119

Che pozioni ho bevuto di lacrime di sirene,

distillate da alambicchi sporchi dentro come l’inferno,

somministrando paure alle speranze e speranze alle paure,

sempre perdendo quando mi vedevo vincere!

Che sciagurati errori ha commesso il mio cuore,

quando si è ritenuto come non mai felice!

Come sono schizzati i miei occhi dalle loro sfere

nello sconvolgimento di quella folle febbre!

Oh, beneficio del male! Ora io trovo vero

che il meglio è reso dal male ancor meglio,

e l’amore rovinato, quando è nuovamente costruito,

cresce più bello di prima, più forte, assai più grande.

Così io ritorno avvilito a quel che mi contenta,

e guadagno dal male tre volte quanto ho speso.

141

In fede, io non ti amo con i miei occhi

poiché essi notano in te mille difetti;

ma è il mio cuore ad amare ciò che essi disprezzano

e, a dispetto della vista, si compiace di adorarti.

Né si deliziano i miei orecchi al tono della tua voce,

né il tenero mio tatto è incline a bassi tocchi,

né il gusto né l’olfatto ambiscono all’invito

a un banchetto dei sensi con te sola;

ma né le mie cinque facoltà né i miei cinque sensi

possono dissuadere dal servirti uno sciocco cuore,

che lascia ingovernata la mia sembianza d’uomo

per farmi schiavo e misero vassallo del tuo superbo cuore.

Senonché la mia piaga in tanto conto come mio guadagno

in quanto colei che mi fa peccare m’impartisce la mia pena.

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dormire insieme

13 maggio 2013

Fare l’amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse,ma quasi opposte. L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un unica donna).

Milan Kundera – L’ insostenibile leggerezza dell’ essere

E quando la stanza è al semibuio in un silenzio teso, assoluto, impressionante… ghinnn! Un gatto, non importa non è mica un giallo! E quando in un pomeriggio caldo… pomeriggio? Mah, non importa… e quando sei lì sopra di lei, fermo, rilassato; anche lei ferma, non si sa se rilassata. Riassumiamo: io avevo avuto l’orgasmo… ghinnn! Niente a che vedere con quelli che mi organizzo da solo, eh! Ma un discreto orgasmo per essere in due. E quando sei li sopra di lei con lo sgardo intelligente dell’uomo soddisfatto… pensi: avrei voglia di fumare, non puoi, perché c’è questo senso bello dei due corpi l’uno sopra all’altro, e senti il tuo poggiare dolcemente con tutti i muscoli rilassati: 65 chili! E pensi: le peserò troppo? È qui ti rovesci sul fianco esattamente un minuto dopo, soltanto un minuto, dopo l’uomo normale e tenti anche una carezza… ghinnn! Per indagare. Già, se lei fosse stata bene, in un certo senso… Riassumiamo: io ho avuto l’orgasmo, lei… non si sa. Del resto non si sa mai! Maledizione. Un complotto. Un uomo va con una donna una volta, due volte, dieci volte e non sa mai se lei… Difficile anche da chiedere, eh! Generalmente la domanda è: sei stata bene?… Più piano, con dolcezza, eh (sottovoce): sei stata bene? E di là: sì certo… Certo cosa? Come mi fa incazzare la gente che non vuol capire. Mi spiego meglio, scusa, no, voglio dire, per l’uomo è chiaro no? Cioè, si vede, quando arriva al massimo, come dire è evidente, c’è la prova! Sì, ma lei… voglio dire, le donne, come funzionano? Maledizione, non c’è la prova! È per questo che si sta qui nudi come un cretini a domandarci com’è andata: e allora viene fuori la naturalezza, la tecnica, e il gesto stonato, e il non tener conto dell’altro e ti-tic e ti-tic e ti-tic… e i tempi diversi, e la sintonia e la pienezza, e Wilhelm Reich e ti-tic e ti-tic… e l’abbandono e il perdersi… “E io mi perdo e tu non ti perdi”… e ti-tic e ti-tic… Un lavoro di coscienza, di precisione, è la partita doppia degli orgasmi! Intanto la luce filtra appena dalla finestra, una luce bianca, silenziosa, bellissima… non importa, non siamo mica qui per fare delle fotografie, dài! E ti-tic e ti-tic e ti-tic… La rivincita?! No, per carità, non potrei… già, e perché prima potevo?… che mistero. Lei potrebbe ancora, potrebbe sempre… anche quella lì è bella eh?! Silenzio, silenzio di tomba, non può durare questo silenzio. Si sente un gorgoglìo: blo-blo-blo-blob, ah non è niente, una pancia, blo-blo-blo-blob, sono liquidi che si muovono, si spostano, normalissimo, non mi fanno paura le cose scientifiche, blo-blo-blo-blob. Però una pancia che brontola è sempre un po’ fastidiosa, eh: non si sa mai se è la sua o la mia. Bisognerebbe amarla una pancia, voglio dire… dentro, invece di restare sempre in superficie. Bisognerebbe amare tutto di una persona, il fegato, lo stomaco, la coratella! Bisognerebbe esporle le cose, farle vedere. Guarda le stelle marine, sempre con lo stomaco di fuori. Poi mica discorsi eh! Mai viste far teorie sull’amore, le stelle marine. Bisognerebbe parlare di meno e andare in giro con tutto di fuori. Oddio, Non so se lei mi piacerebbe col fegato in mano. Mancanza di abitudine, bisognerebbe studiare un po’ d’anatomia, si fa per dire, invece di fare l’amore così a cazzo! L’ho sempre detto: se vuoi sciupare l’amicizia con una persona… facci all’amore. E dopo? Ci vuole troppa comprensione per trasformare in dolcezza una cosa venuta male. Ti rimetti la camicia, lentamente, ti allacci una scarpa e questa operazione ti sembra che duri tutto il pomeriggio. Pomeriggio? Non importa… ti-tic ti-tic ti-tic ti-tic…

Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria. E’ impalpabile, sfugge ad ogni presa e ad ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se hai dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Questi sussulti non sono il dolore propriamente detto, sono istanti di vitalità inventati dai nervi per far sentire la durata del dolore vero, la durata tediosa, esasperante, infinita del tempo-dolore. Chi soffre è sempre in stato d’attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Viene il momento che si preferisce la crisi dell’urlo alla sua attesa. Viene il momento che si grida senza necessità, pur di rompere la corrente del tempo, pur di sentire che accade qualcosa, che la durata eterna del dolore bestiale si è un istante interrotta-sia pure per intensificarsi.
La forza dell’indifferenza- è quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

(30 Ottobre 1940)

Ultime parole di C.

5 maggio 2013

“E’ cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera, all’imbrunire, stretta al cuore – fino a notte.”

(8 maggio 1950)

” Tutto questo fa schifo.

Non parole. Un gesto. Non scriverò più. “

(18 agosto 1950 Torino)

C.P.

Fantasmi fatti di parole

22 aprile 2013

” La facilità di scrivere lettere – considerata puramente in teoria- deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime. E’ infatti un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l’ una conferma l’ altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l’ idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane.”

Lettere a Milena – Franz Kafka

 

19 aprile 2013

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.

c.p.

l’ombra

17 aprile 2013

« Il punto non cambia. Il punto è sempre lo stesso punto. Te l’ho detto prima e continuo a cercare dei modi per dirtelo di nuovo. La luce è tutto intorno a te, sennonché tu non vedi nient’altro che ombra. E l’ombra è la tua. Sei tu che la fai ».

Cormac McCarthy,” Sunset Limited ”

 

Lacrimosa dies

 

” Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.”

(Salmo 21)

“Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego; ma vi prego di credere che l’unico modo d’esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto voi ignorate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.
Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: l’estraneo inseparabile da me.”

( UNO, NESSUNO E CENTOMILA – LUIGI PIRANDELLO )

 

 

Wisława Szymborska

 

 

In sogno

dipingo come Vermeer.

 

Parlo correntemente il greco

e non soltanto con i vivi.

 

Guido l’automobile,

che mi obbedisce.

 

Ho talento,

scrivo grandi poemi.

 

Odo voci

non peggio di autorevoli santi.

 

Sareste sbalorditi

dal mio virtuosismo al pianoforte.

 

Volo come si deve,

ossia da sola.

 

Cadendo da un tetto

so cadere dolcemente sul verde.

 

Non ho difficoltà

a respirare sott’acqua.

 

Non mi lamento:

sono riuscita a trovare l’Atlantide.

 

Mi rallegro di sapermi sempre svegliare

prima di morire.

 

Non appena scoppia una guerra

mi giro sul fianco preferito.

 

Sono, ma non devo

esserlo, una figlia del secolo.

 

Qualche anno fa

ho visto due soli.

 

E l’altro ieri un pinguino.

Con la massima chiarezza.

 

 

 

w. s.

13 dicembre 2012

AUTOTOMIA

Alla memoria di Halina Poświatowska

In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:

dà sé in pasto al mondo,

e con l’altro fugge.

 

Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,

in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò

che sarà.

 

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso

Con due sponde subito estranee.

 

Su una la morte, sull’altra la vita.

Qui la disperazione, là la fiducia.

 

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.

Se c’è una giustizia, eccola.

 

Morire quanto necessario, senza eccedere.

Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

 

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.

Ma solo in corpo e sussurro interrotto.

In corpo e poesia.

 

Da un lato la gola, il riso dall’altro,

un riso leggero, di già soffocato.

 

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,

tre piccole parole, soltanto, tre piume d’un volo.

 

L’abisso non ci divide.

L’abisso circonda.

 

 Wisława Szymborska

the soul is not love

9 dicembre 2012

 

 

“… pur essendo l’amore essenziale per l’anima, …e pur essendo l’anima il tramite per il quale riceviamo amore, l’anima non è l’amore. …solo ciò che è stato correttamente separato può essere adeguatamente congiunto.”

 

( “Anima” di James Hillman )

 

“…non appena la luce dell’alba illuminò la collina, vidi una scia di condensazione attraversare, … il riquadro del cielo delimitato dalla mia finestra. All’epoca interpretai come un buon auspicio quella traccia bianca, adesso invece, guardando all’indietro, temo sia stata la prima scalfittura che da allora attraversa la mia vita. L’apparecchio in volo all’apice della sua traiettoria era altrettanto invisibile quanto i passeggeri nel suo ventre. L’invisibilità e l’inafferrabilità di ciò che ci fa muovere, questo è rimasto un enigma, alla fin fine insondabile, anche per Thomas Browne che considerava il nostro mondo solo come l’ombra di un altro. “
(W.G.Sebald – Gli anelli di Saturno)

bellezza

17 novembre 2012

“…una delle proprietà immutabili della bellezza è che lascia dentro di noi il desiderio di rendere qualcun altro partecipe. Sentiamo il bisogno di dare, di fare qualcosa, anche soltanto muoverci per la stanza, e di spostare la rosa nel vaso, la quale, detto per inciso, ha perso i suoi petali.”

Da La lettura (“Reading”) di Virginia Woolf

onettiana

11 novembre 2012

” La definizione di racconto è qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita. Prima c’è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcosa che illumina l’attimo e forse finirà con l’insediarsi indelebilmente nella coscienza.”
(Raymond Carver)

“Quando leggiamo…Onetti…ci sentiamo sommersi da quelle lunghe frasi labirintiche nelle profondità profondità selvatiche della psicologia e dell’anima umana, strappati dal tempo e dalla vita quotidiana e portati in una dimensione fatta di altri piaceri, immagini e idee,  e cioè in un mondo diverso – impalpabile, sonoro, denso, verbale – che si fa strada con quella prosa…”.

(Mario Vargas Llosa – El viaje a la ficciòn. El mundo de Juan Carlos Onetti)

 

Parte prima

I.

Santa Rosa

– Mondo matto, – disse ancor una volta la donna, come se contraffacesse, come se lo traducesse.

Io la sentivo attraverso la parete. Immaginai le sue labbra in moto davanti all’alito di ghiaccio e di fermentazione della ghiacciaia o allo stoino dei cannicci torrefatti che doveva essere rigido tra il pomeriggio e la stanza da letto, a ombreggiare il disordine dei mobili appena arrivati. Ascoltai, distratto, le frasi intermittenti della donna, senza credere a quello che diceva.

Quando la sua voce, la vestaglia da casa e le braccia grosse che io le attribuivo passavano dalla cucina alla stanza da letto, un uomo ripeteva monosillabi, assentendo, senza lasciarsi andare completamente allo scherno. Il caldo che la donna andava fendendo si riaggruppava, allora, eliminava le fenditure e gravava pesantemente su tutte le stanze, nei vani delle scale, negli angoli dell’edificio.

La donna andava e veniva nell’unico locale dell’appartamento accanto, e io la stavo ad ascoltare dal bagno, in piedi, con la testa curva sotto la pioggia quasi silenziosa.

– Anche se il cuore mi andrà in frantumi, glielo giuro, – disse la voce della donna, cantando un po’, col respiro che le cadeva a fine di ogni frase, come se un ostacolo ostinato sorgesse ogni volta per impedirle di confessare qualcosa, – non sarò certo io ad andare in ginocchio da lui. Se l’è voluta lui, e ben gli sta. Anch’io ho il mio orgoglio. Benché faccia più male a  me che a lui.

– Andiamo, andiamo, – conciliava l’uomo.

Ascoltai per un po’ il silenzio dell’appartamento nel cui centro ora tintinnavano dei pezzi di ghiaccio mulinanti nei bicchieri. L’uomo doveva trovarsi in maniche di camicia, corpulento e grugnoso; lei smanciava, nervosa, sconsolandosi per il sudore che le scorreva sul labbro e nel petto. E io, dall’altra parte della parete sottile, ero nudo, in piedi, coperto di gocce d’acqua; le sentivo evaporare, senza decidermi ad afferrare l’asciugamano, guardando, al di là della porta, la stanza ombrosa dove il caldo accumulato accerchiava il lenzuolo pulito del letto. Pensai, deliberatamente, ora, a Gertrudis; cara Gertrudis dalle gambe lunghe; Gertrudis con una cicatrice vecchia e bianchiccia sul ventre; Gertrudis taciturna e palpebrante, che a volte s’ingoiava il rancore come saliva; Gertrudis con una rosetta d’oro sul petto dei vestiti di festa; Gertrudis risaputa a memoria.

Quando tornò la voce della donna pensai alla missione di guardare senza disgusto la nuova cicatrice che avrebbe avuto Gertrudis sul petto, rotonda e complicata, con nervature di un rosso o di un rosa che il tempo avrebbe trasformato forse in una confusione pallida, del colore dell’altra, sottile e senza rilievo, agile come una firma, che Gertrudis aveva sul ventre e che io avevo riconosciuto tante volte con la punta della lingua.

– Mi si potrà spezzare il cuore, – disse la donna, – e magari non sarò mai più la stessa di prima. Quante volte Ricardo mi ha fatto piangere come una pazza, in questi tre anni. Lei non sa molte cose. Questa volta non mi ha fatto nulla di peggio di altre cose che mi ha fatto prima. Ma adesso è finita.

Doveva essere in cucina, curva davanti alla ghiacciaia, a rovistare, a rinfrescarsi la faccia e il petto con l’aria gelata dove s’indurivano odori vegetali, oleosi.

– Non farò un solo passo anche se mi si spezzerà il cuore. Anche se mi viene a pagare in ginocchio…

– Non dica questo, – disse l’uomo. Aveva camminato, suppongo, senza far rumore fino alla porta della cucina, e con un braccio peloso appoggiato allo stipite e l’altro sollevato per sostenere il bicchiere stava guardando dall’alto il corpo curvo della donna. – Non lo dica. Tutti commettiamo degli errori. Se lui, diciamo… Se Ricardo venisse a chiederle…

– Non so cosa dirle, mi creda, – confessò la donna. – Ho tanto sofferto per colpa sua! Cosa le pare se ne beviamo un altro?

Dovevano essere in cucina perché sentii spezzare il ghiaccio nell’acquaio. Aprii di nuovo la doccia e mossi la schiena sotto l’acqua mentre pensavo al mattino, a una decina di ore prima, quando il medico aveva tagliato meticolosamente, o con un taglio che non prescindeva dalla meticolosità, il seno sinistro di Gertrudis. Doveva aver sentito vibrare il bisturi nella mano, doveva aver sentito il filo che passava fa una mollezza di grasso a una secca, a una spessa durezza subito dopo.

La donna sbuffò e si mise a ridere; alterata dal rumore della doccia, mi giunse una frase:

– Se sapesse come ne ho piene le scatole degli uomini! – Si allontanò verso la stanza da letto e sbatté le porte del balcone. – Ma, mi dice lei quando arriverà il temporale di Santa Rosa?

– Deve essere per oggi, – disse l’uomo, senza seguirla, alzando la voce. – Abbia pazienza, vedrà che prima dell’alba scoppia.

Allora scoprii che avevo continuato a pensare anch’io alla stessa cosa fino da una settimana prima, mi rammentai la mia speranza di un miracolo impreciso che avrebbe compiuto per me la primavera. Erano ore che un insetto ronzava, sconcertato e furioso, tra l’acqua della doccia e l’ultimo chiarore del finestrino. Mi scossi l’acqua di dosso come un cane, e guardai verso la penombra della stanza, dove il caldo rinchiuso doveva stare pulsando. Non mi sarebbe stato possibile scrivere il soggetto cinematografico di cui mi aveva parlato Stein finché non fossi riuscito a dimenticare quel seno tagliato, ora senza forma, che si appiattiva sul tavolo chirurgico come un medusa, offrendosi come una coppa. Non era possibile dimenticarlo, benché mi ostinassi a ripetermi che avevo giocato a popparvi, da quello. Ero costretto ad aspettare, e la povertà con me. E tutti, nel giorno di Santa Rosa, la donnetta sconosciuta traslocata da poco nell’appartamento vicino, l’insetto che girava nell’aria profumata di sapone da barba, tutti coloro che vivevano a Buenos Aires, erano condannati ad aspettare con me, sapendolo o no, boccheggiando come idioti nel calore minacciante e fatidico, sospirando l’arrivo del breve temporale grandiloquente e l’immediata primavera che si sarebbe aperta la strada dalla costa per trasformare la città in un territorio ferace dove la buona sorte avrebbe potuto nascere, repentina e completa, come un esercizio della memoria.

( Incipit da un capolavoro – La vita breve – Juan Carlos Onetti )

T.C.

7 novembre 2012

«Ogni volta che cambiamo marca di sigarette, traslochiamo in una nuova casa, ci abboniamo a un altro giornale, ci innamoriamo e ci disinnamoriamo, in realtà non facciamo che protestare in modo più o meno frivolo contro l’insormontabile noia della vita quotidiana. Purtroppo però tutti gli specchi sono bugiardi, e a un certo punto, ci rimandano la solita faccia vuota e insoddisfatta: perciò mentre si domandava cosa aveva fatto, in realtà Grady si domandava cosa stava facendo, come al solito».

 

Truman Capote, “Incontro d’estate”

 

1 novembre 2012

“l’esistenza del passato dipende dalla quantità di presente che gli affidiamo, e che è possibile dargliene poca o non dargliene affatto.”

( J. C. O. )

 

 

 

Virginia Woolf

« La grazia e la quiete regnavano, insieme modellando il profilo di una forma da cui la vita s’era staccata; una forma solitaria, come uno stagno di sera – remoto, visto dal finestrino di un treno così veloce, che lo stagno a mala pena è derubato della sua solitudine, anche se visto. La grazia e la quiete si davano la mano nella camera da letto; tra brocche velate e sedie avvolte in lenzuola, l’intrusione del vento e del soffice muso delle vischiose brezze marine – che sfregavano, sfiatavano, e ripetevano ancora e ancora le loro domande: “Vi toccherà scomparire?” Perire?” – non disturbava la pace, l’indifferenza, l’aria di assoluta integrità, come se alla domanda che facevano fosse a mala pena necessario rispondere: noi resteremo ».

Da ” Al faro “.

El pozo

31 ottobre 2012

Juan Carlos Onetti

 

” i fatti sono sempre vuoti, sono recipienti che prenderanno la forma del sentimento che li riempirà “.

 

( El Pozo – Juan Carlos Onetti )