L’amore è tra me e quel fondo abissale che c’è dentro di me, a cui io posso accedere grazie a te. L’amore è molto solipsistico; e tu, con cui faccio l’amore, sei quel Virgilio che mi consente di andare nel mio Inferno, da cui poi emergo grazie alla tua presenza (perché non è mica detto che chi va all’Inferno poi riesca a uscire di nuovo). Grazie alla tua presenza io emergo: per questo non si fa l’amore con chiunque, ma con colui/lei di cui ci si fida; e di che cos’è che ci si fida? Della possibilità che dopo l’affondo nel mio abisso mi riporti fuori.

(Umberto Galimberti)

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the soul is not love

9 dicembre 2012

 

 

“… pur essendo l’amore essenziale per l’anima, …e pur essendo l’anima il tramite per il quale riceviamo amore, l’anima non è l’amore. …solo ciò che è stato correttamente separato può essere adeguatamente congiunto.”

 

( “Anima” di James Hillman )

 

Era in fondo a un piccolo caffè pieno di fumo, male illuminato, probabilmente una buvette di stazione… mi sembra che si udissero suoni di treni, colpi di fischietto… ma ha poca importanza… da una bruma giallastra fuoriescono, a ciascun lato del tavolo, due volti quasi scialbi e soprattutto due voci… non le colgo neppure con chiarezza, non saprei riconoscerle… ciò che mi ora sono le parole che quelle voce recano… e nemmeno le parole esatte, non le ho tenute a mente… ma neppure questo importa… posso facilmente inventare parole dello stesso genere, le più banali possibili… di quelle che due persone estranee l’una all’altra possono scambiarsi nel corso di un incontro qualsiasi, al tavolo di un caffè… forse sul sapore di quello che bevono… un’aranciata o del tè? oppure sui vantaggi e sugli inconvenienti dei viaggi in treno, in aereo o su qualsiasi cosa, vi lascio, se volete, immaginarne altre… ma quello che non posso lasciarvi, quello che in queste parole per qualche istante mi appartiene, quello che mi attira, che mi stuzzica… è… non so… è forse quell’impressione che danno… di leggerezza… sembrano svolazzare, aeree… si direbbe che ciò che recano… il sapore della granatina, la fatica dei viaggi in treno… quello che si può trovare di più banale, di più modesto, di più discreto, non le riempia completamente, lasci in esse spazi vuoti in cui qualcosa che non può trovare posto da nessuna parte, in nessuna parola, nessuna è stata prevista per riceverlo… qualcosa di invisibile, di imponderabile, di impalpabile è venuto a mettersi al riparo…

Questa parole poco zavorrate, dilatate, si innalzano, fluttuano, leggermente sballottate, si posano dolcemente, sfiorano appena…

Si potrebbe, osservando quelle parole portatrici di banalità e la leggerezza con cui si posano, sfiorano, rimbalzano, vederle simili a dei ciottoli piatti e sottili che svolazzano, che giocano a rimbalzello.

Ma questa immagine esatta a prima vista e seducente è di quelle che bisogna costringersi a cancellare, alle quali è meglio rinunciare prima che possano fuorviarvi. Essa avrebbe immancabilmente fatto apparire colui dal quale questi ciottoli sono stati lanciati e il suo gesto che rivela destrezza, abilità… essa avrebbe fatto dimenticare ciò che in queste parole vi attira, ciò che ritorna ad assillarvi… quegli spazi vuoti in esse dove, al riparo di cose modeste e scialbe, vacilla, trema… venuto da dove?

Quelli da cui esala, tanto naturalmente, tanto irresistibilmente quanto l’aria che essi espirano, non saprebbero darci ragguagli. Il luogo in essi da cui proviene non è mai stato descritto, è una regione che nessuno, per quanto ben attrezzato delle parole più affilate e penetranti possibili, può raggiungere… nessuna parola ha potuto venire qui a sondare, scavare, afferrare, estrarre, mostrare…

Da un lato all’altro del tavolo le parole circolano… sono come raggi che degli specchi identici collocati uno di fronte all’altro riflettono sotto una stessa angolatura, come onde… « È piacevole, quelle luci… Non si vede più altro che illuminazioni al neon, dappertutto… I treni su piccole distanze… ».

Le parole appena zavorrate, attraversate da vibrazioni, da radiazioni, scaturiscono… provenienti da un luogo intatto dove per la prima volta, una prima e unica volta… sgorga, ribolle… alla fonte stessa… alla nascita…

Ma sì, certo, questo non poteva mancare, vi capisco, l’avete detto, l’abbiamo detto insieme… ecco che cosa significa avere la tracotanza di introdursi in quei luoghi riservati, di infrangere il loro silenzio non fosse che con dei mormorii, dei balbettii, con le parole più timide, prudenti… Basta lasciarle penetrare e si può star certi che ne condurranno altre… Questa: « nascita »… ha condotto con sé… troppo tardi per impedirle di entrare, eccola, è lì… da questa parola: « nascita » è uscita subito la parola « dell’», si è protesa come un braccio, tirando a sé, enorme, facendo un gran chiasso, la parola « amore »… « La nascita dell’amore »…

Forse avreste voluto come me rimanere ancora qualche istante accanto a loro, che percepiscono soltanto lo svolazzamento, il dolce sfioramento delle parole lievi che ricevono, che inviano? Come sarebbe bello, vero? condividere ancora la loro innocenza, la loro libertà…

Ma possiamo consolarci, la tregua sarebbe breve così per noi come per loro.

L’altro di fronte ancora tutto traslucido, lasciandosi attraversare da una sorta di luce diffusa, uno sfavillio… perdonate queste mie povere parole, ma dove potrei trovarne altre?… un dolce, diffuso sfavillio, venuto da fondi lontani, attraverso distese senza fine… l’altro ben presto si ispessisce in un essere di carne e ossa, chiuso entro contorni precisi…  e quello che secerne, quello che lo riempie tutto intero, quello che affiora in lui dovunque, nella linea della palpebra, della fronte, della narice, della guancia, nello sguardo, nel sorriso, in ogni inflessione della voce… produce… ma cos’è? Qualcosa di mai provato finora… è doloroso… delizioso… un turbamento? un’eccitazione? un’emozione? un disagio? Ma è possibile? È dunque questo anche in me?… Sì, non può essere nient’altro… è proprio così…espandendosi in me dappertutto, occupando tutto… « l’amore »…  è così che si chiama. « L’amore » – è questo.

Si può essere sorpresi dall’ammirazione che ha suscitato fino a oggi colui che, ve ne rammentate, era Stendhal, nella Chartreuse de Parme, ha fatto la scoperta di quello che ciascuno avrebbe dovuto conoscere da sempre… le conseguenze, in un istante, della comparsa di quella « parola che darà un nome a ciò che sentono l’uno verso l’altro ». Aveva già visto, aveva presentito quello che ora esclusivamente ci occupa: gli effetti che la parola da sola provoca quando fa irruzione… ma per noi non è molto importante che sia in quello o in quella in particolare, in Fabrizio o nella Sanseverina… due ombre bisbiglianti ci bastano… vuote dapprima di ogni parola… E poi la parola. Lei sola, che fa la sua comparsa. Eccola ora davanti a noi, fuori da una certa o da una cert’altra vita, isolata da ogni avvenimento e circostanza… un corpo chimico allo stato puro. La parola «  amore » e alcuni dei suoi effetti possibili dovunque, su chiunque.

Già da qualche tempo la parola si aggira attorno a loro, spiando il momento, che non può tardare… e infatti eccolo… ciò che poteva essere pago di rifugiarsi nel grigiore delle parole più spente, più modeste, è divenuto così denso, intenso, esige un posto a sé, tutto il posto in una vasta parola solida, potente, splendente…

E la parola è lì, prontissima, la parole « amore », aperta, spalancata… ciò che fluttuava dappertutto, turbinava sempre più forte vi si riversa, si condensa subito, la riempie interamente, si fonde, si confonde con essa, inseparabile da essa, sono una cosa sola.

La parola « amore » circondata da un alone di luce, come l’angelo annunciatore è entrata… è ricevuta con la stessa sottomissione, la stessa rassegnazione, la stessa umiltà, la stessa gioia timida e lo stesso timore.

La parola « amore » è entrata, recando la conoscenza, distruggendo l’innocenza… e subito le umili parole scambiate perdono i loro vuoti attraversati da tremolii appena percettibili… diventano completamente piatte, inerti… veli di cui « l’amore » non osando mostrarsi al di fuori pubblicamente si ricopre.

Sono camuffamenti al riparo dei quali, esitanto a esporsi, essa si dissimula… Sono tutto ciò che essa riesce a trovare per appiccicarlo su di sé, farsene una corazza… Ma sotto la spinta irresistibile della sua crescita, sotto la potenza della sua espansione essa cede, scoppia, le parole sconnesse si sparpagliano, e dal silenzio al di sopra dei loro resti che giacciono sparsi la parole « amore » si libera…

[…]

Chi non è mai stato sorpreso da uno degli effetti più strani che produce lo scambio di queste parole, « Io l’amo » ?, da quel potere che hanno di dotare immediatamente ciascuno di quelli che le pronunciano di qualità uniche, incomparabili, che nessun altro può loro togliere, di cui nessuno è neppure capace di giudicare… gli abitanti della terra intera potrebbero riunirsi per contestare l’esistenza presso l’uno o l’altro di queste qualità e sarebbero subito respinti… « Che cosa volete? »… mantenuti a rispettosa distanza e ridotti al silenzio dal potere magico di queste sole parole agitate davanti a loro:  « Si amano ».

« Io l’amo » sono le parole della consacrazione pronunciate mentre ciascuno posa sulla testa dell’altro la corona, lo investe di una superiorità con cui nessuno al mondo, per quanto provvisto di tutti i doni, per quanto dotato di tutte le grazie, può pensare di rivaleggiare.

Come Dio, chi ha pronunciato quelle parole: « Io l’amo » – ha il potere di riprendere ciò che ha dato.

La parola « amore » diffonde in coloro che viene a illuminare una luce così splendente che appiana, che livella tutto… più nessuna asperità o anfrattuosità da nessuna parte, non il minimo angolo d’ombra o qualsiasi cosa di appena visibile tremola, scivola…

Ma lì forse, un istante fa, mi è sembrato… ma no, è impossibile, è impensabile, come ho potuto immaginare…presto, aiutami, ti supplico, illumina meglio…« Mi ami ? »… e subito un fascio luminoso più intenso viene a diffondere su tutto il chiarore… « Ma sì, certo, ti amo »…

[…]

Ricordi, anima mia, che vedemmo una volta,

nel dolce mattino d’estate,

una carogna? Era, dove il sentiero svolta, su un letto di sassi gettata.

Le gambe all’aria come una femmina lasciva,

sudava veleni, bruciando:

con grande sfrontatezza, cinicamente, apriva

il suo ventre dal puzzo immondo.

E il cielo contemplava la carcassa superba,

come un fiore che stesse fiorendo.

Il fetore era tanto violento che sull’erba

voi stavate quasi svenendo.

Ronzavano le mosche sul ventre verminoso,

sciamavano neri plotoni

di larve, che colavano in liquido vischioso

lungo i brulicanti monconi.

E si vedeva un’onda montare e ridiscendere

e anche slanciarsi spumeggiando,

come se un  soffio potesse ora riprendere

a vivere moltiplicandosi.

Da quel mondo una musica saliva, un suono strano,

come scorrer d’acqua o di vento,

come chi nel vaglio agita e fa ruotare il grano

con un ritmico movimento.

Le forme cancellate, un sogno che dilegua,

abbozzo che a nascere tarda

sulla tela riposta, e che l’artista esegue

soltanto attraverso il ricordo.

Inquieta dietro il sasso una cagna in disparte

mandava occhiatacce adirate

aspettando il momento d’azzannar la parte

della carcassa non sbranata.

– Eppure tu sarai come questa lordura,

e questa orribile infezione,

tu, stella dei miei occhi, sole alla mia natura,

mio angelo, tu, mia passione.

Così, regina delle grazie, tu finirai,

dopo i sacri estremi dettami,

allor che sotto l’erbe grasse te ne starai

a marcire in mezzo agli ossami.

Allora, mia bellezza, diglielo al verme, intento

coi baci a morderti il cuore,

che ho salvato la forma e il divino elemento

del decomposto nostro amore.

” A quel punto lei lo baciò sulle labbra. Fu un bacio molto russo, sul tipo di quelli che in quel vasto, spirituale paese vengono scambiati nelle solenni feste cristiane, quale suggello d’amore. Siccome però lo scambiavano un giovane notoriamente “scaltro”  e una donna, pure ancora giovane, dal passo deliziosamente strisciante, ci sentiamo senza voler portati, mentre lo raccontiamo, a ricordare da lontano il dottor Krokowski e la sua elegante, anche se non ineccepibile maniera di parlare dell’amore in un senso leggermente ambiguo, di modo che nessuno era ben sicuro se fosse un che di timorato o di appassionato e carnale. Facciamo forse anche noi come lui, o fecero così Hans Castorp e Claudia Chachat col loro bacio russo? Che cosa direbbe se ci rifiutassimo di andare in fondo alla questione? A parer nostro, voler distinguere “nettamente”, in cose d’amore, fra timorato e appassionato, è bensì un’impresa analitica, ma – per ripetere le parole di Castorp – “sommamente balorda” e persino ostile alla vita. Che vuol dire nettamente? che cos’è il senso ambiguo? Noi francamente ce ne ridiamo. Non è forse un fatto grande e buono che la lingua possieda una parola sola per tutti gli aspetti che vi possono comprendere – dal più timorato al più carnale e concupiscente? Qui sta il perfetto univoco nell’equivoco, perché l’amore non può essere non corporale nell’estrema timoratezza, né non timorato nell’estrema carnalità, esso è sempre se stesso; sia come scaltro accanimento alla vita, sia come suprema passione, è il consenso col mondo organico, il commovente e voluttuoso abbraccio di ciò che è destinato a corrompersi,… anche nella più ammirevole  e più furiosa passione appare certamente la charitas. Senso ambiguo? Ma lasciate, Dio buono,  che il senso dell’amore sia ambiguo! Se è ambiguo, vuol dire che c’è vita e umanità, e chi per questo stesse in pensiero, dimostrerebbe una desolata mancanza di scaltrezza.”

Yasunari Kawabata

L’argomento di questo romanzo è l’inconscio in un continuo disoggettivarsi, disvelarsi nei suoi tratti sottili e indefiniti, nelle pieghe delle infinite interpretazione degli oggetti, delle situazioni descritte, fluide come un Koan o come le immagini di un Haiku. L’oggetto del desiderio dei personaggi è cio’ a cui non è possibile dare forma, e la natura è vista come metafora di questo oggetto sfuggente, imprendibile: lo si possiede solo quando il tempo ce lo ha già portato via. Incombe comunque nella narrazione lo scorrere del tempo, delle stagioni, come un fiume inarrestabile e il suo ritmo si intreccia con il motivo ricorrente della bellezza, anch’essa, come la realtà o l’inconscio, non inscrivibile nel tempo e nello spazio. Palpabile nel romanzo è soltanto il desiderio che si scontra con questa realtà impalpabile, ingovernabile che è la BELLEZZA e la tristezza sta nel senso irrimediabile di non poterla possedere, fermare anche solo per un istante in una immagine o in una mano.

5 aprile 2012

4 marzo 2012

“Guarderò la tua ombra, se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi.” (J.S.)