23 gennaio 2013

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vedere e/è pensare

23 settembre 2012

Paul Klee

«Quando tutto avrà trovato un ordine e un posto nella mia mente, comincerò a non trovare più nulla degno di nota, a non vedere più quello che vedo. Perché vedere vuol dire percepire delle differenze».

(La vecchia signora in kimono viola – Italo Calvino)

 

 

 

 

Senza parole.

28 maggio 2012

Mark Rothko, no.14, 1960

Le parole si sono spente in gola come le luci che un tempo rischiaravano finestre di una casa adesso ormai vuota. Incateno i miei pensieri alle sbarre che dividono gli occhi da ciò che è all’esterno, dai raggi netti del sole, fendenti che non riescono a separare dall’ombra che stringe in una morsa fredda questa roccia di un rosso cupo quasi nero.

Opus#

Il passo su lastre sghembe,

smosso istante che traballa

trattiene alterni silenzi,

desideri stretti fra le dita.

Salvator Rosa – Autoritratto – 1641-1645 circa – Londra, National Gallery

“Taci, a meno che le parole non siano migliori del silenzio” (S.R.)

Donna con la maschera

6 maggio 2012

Lorenzo Lippi, Allegoria della Simulazione (1642-1645 circa); Angers, Musée des Beaux-Arts.

Fantasticheria interrotta

29 aprile 2012

Leonor Fini

L’angelo smemorato
dimentica spesso le sue ali,
il colore del cielo, la forma
dei sogni e delle nuvole.
Mi osserva stasera
distratto,
come si osserva un uomo
di vetro, naufrago
alla deriva sul mare in bonaccia,
sordo della sua dimenticanza,
cieco nel suo smarrimento.

Inermità e silenzio

29 aprile 2012

Si è fatta silenziosa quell’inermità, simile più all’immobilità che alla rabbia di allora, di quando ci si sentiva schiacciare dal tuono della voce. Adesso resta soltanto il velo di certe parole, urlate, ingiuriose,  e le scorie, i residui che ancorano con una angosciosa catena la volontà, piegandola ai sensi di colpa, al verdetto dell’inadeguatezza al vivere, è una invisibile gabbia fatta di sbarre sottili che disegnano ancora le loro ombre sul pavimento della memoria quando la luce del giorno, in solitudine, filtra dalla finestra.

Monet, Impression

Ero pazzo di te, anzi di me. Ora solo di me, dimentico di te, mi dimentico di me ricordando che son mio quando dimentico te. Troppo sconclusionato, oscuro…no no, è tanto chiaro che oggi l’oscurità divideva lo stare in questo mondo con la luce del cielo azzurro, e le nuvole, di corsa, a spazzare il cielo appesantito dall’aria umida d’un grigio opaco senza ricordi, senza spazio, come i pensieri che ad un tratto hanno preso il largo, come navi che hanno dimenticato il nome del porto da dove, un giorno, son partite, pensando di arrivare in capo al mondo e il mondo, invece, si è allargato dinnanzi al limite della loro rotta senza fine. Stasera non c’è nessuna rotta per i pensieri, nessuna stella all’orizzonte, solo una notte chiara, limpida senza luci, che fa dimenticare che esistano stelle del mattino, fisse nel loro splendore senza parole, paghe di se stesse e distanti anni luce dalla fragile scialuppa che senza affanno galleggia sui suoi facili sogni, abbandonata ad essere se stessa, eppure dimentica di sé.

Magrittianamente.

24 aprile 2012

Uscire a rivedere di nuovo l’azzurro del cielo, le nuvole bianche vagare serene…e dimenticarti…a casa ho sfilato dai piedi le mie scarpe ricoperte di piogge passate, solitarie sul pavimento come un Magritte distratto.

Lunare.

15 aprile 2012

Finale

13 aprile 2012

William Turner

“…dell’amore e degli dei dobbiamo imparare a fare senza.”

(Pier Vittorio Tondelli)

Il silenzio che segue ad una capitolazione, la consolazione del nulla dopo lo strepito. Una calma vacua, si stende sulle ore come l’immobilità della superfice marina, quando il vento si posa e non la scuote, si avverte dalla sua stessa mutevolezza cromatica ai movimenti della luce del sole. La luce la sfiora ma la massa d’acqua è ferma, dimentica di sé e della distanza, attende inconsapevole una corrente lontana.

Il presente è comunque quello che conta e non conta, è il bianco e il nero, o meglio la linea impercettibile che separa due stati, due conformazioni, è l’ammasso primordiale, un Nulla. E’ questo presente, immobile, senza scuotimenti che ha zittito il Tutto.  E l’immediato futuro profuma di catastrofe. Deriva, deriva…fino al punto di non ritorno, e la calma attuale ne è forse la prova.

The Waves (V.W.)

9 aprile 2012

« Anche se da fantasma/me ne andrò per diletto/sui prati d'estate. » Katsushika Hokusai

« … Andrò a mangiare da qualche parte, alzerò il bicchiere, osserverò, attraverso il vino, mi guarderò intorno con più distacco del solito, e all’entrata di una bella donna, guardandola mentre passa tra i tavoli, dirò tra me e me: ” Guarda come incede sullo sfondo di un’immensa distesa di acque ” . Un’osservazione insensata, ma per me solenne, color dell’ardesia, con un rintocco fatale di mondi in rovina, di acque che recano la distruzione. … »

Due parole.

22 marzo 2012

Per caso

di proposito

ho trovato parole

scritte da te

non tue

su un pezzo di carta

senza fine

due parole

“per sempre”

ma son soltanto

due.

La terza, la prima,

dimenticata…

La parola assente.

22 marzo 2012

Man Ray , Lautgedicht, 1924.

« È stolto il far torto. Il torto nostro, quello che abbiamo arrecato, è più pesante da portare del torto altrui, […] bisognerebbe guardarsi dal far torto più ancora che dal subirlo: quest’ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza in una vendetta, nella compassione e nel consenso dei giusti, anzi dell’intera società, che teme chi compie il male.

— Non sono pochi gli uomini versati in quel sudicio raggiro di sé stessi consistente nel volgere il proprio torto in torto altrui, […] per potere in tal modo portare molto più facilmente il proprio peso. » (Friedrich Nietzsche )

Ressentiment è una parola francese (che corrisponde sostanzialmente al nostro “risentimento”) utilizzata nelle scienze umane, filosofia, storia, sociologia e psicologia.

Nel contesto predetto, ressentiment indica un senso di risentimento ed ostilità rivolto contro quello che ciascuno identifica quale causa della propria frustrazione, e pertanto un’attribuzione di biasimo (ad un soggetto esterno, surrettiziamente additato quale “colpevole”) per la propria frustrazione. Il senso di debolezza o inferiorità e forse di invidia nel prospettarsi predetta “causa” (impersonificata) fa nascere un sistema di valori rifiutante/giustificante, o moralità, che attacca o confuta/rimuove la fonte percepita della frustrazione del soggetto. L’ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Espressione acquisita in molte lingue per le sue valenze filosofiche e psicologiche, ressentiment non può essere sostituito con il vocabolo corrispondente italiano, e nemmeno in francese possiede la stessa portata semantica del (pure ortograficamente identico) termine del linguaggio comune. Anche se quest’ultimo si riferisce ugualmente ad un senso di frustrazione diretto ad una fonte percepita, nella lingua (e nella coscienza) comune non si istituisce alcun nesso tra senso d’inferiorità e creazione di una moralità. Pertanto, anche in questa voce useremo la dicitura ressentiment per mantenere tale distinzione.

Ressentiment fu introdotto originariamente come termine filosofico/psicologico da Friedrich Nietzsche. Il concetto divenne parte essenziale delle sue idee in tema di psicologia della questione “padrone-schiavo” (esposta analiticamente ne Al di là del bene e del male), e la conseguente nascita della moralità. Nietzsche presentò inizialmente — ed in via principale — il ressentiment nel suo

Genealogia della morale – Nietzsche « Il problema dell’altra origine del “buono”, del buono come lo ha concepito l’uomo del ressentiment, esige la sua risoluzione. — Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che non v’è in ciò alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini. E se gli agnelli si vanno dicendo fra loro: “Questi rapaci sono malvagi; e chi è il meno possibile uccello rapace, anzi il suo opposto, un agnello — non dovrebbe forse essere buono?” su questa maniera di erigere un ideale non ci sarebbe nulla da ridire, salvo il fatto che gli uccelli rapaci guarderanno a tutto ciò con un certo scherno e si diranno forse: “Con loro non ce l’abbiamo affatto, noi, con questi buoni agnelli; addirittura li amiamo: nulla è più saporito di un tenero agnello.” »

Ressentiment è la riallocazione della sofferenza compiuta da chi trasferisce il proprio senso di inferiorità/frustrazione su un capro espiatorio esterno. L’ego crea un nemico illusorio, una causa che può essere “rimproverata” per il proprio senso di inferiorità/frustrazione. Perciò, non si viene umiliati da un insuccesso in sé, ma piuttosto da un “maligno” esterno. Questa proiezione di “biasimo” conduce il soggetto a bramare vendetta; questa smania di vendetta può assumere varie forme, come nella concezione cristiana del giudizio universale, od il concetto socialista di rivoluzione. In entrambi i casi, il senso d’impotenza crea l’illusione di un nemico; all’improvviso, ci si auto-rappresenta come oppressi piuttosto che meramente deboli, un fenomeno che genera acrimonia verso un bersaglio esterno (bramosia di una “vendetta” percepita).

Il ressentiment origina dalla reattività: più un uomo è debole, più è incapace di adiaforia, ovvero di soffocare le reazioni. E viceversa, più un uomo è attivo, di animo forte e dinamico, tanto meno si concede spazio e tempo per riflettere su quello che gli vien fatto, e le sue reazioni (come immaginare di essere in realtà migliore) divengono meno compulsive. La reazione dell’uomo dalla volontà forte (una “bestia selvatica”), quando avviene, è idealmente di breve durata: non è qualcosa che occupi a lungo il suo intelletto.

Nella Terza dissertazione della “Genealogia”, l’originale pensatore conclude pure che il prete asceta, principale attore e simbolo della religione da lui tanto esecrata, arriva a compiere il prodigio di far ritorcere il ressentiment del sofferente su sé medesimo:

«Se si volesse compendiare, in una stringatissima formula, il valore dell’esistenza sacerdotale, si

dovrebbe senz’altro dire: il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. »

il tuo ritorno sarà il mio ritorno

i me stesso ti seguono, io solo resto;

un’effige d’ombra o che pare

(un quasi qualcuno ch’è sempre nessuno),

un nessuno, che, fino al loro e tuo ritorno,

passa perenne la sua solitudine

a sognare i loro sguardi aprirsi al tuo mattino

a sentire le stelle levarsi nei tuoi cieli:

quindi, nel nome misericordioso dell’amore,

non tardare più di quanto io privo di me

sopporti l’assenza dell’attimo in cui un altro

stringa fra le braccia la mia stessa vita che è tua

-quando paure, speranze, credi, dubbi, spariranno.

Ovunque e della gioia perfetta integrità siamo.