Non puoi saltare dal proprio cuore – V.M.

2 maggio 2013

Voi pensate che sia il delirio della malaria?

Ciò accadde,

accadde a Odessa.

«Verrò alle quattro» – aveva detto Maria

.

Le otto.

Le nove.

Le dieci.

Ed ecco anche la sera

nel ribrezzo notturno

se n’è andata via dalle finestre

lugubre,

dicembrina.

Nella sua schiena decrepita sghignazzano e nitriscono

i candelabri.

In questo istante non potreste riconoscermi:

una congerie di nervi

geme,

si contorce.

Che può volere un simile masso?

Oh, questo masso ha molte voglie!

In realtà non importa

che tu sia di bronzo

e il cuore una fredda piastra di ferro.

La notte si ha desiderio di nascondere

il proprio suono in un morbido

corpo di donna.

Ma ecco,

gigantesco,

mi incurvo alla finestra,

ne struggo con la fronte il vetro.

Ci sarà, non ci sarà l’amore?

E di qual dimensione,

grande o minuscolo?

Di dove un grande amore in un tal corpo?

Probabilmente un piccolo,

un mansueto amoruccio,

che si scansa se un’auto strombetta

ed ama i campanellini dei cavalli.

Ancora e ancora,

stringendomi alla pioggia,

col viso nel suo viso butterato,

aspetto,

e mi spruzza lo scroscio della risacca cittadina.

Mezzanotte, agitandosi con un coltello,

l’ha raggiunta

e sgozzata:

fuori dunque!

La dodicesima ora è caduta

come dal patibolo la testa d’un giustiziato.

Nei vetri grigie goccine di pioggia

si sono attorcigliate con un urlo,

accatastando una smorfia massiccia,

quasi ululassero le chimere

sulla cattedrale di Nôtre-Dame di Parigi.

Maledetta!

Ebbene, ancora non basta?

Fra poco da un grido sarà squarciata la bocca.

Sento

che senza rumore,

come un malato dal letto,

un nervo è balzato.

Ed ecco:

dapprima passeggia

appena appena,

poi piglia la corsa,

agitato,

preciso.

Ed ora lui e altri due accanto a lui

si dibattono come un fanello disperato.

È crollato l’intonaco al pianterreno.

Nervi

grandi,

minuscoli,

molteplici

saltellano rabbiosi

e un attimo dopo

più non si reggono in gambe.

Ma la notte sempre più s’impantana per la stanza, –

dalla melma non può districarsi l’occhio appesantito.

Tutt’a un tratto le porte si son messe a cigolare;

quasi l’albergo

battesse i denti dal freddo.

Sei entrata tu

tagliente come un «eccomi!»,

tormentando i guanti di camoscio,

hai detto:

«Sapete,

io prendo marito».

Ebbene, sposatevi.

Che importa.

Mi farò coraggio.

Vedete, sono così tranquillo!

Come il polso

d’un defunto.

Non vi sovviene?

Voi dicevate:

«Jack London,

denaro,

amore,

passione», –

ma io vidi una sola cosa:

vidi in voi una Gioconda

che bisognava rubare!

E vi hanno rubata.

Innamorato, rientrerò nel giuoco,

rischiarando col fuoco la curva delle ciglia.

Ebbene!

Anche in una casa distrutta dalle fiamme

dimorano talvolta vagabondi privi d’asilo!

Volete stuzzicarmi?

«Meno delle copeche

 d’un pitocco

sono gli smeraldi delle vostre follie».

Ricordate!

Perì Pompei

quando esasperarono il Vesuvio!

Ehi!

Signori!

Dilettanti

di sacrilegi,

di delitti,

di massacri,

avete visto mai

ciò che è più terribile:

il viso mio

quando

io

sono assolutamente tranquillo?

E sento

che l’io

per me è poco.

Qualcuno da me si sprigiona ostinato.

Allô!

Chi parla?

Mamma?

Mamma!

Vostro figlio è magnificamente malato!

Mamma!

Ha l’incendio del cuore.

Dite alle sorelle Ljuda e Olja

ch’egli non sa più dove salvarsi.

Ogni parola,

persino ogni burla

ch’egli vomita dalla bocca scottante

si butta come nuda prostituta

da una casa pubblica che arde.

Gli uomini annusano:

odor di bruciato!

Raccozzano dei tipi strani.

Rutilanti!

Con gli elmi!

A che scopo quegli stivaloni!

Dite ai pompieri:

sul cuore ardente ci si arrampica con le carezze.

Farò da me.

Rotolerò come botti gli occhi gonfi di lacrime.

Lasciatemi appoggiare alle mie costole.

Salterò! Salterò! Salterò! Salterò!

Sono crollati.

Non puoi saltare dal proprio cuore!

Sul viso in fiamme

dallo spacco delle labbra

un piccolo bacio carbonizzato cresce per lanciarsi.

Mamma!

Non posso cantare.

Nella chiesetta del cuore la cantorìa prende fuoco!

Combuste figurine di parole e di cifre

schizzano dal cranio

come bambini da un edificio che avvampa.

In modo non diverso la paura

sollevò,

ansiose di aggrapparsi al cielo,

le braccia fiammeggianti del «Lusitania».

Verso coloro che tremano

nella quiete degli appartamenti

con cento occhi un bagliore s’avventa dalla banchina.

Ultimo grido,

tu almeno

gemi nei secoli che io sto bruciando!

 

( Vladimir Vladimirovič Majakovskij – Nuvola in calzoni )

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