.

Non c’è niente di meglio che starsene qui a leggere, dimenticarsi di tutto il resto con un buon libro (ho ripreso Lord Jim, Conrad anche se a tratti è troppo tedioso, verboso…) ma è la sensazione di dimenticanza totale, di calma, della vita fuori di qui, come se non avesse più senso per me, mi basta star qui a leggere, per un po’ ho desiderato che il tempo si fermasse che questo giorno fosse interminabile. Ho pensato anche di star qui, con il diario aperto e scrivere, senza pudori o resistenze, tutto quello che mi passa per la mente, così posso riempirlo, è da un po’ che non scrivo …

Odio gli avverbi “solo”, “soltanto”, “solamente”, “unicamente”. Quando qualcuno ti scrive: “Volevo solamente sapere come stavi” “Solamente per dirti grazie…” ma a che servono questi messaggi? Odio questi solo, solamente, soltanto…è pura ipocrisia…non voglio essere uno che li scrive o li usa.

Leggo quello che scrive E. e penso a cosa servirebbe farmi sentire da lei, vorrei chiamarla per sapere come sta. Ma a cosa serve? E le spiegazioni? Ma le devo delle spiegazioni?

Come si fa a fermare il tempo?

Quando leggo, in alcuni momenti, alcuni passi, mi creano un’ansia di abbandonare la lettura e buttarmi a scrivere perché non lo faccio? Sono tante le cose che non faccio, ma in altri casi è l’ansia di non riuscire, di non essere abbastanza portato, anche qui sarà per questo? Ma qui è l’ansia di fare che mi blocca e non la paura di non riuscire.

bellezza

17 novembre 2012

“…una delle proprietà immutabili della bellezza è che lascia dentro di noi il desiderio di rendere qualcun altro partecipe. Sentiamo il bisogno di dare, di fare qualcosa, anche soltanto muoverci per la stanza, e di spostare la rosa nel vaso, la quale, detto per inciso, ha perso i suoi petali.”

Da La lettura (“Reading”) di Virginia Woolf

per chi?

15 novembre 2012

S.O.S.

15 novembre 2012

Dimenticarsi

13 novembre 2012

“Ho imparato a essere felice là dove sono. Ho imparato che ogni momento di ogni singolo giorno racchiude tutta la gioia, tutta la pace, tutti i fili di quella trama che chiamiamo vita. Il significato è riposto in ogni istante. non c’è un altro modo per trovarlo. Percepiamo solo e soltanto ciò che permettiamo a noi stessi di percepire, tutti i giorni, un istante dopo l’altro.” (H. Hesse)

A. è nero e veste dignitosamente di bianco, E. ha nella pancia un bambino e ogni tanto le duole la schiena a star seduta, Y. tiene carezzevole una mano sulla sua pancia, oggi il piccolo è irrequieto mentre parlo. Traducendo non pensavo al tempo che passava, a questa sera che ti ho rivista sorridere in quella foto, a questa sera che mi sento un nulla, una solitudine disperata. Forse devo smettere di pensare, restare fermo al momento, imparare a essere attraversato dall’istante, non osservare i sensi che si dispiegano, si srotolano come un film, come uno rotolo di pergamena. Fermare il passato, dimenticare il futuro. Estinguere nella brevità di un sospiro, nel lampo di luce che attraversa gli occhi, l’anima, ammutolita e ferma come una statua alla pioggia che batte, abbandonata al muschio che ricresce e perpetua se stesso, all’ombra di una memoria di sabbia.

 

 

EsplicitOnetti

11 novembre 2012

Juan Carlos Onetti minaccia un giornalista con una pistola giocattolo, intervista a Madrid 1988.

onettiana

11 novembre 2012

” La definizione di racconto è qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita. Prima c’è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcosa che illumina l’attimo e forse finirà con l’insediarsi indelebilmente nella coscienza.”
(Raymond Carver)

“Quando leggiamo…Onetti…ci sentiamo sommersi da quelle lunghe frasi labirintiche nelle profondità profondità selvatiche della psicologia e dell’anima umana, strappati dal tempo e dalla vita quotidiana e portati in una dimensione fatta di altri piaceri, immagini e idee,  e cioè in un mondo diverso – impalpabile, sonoro, denso, verbale – che si fa strada con quella prosa…”.

(Mario Vargas Llosa – El viaje a la ficciòn. El mundo de Juan Carlos Onetti)

 

Parte prima

I.

Santa Rosa

– Mondo matto, – disse ancor una volta la donna, come se contraffacesse, come se lo traducesse.

Io la sentivo attraverso la parete. Immaginai le sue labbra in moto davanti all’alito di ghiaccio e di fermentazione della ghiacciaia o allo stoino dei cannicci torrefatti che doveva essere rigido tra il pomeriggio e la stanza da letto, a ombreggiare il disordine dei mobili appena arrivati. Ascoltai, distratto, le frasi intermittenti della donna, senza credere a quello che diceva.

Quando la sua voce, la vestaglia da casa e le braccia grosse che io le attribuivo passavano dalla cucina alla stanza da letto, un uomo ripeteva monosillabi, assentendo, senza lasciarsi andare completamente allo scherno. Il caldo che la donna andava fendendo si riaggruppava, allora, eliminava le fenditure e gravava pesantemente su tutte le stanze, nei vani delle scale, negli angoli dell’edificio.

La donna andava e veniva nell’unico locale dell’appartamento accanto, e io la stavo ad ascoltare dal bagno, in piedi, con la testa curva sotto la pioggia quasi silenziosa.

– Anche se il cuore mi andrà in frantumi, glielo giuro, – disse la voce della donna, cantando un po’, col respiro che le cadeva a fine di ogni frase, come se un ostacolo ostinato sorgesse ogni volta per impedirle di confessare qualcosa, – non sarò certo io ad andare in ginocchio da lui. Se l’è voluta lui, e ben gli sta. Anch’io ho il mio orgoglio. Benché faccia più male a  me che a lui.

– Andiamo, andiamo, – conciliava l’uomo.

Ascoltai per un po’ il silenzio dell’appartamento nel cui centro ora tintinnavano dei pezzi di ghiaccio mulinanti nei bicchieri. L’uomo doveva trovarsi in maniche di camicia, corpulento e grugnoso; lei smanciava, nervosa, sconsolandosi per il sudore che le scorreva sul labbro e nel petto. E io, dall’altra parte della parete sottile, ero nudo, in piedi, coperto di gocce d’acqua; le sentivo evaporare, senza decidermi ad afferrare l’asciugamano, guardando, al di là della porta, la stanza ombrosa dove il caldo accumulato accerchiava il lenzuolo pulito del letto. Pensai, deliberatamente, ora, a Gertrudis; cara Gertrudis dalle gambe lunghe; Gertrudis con una cicatrice vecchia e bianchiccia sul ventre; Gertrudis taciturna e palpebrante, che a volte s’ingoiava il rancore come saliva; Gertrudis con una rosetta d’oro sul petto dei vestiti di festa; Gertrudis risaputa a memoria.

Quando tornò la voce della donna pensai alla missione di guardare senza disgusto la nuova cicatrice che avrebbe avuto Gertrudis sul petto, rotonda e complicata, con nervature di un rosso o di un rosa che il tempo avrebbe trasformato forse in una confusione pallida, del colore dell’altra, sottile e senza rilievo, agile come una firma, che Gertrudis aveva sul ventre e che io avevo riconosciuto tante volte con la punta della lingua.

– Mi si potrà spezzare il cuore, – disse la donna, – e magari non sarò mai più la stessa di prima. Quante volte Ricardo mi ha fatto piangere come una pazza, in questi tre anni. Lei non sa molte cose. Questa volta non mi ha fatto nulla di peggio di altre cose che mi ha fatto prima. Ma adesso è finita.

Doveva essere in cucina, curva davanti alla ghiacciaia, a rovistare, a rinfrescarsi la faccia e il petto con l’aria gelata dove s’indurivano odori vegetali, oleosi.

– Non farò un solo passo anche se mi si spezzerà il cuore. Anche se mi viene a pagare in ginocchio…

– Non dica questo, – disse l’uomo. Aveva camminato, suppongo, senza far rumore fino alla porta della cucina, e con un braccio peloso appoggiato allo stipite e l’altro sollevato per sostenere il bicchiere stava guardando dall’alto il corpo curvo della donna. – Non lo dica. Tutti commettiamo degli errori. Se lui, diciamo… Se Ricardo venisse a chiederle…

– Non so cosa dirle, mi creda, – confessò la donna. – Ho tanto sofferto per colpa sua! Cosa le pare se ne beviamo un altro?

Dovevano essere in cucina perché sentii spezzare il ghiaccio nell’acquaio. Aprii di nuovo la doccia e mossi la schiena sotto l’acqua mentre pensavo al mattino, a una decina di ore prima, quando il medico aveva tagliato meticolosamente, o con un taglio che non prescindeva dalla meticolosità, il seno sinistro di Gertrudis. Doveva aver sentito vibrare il bisturi nella mano, doveva aver sentito il filo che passava fa una mollezza di grasso a una secca, a una spessa durezza subito dopo.

La donna sbuffò e si mise a ridere; alterata dal rumore della doccia, mi giunse una frase:

– Se sapesse come ne ho piene le scatole degli uomini! – Si allontanò verso la stanza da letto e sbatté le porte del balcone. – Ma, mi dice lei quando arriverà il temporale di Santa Rosa?

– Deve essere per oggi, – disse l’uomo, senza seguirla, alzando la voce. – Abbia pazienza, vedrà che prima dell’alba scoppia.

Allora scoprii che avevo continuato a pensare anch’io alla stessa cosa fino da una settimana prima, mi rammentai la mia speranza di un miracolo impreciso che avrebbe compiuto per me la primavera. Erano ore che un insetto ronzava, sconcertato e furioso, tra l’acqua della doccia e l’ultimo chiarore del finestrino. Mi scossi l’acqua di dosso come un cane, e guardai verso la penombra della stanza, dove il caldo rinchiuso doveva stare pulsando. Non mi sarebbe stato possibile scrivere il soggetto cinematografico di cui mi aveva parlato Stein finché non fossi riuscito a dimenticare quel seno tagliato, ora senza forma, che si appiattiva sul tavolo chirurgico come un medusa, offrendosi come una coppa. Non era possibile dimenticarlo, benché mi ostinassi a ripetermi che avevo giocato a popparvi, da quello. Ero costretto ad aspettare, e la povertà con me. E tutti, nel giorno di Santa Rosa, la donnetta sconosciuta traslocata da poco nell’appartamento vicino, l’insetto che girava nell’aria profumata di sapone da barba, tutti coloro che vivevano a Buenos Aires, erano condannati ad aspettare con me, sapendolo o no, boccheggiando come idioti nel calore minacciante e fatidico, sospirando l’arrivo del breve temporale grandiloquente e l’immediata primavera che si sarebbe aperta la strada dalla costa per trasformare la città in un territorio ferace dove la buona sorte avrebbe potuto nascere, repentina e completa, come un esercizio della memoria.

( Incipit da un capolavoro – La vita breve – Juan Carlos Onetti )

11 novembre 2012

“The ability of writers to imagine what is not the self, to familiarize the strange and mystify the familiar, is the test of their power.”

(Toni Morrison)

Il sogno nascosto

9 novembre 2012

Il sogno – Matisse

Stamattina ho ripreso coscienza. Nel mio corpo, il sangue circolava, prima nell’immobilità, poi nel movimento. Nessun pensiero preciso, ho fatto quello che ogni giorno faccio appena sveglio. Banalità, ripetitive azioni. Il primo caffè, la prima sigaretta, la prima tazza di latte con bastoncini di crusca, il tutto scaldato nel microonde. Per un po’ ancora tenevo a distanza l’esercizio, anch’esso quotidiano, del preventivare, del prevedere cosa avrei fatto a lavoro, progetti… . Dopo la colazione, lentamente, con calma, ho caricato in borsa il necessario, quanto mi sarebbe servito oggi.

Avevo una sensazione, mentre guidavo, che forse, già appena sveglio, avevo addosso, come un insetto con le zampette tra i peli, così leggero da non avvertirne la presenza: avevo l’impressione di aver dimenticato qualcosa; come se avessi vissuto una vita, oltre quella che mi ritrovavo a vivere, da quando mi ero svegliato, al momento che avevo acceso il motore dell’auto e l’avevo avviata verso la mia destinazione. Nel mio corpo, immagini fulminee, passeggere, trascorrevano come luci di fari che abbagliavano freddamente la mia memoria, senza riuscire a fissarne neanche una.

Ad un tratto, ho afferrato un’idea che mi sfuggiva, una sensazione: avevo di nuovo sognato. Ma non riuscivo a ricordare, non riuscivo a ricostruire nessun evento, nessuna sensazione, nessun viso, nessun corpo, nessun luogo,… di ciò che avevo sognato, nulla restava. L’unica cosa che sapevo è che l’avevo sognata di nuovo.

Adeus…E Nem Voltei.

8 novembre 2012

8 novembre 2012

T.C.

7 novembre 2012

«Ogni volta che cambiamo marca di sigarette, traslochiamo in una nuova casa, ci abboniamo a un altro giornale, ci innamoriamo e ci disinnamoriamo, in realtà non facciamo che protestare in modo più o meno frivolo contro l’insormontabile noia della vita quotidiana. Purtroppo però tutti gli specchi sono bugiardi, e a un certo punto, ci rimandano la solita faccia vuota e insoddisfatta: perciò mentre si domandava cosa aveva fatto, in realtà Grady si domandava cosa stava facendo, come al solito».

 

Truman Capote, “Incontro d’estate”

 

Sono trascorsi dieci anni.

Riguardando l’oggi, la solitudine di questi anni, la desolazione, i fallimenti, un unico gesto vedo possibile compiere.

Nei giorni che passano, nelle azioni quotidiane, vuote, tutto si disfa lentamente come ammasso di oggetti abbandonati alle intemperie, marcisce senza che il mondo se ne accorga. Neanche io mi accorgo della mia stessa decadenza, l’inaridirsi del cuore, l’affievolimento dei ricordi, l’offuscarsi della memoria, tutto è caricato sulle mie spalle senza che ne avverta il minimo sforzo.

Nonostante tutto, nonostante questa notte sembri non avere la minima sembianza di una notte come le altre, questa notte, ritornando in questa casa, in questo covo che risucchia la mia anima come le radici di un albero aggrovigliate ad un altro ormai arido e disseccato, mi sono messo a scriverti.

Sono trascorsi questi anni, lunghi o brevi, felici mai; anni che non sono bastati per dimenticare quello che in me è sempre rimasto com’era. Forse voglio ancora illudermi, forse voglio ancora sperare, forse voglio ancora immaginare che, per brevi istanti, per futili motivi, per attimi furtivi, dei piccoli pensieri, così piccoli da contenere un granello di sabbia, nei tuoi, contengano me, per la durata di un respiro. Ogni tanto, per un attimo, immagino che un lampo improvviso illumini una angolo della tua mente, e questa luce infinitesimale, colpisca la tua fantasia fino a fare di me una piccola sagoma nei tuoi occhi.

Ora che questi anni si sono depositati l’uno sull’altro, come inerti e sterili residui di sogni, adesso che in questa notte, di ritorno in questo fosso, ricolmo di nulla, per un attimo ho pensato a te, per una manciata di secondi ho tremato di tenerezza al tuo solo ricordo, ho di nuovo pianto, dopo mille anni che son qui rinchiuso in una tana di ghiaccio.

L’unico atto che vorrei compiere adesso, l’ultimo, l’unico della mia vita inutile, prima della morte, sarebbe soltanto questo: abbracciarti e dirti quanto ti voglia bene, adesso, in questo istante, questa notte.

1 novembre 2012

“l’esistenza del passato dipende dalla quantità di presente che gli affidiamo, e che è possibile dargliene poca o non dargliene affatto.”

( J. C. O. )