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Majakovskij

23 marzo 2013

Senza titolo

21 gennaio 2013

I rimpianti si accalcano

allo sciupìo dei minuti

si sovrappongono alle ore

si accumulano le cose, come la notte;

i nervi stretti, la gola di pietra,

la tenebra accovacciata sulla schiena

fra le spalle serrate a stringere questa vita.

w. s.

13 dicembre 2012

AUTOTOMIA

Alla memoria di Halina Poświatowska

In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:

dà sé in pasto al mondo,

e con l’altro fugge.

 

Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,

in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò

che sarà.

 

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso

Con due sponde subito estranee.

 

Su una la morte, sull’altra la vita.

Qui la disperazione, là la fiducia.

 

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.

Se c’è una giustizia, eccola.

 

Morire quanto necessario, senza eccedere.

Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

 

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.

Ma solo in corpo e sussurro interrotto.

In corpo e poesia.

 

Da un lato la gola, il riso dall’altro,

un riso leggero, di già soffocato.

 

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,

tre piccole parole, soltanto, tre piume d’un volo.

 

L’abisso non ci divide.

L’abisso circonda.

 

 Wisława Szymborska

25 luglio 2012

Pietre scagliate contro di te,
raccolsi nel mio pugno
le parole degli indifferenti.
Ora solo semi di silenzio
nella mia bocca.

Eugenio Montale e l’Upupa.

” In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo, e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile. “

(Discorso di Montale per la consegna del Premio Nobel per la letteratura, Stoccolma, 12 Dicembre 1975)

 

“Rendi forti i vecchi sogni
Perché questo nostro mondo non perda coraggio.”
A lume spento. Ezra Pound

 

 

 

Speranza

6 maggio 2012


 

 

 

 

 

 

 

La luce risuona sul tetto

resiste ai venti remoti,

in perenne scintillio,

 

diffusa in frammenti

riempie infiniti spazi,

in attesa

 

l’ombra ne riluce

silenziosamente domata.

 

L’oscurità tende le labbra

in un canto interrotto

dai vaghi chiarori

 

domande perpetue

nell’arco della notte.

 

(4 novembre 2008)

Opus#

Il passo su lastre sghembe,

smosso istante che traballa

trattiene alterni silenzi,

desideri stretti fra le dita.

Ricordi, anima mia, che vedemmo una volta,

nel dolce mattino d’estate,

una carogna? Era, dove il sentiero svolta, su un letto di sassi gettata.

Le gambe all’aria come una femmina lasciva,

sudava veleni, bruciando:

con grande sfrontatezza, cinicamente, apriva

il suo ventre dal puzzo immondo.

E il cielo contemplava la carcassa superba,

come un fiore che stesse fiorendo.

Il fetore era tanto violento che sull’erba

voi stavate quasi svenendo.

Ronzavano le mosche sul ventre verminoso,

sciamavano neri plotoni

di larve, che colavano in liquido vischioso

lungo i brulicanti monconi.

E si vedeva un’onda montare e ridiscendere

e anche slanciarsi spumeggiando,

come se un  soffio potesse ora riprendere

a vivere moltiplicandosi.

Da quel mondo una musica saliva, un suono strano,

come scorrer d’acqua o di vento,

come chi nel vaglio agita e fa ruotare il grano

con un ritmico movimento.

Le forme cancellate, un sogno che dilegua,

abbozzo che a nascere tarda

sulla tela riposta, e che l’artista esegue

soltanto attraverso il ricordo.

Inquieta dietro il sasso una cagna in disparte

mandava occhiatacce adirate

aspettando il momento d’azzannar la parte

della carcassa non sbranata.

– Eppure tu sarai come questa lordura,

e questa orribile infezione,

tu, stella dei miei occhi, sole alla mia natura,

mio angelo, tu, mia passione.

Così, regina delle grazie, tu finirai,

dopo i sacri estremi dettami,

allor che sotto l’erbe grasse te ne starai

a marcire in mezzo agli ossami.

Allora, mia bellezza, diglielo al verme, intento

coi baci a morderti il cuore,

che ho salvato la forma e il divino elemento

del decomposto nostro amore.

Sylvia Plath – Daddy

30 aprile 2012

Sylvia Plath – Olmo

30 aprile 2012

Sylvia Plath

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa

radice:

è quello di cui tu hai paura.

Io non ne ho paura: ci sono stata.

E’ il mare che senti in me,

le sue insoddisfazioni?

O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.

Come lo insegui con menzogne e pianti.

Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,

finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino

una zolla,

rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?

Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.

E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.

Bruciati fino alla radice

i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di

ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.

Un vento di tale violenza

non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi

crudelmemte, lei che è sterile

Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare

diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.

Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.

Di notte esce svolazzando

in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura

che dorme in me;

tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,

la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono

Sono quelli i volti dell’amore, quelle pallide

irrecuperabilità?

E’ per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.

Che cos’è questo, questa faccia

così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.

Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate

e lente

che uccidono e uccidono e uccidono.

Lo Sguardo dell’Angelo

30 aprile 2012

“Ogni angelo è tremendo” (Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi ).

Il dolore può essere una fitta acuta, ma passeggera. Può accadere, tuttavia, che ci siano dolori che, col tempo, si tramutino in una eco lontana che accompagna i risvegli e la durata delle giornate, scomparendo sotto il frastuono del mondo; resistenti al tempo e ineluttabili rivelano la propria persistenza nel silenzio che si fa in alcuni momenti quando si è soli con se stessi. Quando questo succede spesso, non esiste posto al mondo dove rifugiarsi, dove nascondersi: è questo l’occhio dell’angelo, il suo sguardo tremendo.

Der Himmel über Berlin
Damiel (Bruno Ganz)

L’Angelo Impotente.

Il guardiano del cielo,

nello schioccare fradicio di foglie,

ha tempo da perdere.

Il suo cuore orfano

è lieve d’occhi sospesi,

ricco di suoni universi.

Parte al mattino,

proteso lo sguardo.

La sera dona un tempo di attese

a capo chino, in ascolto.

Un Angelo accigliato

osserva impotente.

Il guardiano del cielo.

Nell’ovattato scintillío della fonte

sommersa, giacciono suoni.

La Luna tace col suo muso bianco

e l’ílare Tempo ora giace,

disteso sul fianco della Notte,

che prima rincorse.

Giochi sulle acque del mondo,

e un Io sconosciuto sta a guardare.

A chi scrivere se non al rimbombare della necessità, ai pallidi mugolii,
germogliati nella vacuità di un sonno senza sogni,
senza orizzonti, senza mattini assoluti e perenni, senza tempo immobili.

Caschiamo sui nostri stessi passi come ubriachi, come pazzi,
in quotidiano disperdersi di parole ammutolite,
che dipingono volti ritorti dallo sguardo altrui.

Prima che sia notte

29 aprile 2012

Prima che sia notte
la risacca muta

annegherà un fiore giallo
appassito come meriggio trascorso.

Si condenserà la rugiada
in rabbia al mattino:

sarà una smorfia,
argentea scintilla

d’un raggio riflesso
da luna remota

ad illuminare il tuo volto
e il mio distratto.

Fantasticheria interrotta

29 aprile 2012

Leonor Fini

L’angelo smemorato
dimentica spesso le sue ali,
il colore del cielo, la forma
dei sogni e delle nuvole.
Mi osserva stasera
distratto,
come si osserva un uomo
di vetro, naufrago
alla deriva sul mare in bonaccia,
sordo della sua dimenticanza,
cieco nel suo smarrimento.

Forma o Sostanza

29 aprile 2012

“La forma o la sostanza?”
l’autore scrisse dubbioso
chiuso nella sua stanza.
E all’istante al fattore
un goccia d’inchiostro c’avanza
cadde distratta:
ricoprì con la sua danza
la sua ultima parola
lasciando di sé
nient’altro che la sembianza.

Sciocco a voler che risuonino

i tuoi lineamenti nuovamente

in questa luce: fortuita illusione

di riflessi sui vetri

da quella dei giorni offuscati.

Ora dopo ora

più rumorosi fasci

ingombrano netti il vuoto,

in strazio d’occhi e d’orecchi,

nella loro lenta danza

su cui sospesa

è la voce

di una nostalgia silenziosa.

La mente è immersa

in un anelito d’ombra

in sé conchiusa.

Prosciugatosi lo specchio d’acqua

solo il nulla permane

di quella luce.

Oggi, di questa, il frastuono sordo

schiara le passioni,

sopite dall’inganno rimasto

senza respiro, senza parole.

Due parole.

22 marzo 2012

Per caso

di proposito

ho trovato parole

scritte da te

non tue

su un pezzo di carta

senza fine

due parole

“per sempre”

ma son soltanto

due.

La terza, la prima,

dimenticata…

L’Inutile.

15 marzo 2012

E’ inutile seguire la linea curva
del freddo sulle tue mani

E’ inutile seguire il profilo di un soffio
che copre le trasparenze
dell’iride azzurro del tuo cuore

E’ inutile muoversi sui percorsi
che disegnano come chiome d’ombra
i tuoi pensieri occulti

Inutile passione questa di credere
che non sia incomprensibile e vana
questa sosta del reale

il sognare ad ogni angolo del divagare
in questo sogno che giace perenne
in un palmo di mano.