Spiraglio

26 novembre 2012

È strano come, forse, il caso ci faccia incrociare una persona che senza conoscerci riesce a smascherare con poco il nostro travestimento, il nostro scudo, la nostra corazza di viltà, di autoprivazioni, la volontà velata di sorvegliare le espressioni del nostro viso, le nostre parole, il nostro tempo, nel tentativo di sottrarlo alla spirale avvolgente della caduta, preservarlo dal senso di uno scorrere inevitabile al termine, un termine che ne segni la caducità. Una persona che, con poche e semplici parole, ci indichi il corso che devia dalla discesa negli inferi con candida spontaneità e sicurezza. Allora, ci si risveglia per un attimo da un sogno o un incubo, da una stanza buia anche di giorno, in cui il nostro volto oscuro non si specchia più nella nostra coscienza, perché qualcosa o qualcuno o noi stessi ha oscurato tutto. Ci ha estradato dal buio questa persona, ci ha strattonato, ha divelto le nostre stesse sbarre d’inganno, il nostro inganno.

E ci sembra quasi di poter ritornare allo stato solito, ma una breccia è stata aperta nel nostro sipario; ci ha denudato, e ritornando sotto il manto dissuasore, notiamo un taglio, una fenditura dalla quale filtra ancora un po’ di luce nell’oscurità dorata del nostro io.

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