Narciso – Rilke

4 maggio 2013

“…tumulti

d’un sentire turbinoso, rapito, e ad uno ad uno, d’un tratto

specchi…”

(Seconda elegia – Elegie Duinesi)

 

 

Questo dunque da me emana e si scioglie

nell’aria e nell’effluvio dei boschi,

mi sfugge lieve e già non è più mio

e, non urtando in cosa ostile, splende.

S’alza da me senza tregua e s’esala;

io non voglio disperdermi, io aspetto, persisto,

ma hanno fretta tutti i miei confini,

si gettan fuori e già sono laggiù.

Nulla vale a legarci. Neanche in sonno.

Centro che cede in me, nocciolo debole

che non trattiene la sua polpa. O fuga,

o volo da ogni punto della mia superficie.

Ciò che laggiù si forma e certo mi somiglia,

e tremolando emerge con acquosi contorni,

forse si generò dentro una donna,

ma quanto più tentavo

di penetrarla, più era irraggiungibile.

Ora nell’acqua diffusa e impartecipe

giace aperta, e mi è dato di contemplarla attonito

a lungo sotto il mio serto di rose.

Là non è mai amata. In quel fondo non c’è

che una rovina di pietre impassibili,

e vedo chiaro quanto sono triste.

Questa era negli occhi di lei la mia immagine?

Si mutò nel suo sogno in una dolce paura?

Quasi sento la sua paura in me.

Poiché, come nel mio sguardo mi perdo,

potrei credere d’esser micidiale.

(Rainer Maria Rilke – Parigi, aprile, 1913)

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