poetae irae

3 maggio 2013

Tu pensi

che quello con le ali

che ti sta dietro

sappia cosa sia l’amore?

Anch’io sono un angelo; io lo ero,

guardavo negli occhi come un agnello di zucchero,

ma non voglio più offrire alle giumente

vasi plasmati nella farina di Sèvres.

Onnipossente che hai inventato un paio di braccia

e hai fatto sì che ciascuno

avesse una sua testa,

perché non hai inventato una maniera

di baciare, baciare e ribaciare

senza tormenti?!

Pensavo che tu fossi un gran Dio onnipotente,

e invece sei un insipiente, un minuscolo deuccio.

Vedi, io mi curvo,

di dietro il gambale

traggo il trincetto.

Alati furfanti!

Rannicchiatevi in paradiso!

Rabbuffate le vostre piumette in uno sbigottito brividìo!

Te, impregnato d’incenso, io squarcerò

di qui sino all’Alaska!

Lasciatemi!

Non mi fermerete.

Sia che mentisca

o mi trovi nel giusto,

non potrei essere più calmo.

Guardate:

hanno di nuovo decapitato le stelle,

insanguinando il cielo come un mattatoio!

Ehi, voi!

Cielo!

Toglietevi il cappello!

Me ne vado!

Sordo.

L’universo dorme,

poggiando sulla zampa

l’enorme orecchio con zecche di stelle.

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