11 maggio 2013

Perché l’unica persona al mondo che vorresti sentire, non si fa sentire, mentre tutte il resto del mondo sì?

rabbia

5 maggio 2013

poetae irae

3 maggio 2013

Tu pensi

che quello con le ali

che ti sta dietro

sappia cosa sia l’amore?

Anch’io sono un angelo; io lo ero,

guardavo negli occhi come un agnello di zucchero,

ma non voglio più offrire alle giumente

vasi plasmati nella farina di Sèvres.

Onnipossente che hai inventato un paio di braccia

e hai fatto sì che ciascuno

avesse una sua testa,

perché non hai inventato una maniera

di baciare, baciare e ribaciare

senza tormenti?!

Pensavo che tu fossi un gran Dio onnipotente,

e invece sei un insipiente, un minuscolo deuccio.

Vedi, io mi curvo,

di dietro il gambale

traggo il trincetto.

Alati furfanti!

Rannicchiatevi in paradiso!

Rabbuffate le vostre piumette in uno sbigottito brividìo!

Te, impregnato d’incenso, io squarcerò

di qui sino all’Alaska!

Lasciatemi!

Non mi fermerete.

Sia che mentisca

o mi trovi nel giusto,

non potrei essere più calmo.

Guardate:

hanno di nuovo decapitato le stelle,

insanguinando il cielo come un mattatoio!

Ehi, voi!

Cielo!

Toglietevi il cappello!

Me ne vado!

Sordo.

L’universo dorme,

poggiando sulla zampa

l’enorme orecchio con zecche di stelle.

2 maggio 2013

 

Guardo intontito fuori dalla finestra l’orribile giornata luminosa che mi accartoccia lo stomaco. Nessuno di voi si sente come me? Sono matto sul serio?

Charles Bukowski

Quando?

8 aprile 2013

Quando si riapriranno le finestre?
Quando la ruggine corroderà queste sbarre?
Quando la notte svanirà nel chiarore dell’alba nuova?
Quando, quando?

svegliami

7 aprile 2013

 

ha conati di vomito la terra
e si stravolge il cielo con le stelle
e non c’è modo di fuggire
e non c’è modo di fuggire mai
svegliami svegliami svegliami

 

io sono perso
sono confuso
tu fammi posto
allarga le braccia
dedicami la tua notte
la notte successiva
e un’altra ancora
dedicami i tuoi giorni
dedicami le tue notti
oggi domani ancora
stringimi forte
coprimi avvolgimi
di caldo fiato scaldami
di saliva rinfrescami

vorrei morire ora

trafitto

7 aprile 2013

 

Trafitto sono
Trapassato dal futuro
Cerco una persona cerco una persona
Fragili desideri fragili desideri fragili desideri
A volte indispensabili a volte no

Svanire

30 maggio 2012

“Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile.” (C.P.)

Insiste…ma non riesco a rispondere. Penso che non serva a niente. Oggi ho avuto un capogiro, ma era come star solo su un’isola deserta. Chi ti sta intorno forse non ci fa più caso. C’è il sole adesso, c’è il sole…ma è come se non ci fosse. Non so cosa rispondere a quella domanda, in realtà se iniziassi, potrei vomitare parole per ore ed ore, ma a cosa servirebbe, non a chi ascolta, non a me, inutili parole…adesso sono stanco, spento, vorrei solo dormire a tempo indeterminato, piombare in uno stato d’incoscienza, far finta che nulla più esista, vorrei non preoccuparmi più di quello che dico, faccio o sono, vorrei andar lontano e non tornare più, sparire…

Ingenuità per vanità.

30 maggio 2012

«Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro».

Pier Paolo Pasolini, “Il cinema in forma di poesia”

« È stolto il far torto. Il torto nostro, quello che abbiamo arrecato, è più pesante da portare del torto altrui, […] bisognerebbe guardarsi dal far torto più ancora che dal subirlo: quest’ultima cosa ha infatti il conforto della buona coscienza, della speranza in una vendetta, nella compassione e nel consenso dei giusti, anzi dell’intera società, che teme chi compie il male.

— Non sono pochi gli uomini versati in quel sudicio raggiro di sé stessi consistente nel volgere il proprio torto in torto altrui, […] per potere in tal modo portare molto più facilmente il proprio peso. » (Friedrich Nietzsche )

Ressentiment è una parola francese (che corrisponde sostanzialmente al nostro “risentimento”) utilizzata nelle scienze umane, filosofia, storia, sociologia e psicologia.

Nel contesto predetto, ressentiment indica un senso di risentimento ed ostilità rivolto contro quello che ciascuno identifica quale causa della propria frustrazione, e pertanto un’attribuzione di biasimo (ad un soggetto esterno, surrettiziamente additato quale “colpevole”) per la propria frustrazione. Il senso di debolezza o inferiorità e forse di invidia nel prospettarsi predetta “causa” (impersonificata) fa nascere un sistema di valori rifiutante/giustificante, o moralità, che attacca o confuta/rimuove la fonte percepita della frustrazione del soggetto. L’ego crea un nemico, per isolarsi dal senso di colpa.

Espressione acquisita in molte lingue per le sue valenze filosofiche e psicologiche, ressentiment non può essere sostituito con il vocabolo corrispondente italiano, e nemmeno in francese possiede la stessa portata semantica del (pure ortograficamente identico) termine del linguaggio comune. Anche se quest’ultimo si riferisce ugualmente ad un senso di frustrazione diretto ad una fonte percepita, nella lingua (e nella coscienza) comune non si istituisce alcun nesso tra senso d’inferiorità e creazione di una moralità. Pertanto, anche in questa voce useremo la dicitura ressentiment per mantenere tale distinzione.

Ressentiment fu introdotto originariamente come termine filosofico/psicologico da Friedrich Nietzsche. Il concetto divenne parte essenziale delle sue idee in tema di psicologia della questione “padrone-schiavo” (esposta analiticamente ne Al di là del bene e del male), e la conseguente nascita della moralità. Nietzsche presentò inizialmente — ed in via principale — il ressentiment nel suo

Genealogia della morale – Nietzsche « Il problema dell’altra origine del “buono”, del buono come lo ha concepito l’uomo del ressentiment, esige la sua risoluzione. — Che gli agnelli nutrano avversione per i grandi uccelli rapaci, è un fatto che non sorprende: solo che non v’è in ciò alcun motivo per rimproverare ai grandi uccelli rapaci di impadronirsi degli agnellini. E se gli agnelli si vanno dicendo fra loro: “Questi rapaci sono malvagi; e chi è il meno possibile uccello rapace, anzi il suo opposto, un agnello — non dovrebbe forse essere buono?” su questa maniera di erigere un ideale non ci sarebbe nulla da ridire, salvo il fatto che gli uccelli rapaci guarderanno a tutto ciò con un certo scherno e si diranno forse: “Con loro non ce l’abbiamo affatto, noi, con questi buoni agnelli; addirittura li amiamo: nulla è più saporito di un tenero agnello.” »

Ressentiment è la riallocazione della sofferenza compiuta da chi trasferisce il proprio senso di inferiorità/frustrazione su un capro espiatorio esterno. L’ego crea un nemico illusorio, una causa che può essere “rimproverata” per il proprio senso di inferiorità/frustrazione. Perciò, non si viene umiliati da un insuccesso in sé, ma piuttosto da un “maligno” esterno. Questa proiezione di “biasimo” conduce il soggetto a bramare vendetta; questa smania di vendetta può assumere varie forme, come nella concezione cristiana del giudizio universale, od il concetto socialista di rivoluzione. In entrambi i casi, il senso d’impotenza crea l’illusione di un nemico; all’improvviso, ci si auto-rappresenta come oppressi piuttosto che meramente deboli, un fenomeno che genera acrimonia verso un bersaglio esterno (bramosia di una “vendetta” percepita).

Il ressentiment origina dalla reattività: più un uomo è debole, più è incapace di adiaforia, ovvero di soffocare le reazioni. E viceversa, più un uomo è attivo, di animo forte e dinamico, tanto meno si concede spazio e tempo per riflettere su quello che gli vien fatto, e le sue reazioni (come immaginare di essere in realtà migliore) divengono meno compulsive. La reazione dell’uomo dalla volontà forte (una “bestia selvatica”), quando avviene, è idealmente di breve durata: non è qualcosa che occupi a lungo il suo intelletto.

Nella Terza dissertazione della “Genealogia”, l’originale pensatore conclude pure che il prete asceta, principale attore e simbolo della religione da lui tanto esecrata, arriva a compiere il prodigio di far ritorcere il ressentiment del sofferente su sé medesimo:

«Se si volesse compendiare, in una stringatissima formula, il valore dell’esistenza sacerdotale, si

dovrebbe senz’altro dire: il prete è il modificatore di direzione del ressentiment. »

Una cazzata!

6 febbraio 2012

Voglio decidere giorno per giorno, voglio non pensare se domani possa o debba fare una cosa o l’altra, voglio non pensare, voglio essere limitato nel presente, voglio essere indifferente, voglio essere un nulla ed essere tutto quello che mi va, d’altronde la vita finisce per essere una enorme  cazzata se ci pensi troppo, se pensi che un giorno possa continuare nell’altro, che un dolore possa scorrere in altro dolore, se un sorriso possa essere scomparso il giorno dopo, se una parola detta  possa poi spegnersi in un silenzio. Tutto finisce e ricomincia comunque; dunque sono tutte cazzate, la vita non impara niente…e tutto questo è una enorme, immensa, universale, infinita cazzata! Ma è meglio non pensarci, non pensarci…

La possibilità del fuoco.

6 febbraio 2012

“Se non vi è rimasta molta anima e lo sapete, vi resta ancora dell’anima.” (C. Bukowski)

“Ogni delettazione non veggiamo consistere in altro, che in certo transito, camino e moto. Atteso che fastidioso e triste è il stato de la fame; dispiacevole e grave è il stato della sazietà: ma quello che ne deletta, è il moto da l’uno a l’altro. Il stato del venereo ardore ne tormenta, il stato dell’isfogata libidine ne contrista; ma quel che ne appaga, è il transito da l’uno stato a l’altro. In nullo esser presente si trova piacere, se il passato non n’è venuto in fastidio. La fatica non piace, se non in principio, dopo il riposo; e se non in principio, dopo la fatica, nel riposo non è delettazione.”

(Spaccio de la bestia trionfante – Giordano Bruno)

Chi lo ha detto che gli uomini non possono credere stabilmente a niente?

A volte, è proprio perché si è creduto troppo in qualcosa, perché ci si è illusi di qualcosa, messo poi in dubbio dalla vita, che iniziamo a comportarci stranamente; sembra non si creda più in ciò che, una volta, sembrava potersi realizzare (e questo accade specialmente quando si è giovani). E’ per questo che alla fine si può rischiare di arrivare alla disillusione estrema, alla convinzione di non credere più in niente. Questo è quello che sembra.

Sembra…, ma il cuore continuerà a tradirci, l’anima tornerà di nuovo a farsi sentire come un vecchio mantice che sputa fuori aria, attizzerà di nuovo un fuoco; forse ritornerà a morire e risorgere troppe volte, a covare sotto le ceneri. Questo fuoco silenzioso che non si estingue, sarà sempre lì, nella sua possibilità di riaccendersi, anche quando è spento, anche quando sembra morto per sempre, anche se siamo stanchi di lui. E’ questo “il niente” in cui l’uomo può credere fermamente, per tutta la vita. Questo fuoco, la possibilità del fuoco: qualcuno lo ha definito “Speranza”.

Un gesto e via…

5 febbraio 2012

Cos’era quel gesto? Volevi solo giocare? Brava, lo fai perché con me sai che puoi…giocare…da quella volta che ti ho detto che sei bellissima, hai capito che sono nudo, attaccabile…e poi, in silenzio, in segreto, eviti qualsiasi discorso faccia a faccia. In realtà il tuo è solo uno stupido, fottuto, tremendo gioco di società. Ormai sai di tenermi in pugno e quando me ne vado, ti volto le spalle, a star male sono io, tu ritorni alla tua vita felice e contenta della tua ennesima vittoria sulla mia fragilità.