onettiana

11 novembre 2012

” La definizione di racconto è qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita. Prima c’è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcosa che illumina l’attimo e forse finirà con l’insediarsi indelebilmente nella coscienza.”
(Raymond Carver)

“Quando leggiamo…Onetti…ci sentiamo sommersi da quelle lunghe frasi labirintiche nelle profondità profondità selvatiche della psicologia e dell’anima umana, strappati dal tempo e dalla vita quotidiana e portati in una dimensione fatta di altri piaceri, immagini e idee,  e cioè in un mondo diverso – impalpabile, sonoro, denso, verbale – che si fa strada con quella prosa…”.

(Mario Vargas Llosa – El viaje a la ficciòn. El mundo de Juan Carlos Onetti)

 

Parte prima

I.

Santa Rosa

– Mondo matto, – disse ancor una volta la donna, come se contraffacesse, come se lo traducesse.

Io la sentivo attraverso la parete. Immaginai le sue labbra in moto davanti all’alito di ghiaccio e di fermentazione della ghiacciaia o allo stoino dei cannicci torrefatti che doveva essere rigido tra il pomeriggio e la stanza da letto, a ombreggiare il disordine dei mobili appena arrivati. Ascoltai, distratto, le frasi intermittenti della donna, senza credere a quello che diceva.

Quando la sua voce, la vestaglia da casa e le braccia grosse che io le attribuivo passavano dalla cucina alla stanza da letto, un uomo ripeteva monosillabi, assentendo, senza lasciarsi andare completamente allo scherno. Il caldo che la donna andava fendendo si riaggruppava, allora, eliminava le fenditure e gravava pesantemente su tutte le stanze, nei vani delle scale, negli angoli dell’edificio.

La donna andava e veniva nell’unico locale dell’appartamento accanto, e io la stavo ad ascoltare dal bagno, in piedi, con la testa curva sotto la pioggia quasi silenziosa.

– Anche se il cuore mi andrà in frantumi, glielo giuro, – disse la voce della donna, cantando un po’, col respiro che le cadeva a fine di ogni frase, come se un ostacolo ostinato sorgesse ogni volta per impedirle di confessare qualcosa, – non sarò certo io ad andare in ginocchio da lui. Se l’è voluta lui, e ben gli sta. Anch’io ho il mio orgoglio. Benché faccia più male a  me che a lui.

– Andiamo, andiamo, – conciliava l’uomo.

Ascoltai per un po’ il silenzio dell’appartamento nel cui centro ora tintinnavano dei pezzi di ghiaccio mulinanti nei bicchieri. L’uomo doveva trovarsi in maniche di camicia, corpulento e grugnoso; lei smanciava, nervosa, sconsolandosi per il sudore che le scorreva sul labbro e nel petto. E io, dall’altra parte della parete sottile, ero nudo, in piedi, coperto di gocce d’acqua; le sentivo evaporare, senza decidermi ad afferrare l’asciugamano, guardando, al di là della porta, la stanza ombrosa dove il caldo accumulato accerchiava il lenzuolo pulito del letto. Pensai, deliberatamente, ora, a Gertrudis; cara Gertrudis dalle gambe lunghe; Gertrudis con una cicatrice vecchia e bianchiccia sul ventre; Gertrudis taciturna e palpebrante, che a volte s’ingoiava il rancore come saliva; Gertrudis con una rosetta d’oro sul petto dei vestiti di festa; Gertrudis risaputa a memoria.

Quando tornò la voce della donna pensai alla missione di guardare senza disgusto la nuova cicatrice che avrebbe avuto Gertrudis sul petto, rotonda e complicata, con nervature di un rosso o di un rosa che il tempo avrebbe trasformato forse in una confusione pallida, del colore dell’altra, sottile e senza rilievo, agile come una firma, che Gertrudis aveva sul ventre e che io avevo riconosciuto tante volte con la punta della lingua.

– Mi si potrà spezzare il cuore, – disse la donna, – e magari non sarò mai più la stessa di prima. Quante volte Ricardo mi ha fatto piangere come una pazza, in questi tre anni. Lei non sa molte cose. Questa volta non mi ha fatto nulla di peggio di altre cose che mi ha fatto prima. Ma adesso è finita.

Doveva essere in cucina, curva davanti alla ghiacciaia, a rovistare, a rinfrescarsi la faccia e il petto con l’aria gelata dove s’indurivano odori vegetali, oleosi.

– Non farò un solo passo anche se mi si spezzerà il cuore. Anche se mi viene a pagare in ginocchio…

– Non dica questo, – disse l’uomo. Aveva camminato, suppongo, senza far rumore fino alla porta della cucina, e con un braccio peloso appoggiato allo stipite e l’altro sollevato per sostenere il bicchiere stava guardando dall’alto il corpo curvo della donna. – Non lo dica. Tutti commettiamo degli errori. Se lui, diciamo… Se Ricardo venisse a chiederle…

– Non so cosa dirle, mi creda, – confessò la donna. – Ho tanto sofferto per colpa sua! Cosa le pare se ne beviamo un altro?

Dovevano essere in cucina perché sentii spezzare il ghiaccio nell’acquaio. Aprii di nuovo la doccia e mossi la schiena sotto l’acqua mentre pensavo al mattino, a una decina di ore prima, quando il medico aveva tagliato meticolosamente, o con un taglio che non prescindeva dalla meticolosità, il seno sinistro di Gertrudis. Doveva aver sentito vibrare il bisturi nella mano, doveva aver sentito il filo che passava fa una mollezza di grasso a una secca, a una spessa durezza subito dopo.

La donna sbuffò e si mise a ridere; alterata dal rumore della doccia, mi giunse una frase:

– Se sapesse come ne ho piene le scatole degli uomini! – Si allontanò verso la stanza da letto e sbatté le porte del balcone. – Ma, mi dice lei quando arriverà il temporale di Santa Rosa?

– Deve essere per oggi, – disse l’uomo, senza seguirla, alzando la voce. – Abbia pazienza, vedrà che prima dell’alba scoppia.

Allora scoprii che avevo continuato a pensare anch’io alla stessa cosa fino da una settimana prima, mi rammentai la mia speranza di un miracolo impreciso che avrebbe compiuto per me la primavera. Erano ore che un insetto ronzava, sconcertato e furioso, tra l’acqua della doccia e l’ultimo chiarore del finestrino. Mi scossi l’acqua di dosso come un cane, e guardai verso la penombra della stanza, dove il caldo rinchiuso doveva stare pulsando. Non mi sarebbe stato possibile scrivere il soggetto cinematografico di cui mi aveva parlato Stein finché non fossi riuscito a dimenticare quel seno tagliato, ora senza forma, che si appiattiva sul tavolo chirurgico come un medusa, offrendosi come una coppa. Non era possibile dimenticarlo, benché mi ostinassi a ripetermi che avevo giocato a popparvi, da quello. Ero costretto ad aspettare, e la povertà con me. E tutti, nel giorno di Santa Rosa, la donnetta sconosciuta traslocata da poco nell’appartamento vicino, l’insetto che girava nell’aria profumata di sapone da barba, tutti coloro che vivevano a Buenos Aires, erano condannati ad aspettare con me, sapendolo o no, boccheggiando come idioti nel calore minacciante e fatidico, sospirando l’arrivo del breve temporale grandiloquente e l’immediata primavera che si sarebbe aperta la strada dalla costa per trasformare la città in un territorio ferace dove la buona sorte avrebbe potuto nascere, repentina e completa, come un esercizio della memoria.

( Incipit da un capolavoro – La vita breve – Juan Carlos Onetti )

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